Il Rubicone di Netanyahu

Il primo ministro israeliano è arrivato esattamente dove era arrivato Sharon

di Ari Shavit

image_2683Per due volte Benjamin Netanyahu ha fatto la storia. La prima volta quando ha adottato ufficialmente la soluzione “due popoli-due stati” col discorso all’Università Bar-Ilan del 14 giugno scorso. La seconda settimana scorsa, quando ha decretato il congelamento delle costruzioni negli insediamenti. I palestinesi respingono questi passi, gli europei dicono che non sono abbastanza. Gli scettici sono scettici e i cinici sono cinici. Ma la verità è che il Netanyahu del 2009 si sta spostando a sinistra dell’Yitzhak Rabin del 1995.
A differenza di Rabin, Netanyahu ora accetta la creazione di uno stato palestinese smilitarizzato. A differenza di Rabin, ordina il divieto di costruire in tutta la Cisgiordania ebraica. Netanyahu ha passato il Rubicone sia sul piano ideologico che su quello pratico, e si è reinventato come leader di centro.
All’inizio di questo decennio, Ariel Sharon fece un analogo percorso, con la Road Map nella parte oggi svolta dal discorso di Netanyahu alla Bar-Ilan. La Road Map diede espressione al adesione di Sharon al concetto dei “due stati”, pur insistendo sulla necessita di soddisfare alcune condizioni fondamentali prima dell’istituzione di uno stato palestinese. Ma poco tempo dopo aver accettato la Road Map, Sharon scopriva che quei binari portavano in una strada senza uscita. Nessun palestinese aderiva alle condizioni fondamentali, nessun palestinese era in grado di firmare un accordo sullo status definitivo, nessun palestinese aveva la forza di realizzare la pace. Quando alla fine il “padre degli insediamenti” prese posizione a favore della divisione della terra, risultò che non c’era nessun leader palestinese altrettanto impegnato per la spartizione. È così che nacque il disimpegno. Sebbene Sharon fosse consapevole dei difetti del piano, capì che il il disimpegno era l’unico piano d’azione che un leader centrista israeliano avrebbe potuto avanzare, in assenza di un reale interlocutore per la pace.
Sei anni dopo, Netanyahu è arrivato esattamente allo stesso punto. Ha accettato il principio dei due stati, e non ha ricevuto nessuna risposta. Sospende le costruzioni negli insediamenti, e viene respinto. Corteggia Mahmoud Abbas (Abu Mazen), ed viene denigrato. Il figlio del segretario personale di Ze’ev Jabotinsky vuole una riconciliazione storica con i palestinesi, e i palestinesi gli sbattono la porta in faccia. Offre al movimento nazionale palestinese negoziati sulla creazione di uno stato nazionale palestinese, e trova che non c’è nessuno con cui parlare e niente di cui discutere. Zero. Un muro di cemento.
Poche persone sono vicine al primo ministro israeliano, ma tra queste ve ne sono alcune che dicono che Netanyahu ha davvero operato una svolta. La sua massima priorità, oggi, è la solidità di Israele, non i coloni o gli insediamenti. Pertanto, se vi fosse sul tavolo una proposta che garantisse la sicurezza di Israele in cambio di un ritiro per quanto doloroso, Netanyahu non esiterebbe. La tragedia è che non c’è nessuna offerta di questo genere, e non c’è neanche il tavolo. I negoziati non sono nemmeno cominciati. Abu Mazen non sta dando a Netanyahu nulla che questi possa usare per mettere in atto la visione centrista che ha abbracciato.
In queste circostanze, a Netanyahu restano solo due opzioni. Una è il piano di Shaul Mofaz: la creazione di uno stato palestinese con confini provvisori. L’altra è il Disimpegno Due: lo sgombero di una ventina di insediamenti di Cisgiordania e il loro trasferimento al governo Fayyad (Autorità Palestinese).
Il piano Mofaz ha molti vantaggi, ma fa temere a Netanyahu una sovranità palestinese senza freni né limiti. Il che significa che potrebbe essere costretto a prendere in seria considerazione l’altra opzione. Non si può escludere che nel 2010 Netanyahu si ritrovi a premere per un ritiro circoscritto, proprio come fece Sharon nel 2004-2005.
Il Disimpegno Due dovrà essere completamente diverso da precedente. Dovrà essere coordinato con l’Autorità Palestinese e godere del supporto europeo, e dovrà trasformare le aree sgomberate in una zona di prosperità economica. Dovrà impedire ai palestinesi di introdurvi clandestinamente armamenti e di accrescervi la loro forza militare, e dovrà garantire il diritto di Israele all’autodifesa. Questo piano dovrebbe far parte di una prospettiva strategica complessiva che spinga entrambi i popoli verso la pace attraverso passi unilaterali misurati, prudenti e coordinati. Un secondo disimpegno dovrebbe essere una versione migliorata del primo, un piano con una dimensione politica e una profondità economica tali da rafforzare i moderati, sia palestinesi che israeliani.
Se il primo ministro israeliano avrà il coraggio di procedere con il Disimpegno Due, le cose potrebbero farsi più semplici per Israele su tutti i fronti. E favorirebbe Netanyahu in politica interna così come il primo disimpegno favorì Sharon, facendo del primo ministro il nuovo leader del centro israeliano.

(Da: Ha’aretz, 3.12.09)

Nella foto in alto: Ari Shavit, autore di questo articolo

Si veda anche:

Netanyahu è andato dritto al cuore del problema (lug 09)

http://www.israele.net/sezione,,2538.htm

Il nuovo baricentro della politica israeliana (dic. 05)

http://www.israele.net/sezione,,1016.htm