Israele alle elezioni, senza Sharon

Lidea di Sharon di un Israele più piccolo ma più sicuro e demograficamente ebraico si è guadagnata il sostegno della gente e ha messo nellangolo i vecchi partiti della destra e della sinistra.

M. Paganoni per Nes n. 1, anno 18 - gennaio 2006

image_1064Come si sarebbe detto un tempo, la questione è politica. Certo, con l’uscita di scena di Ariel Sharon, Israele si sente oggi orfano di una figura carismatica e autorevole della statura di un Rabin o di un Ben-Gurion. Tuttavia le istituzioni democratiche israeliane hanno garantito, come già in passato, un passaggio di poteri e responsabilità rapido e trasparente, le elezioni parlamentari si terranno come previsto alla fine di marzo, il trauma psicologico verrà superato.
Il vero interrogativo sul dopo-Sharon ruota piuttosto attorno alle sorti, politiche ed elettorali, del partito che l’ormai ex primo ministro israeliano aveva fondato, uscendo dal Likud, sei settimane prima di cadere vittima dell’emorragia cerebrale. La celebrata “eredità” di Sharon verrà misurata su questo: la sua ultima creatura politica, il Kadima, si rivelerà essere il partito-di-un-uomo-solo che molti paventano (al pari di numerosi precedenti, dal Rafi di Ben-Gurion al Dash di Yigal Yadin, dalla Terza Via di Avigdor Kahalani al Partito di Centro di Yitzhak Mordechai), oppure risponde a un’autentica esigenza politica maturata, oggi, nel grosso dell’opinione pubblica israeliana? In altri termini, il Kadima è oggi necessario, in Israele, al di là della scomparsa politica del suo fondatore?
Sì, risponde Elliot Jager (Jerusalem Post, 7.01.06): “Il Kadima rimane non solo politicamente fattibile, ma anche essenziale per la scena politica israeliana” giacché ha un compito “che va oltre l’uomo Sharon: il compito di offrire agli israeliani una terza opzione fra Amir Peretz e Benjamin Netanyahu”. Per un’intera generazione, infatti, il dibattito in Israele si è imperniato su due approcci che parevano immodificabili. Da una parte la sinistra, sicura che fosse possibile individuare interlocutori arabi e palestinesi affidabili con i quali negoziare le concessioni necessarie per ottenere la pace, nella convinzione che, una volta fatte le concessioni e nato lo stato palestinese, si sarebbe arrivati a una coesistenza pacifica e duratura. Dall’altra la destra, convinta invece che il mondo arabo-musulmano sarebbe rimasto sempre ostile alla presenza di Israele in Medio Oriente, e che dunque il controllo dei territori fosse indispensabile alla sicurezza del paese. In estrema sintesi, riassume Emanuele Ottolenghi (Avvenire 11.01.06), la sinistra si basava sulla convinzione che arabi e palestinesi prima o poi avrebbero accettato la legittimità dello stato ebraico, la destra sulla convinzione che prima o poi arabi e palestinesi si sarebbero rassegnati all’esistenza di Israele e al suo controllo sui territori. Sbagliavano entrambe?
“L’ipotesi di sinistra – scrive Charles Krauthammer (Jerusalem Post, 9.01.06) – ebbe la sua chance con gli accordi di pace di Oslo, che tuttavia si rivelarono una frode. I palestinesi si avvalsero delle concessioni israeliane per creare un apparato armato e aggressivo nel cuore dei territori. La generosa offerta israeliana di un compromesso di pace nell’estate del 2000 a Camp David si imbatté in una selvaggia campagna terroristica. Screditata la linea della sinistra, Israele si volse alla destra eleggendo Sharon nel 2001. Ma l’idea della destra di restare aggrappati ai territori indefinitamente era insostenibile. Governare una popolazione araba giovane, estremista, in costante aumento e votata all’indipendenza palestinese era uno sforzo non solo troppo dispendioso, ma anche vano. La genialità di Sharon – continua Krauthammer – è stata quella di aprire una terza via. Essendo illusoria una pace negoziata ed essendo insostenibile l’integrità della Terra d’Israele, Sharon sostenne che l’unica via per la sicurezza era ridisegnare unilateralmente i confini di Israele, erigendo una barriera attorno a un nuovo Israele e ritirando soldati e civili israeliani dall’altro versante, destinato a diventare la Palestina indipendente”.
Di qui la determinazione con cui Sharon volle e attuò il ritiro da Gaza. Ma anche la determinazione con cui ha proseguito imperterrito la lotta al terrorismo. “Il grande consenso ottenuto da Sharon – ricorda Amotz Asa-El (Jerusalem Post, 6.01.06) – non era dovuto solo, né forse principalmente, al disimpegno da Gaza, bensì prima di tutto alla sua lotta coraggiosa e tenace contro il terrorismo. Gli elettori oggi affranti per la sua infermità sono gli stessi che il prossimo 28 marzo scruteranno la scheda elettorale chiedendosi chi, in assenza di Sharon, potrà meglio contrastare Hamas e Jihad Islamica”.
Il successo di questa strategia fatta di lotta al terrorismo, barriera difensiva e ritiro unilaterale si manifesta nel collasso dell’intifada. Non solo le vittime degli attacchi terroristici palestinesi sono nettamente diminuite. C’è anche la ripresa dell’economia israeliana, cresciuta nel 2005 ad uno dei tassi più alti di tutto l’occidente. Turisti e investimenti stranieri sono tornati, e il paese ha riguadagnato fiducia. Come dice Krauthammer, “l’idea di Sharon di un Israele più piccolo ma più sicuro e demograficamente ebraico si è guadagnata il sostegno della gente, ha messo nell’angolo i vecchi partiti della destra e della sinistra, ed era sulla soglia di un successo elettorale che avrebbe dato vita al nuovo centro politico israeliano”.
L’eventuale successo elettorale di Kadima, concorda Amotz Asa-El, “ha a che vedere con la diffusa e radicata speranza in un ritorno al consenso interno israeliano di prima del 1967, ponendo fine alla futile contesa di quasi quarant’anni fra le due scuole di pensiero, Terra-d’Israele-integrale vs. Terra-in-cambio-di-pace, entrambe respinte ormai da molti israeliani come ingenue utopie”.
In questi anni, infatti, a differenza delle fruste ideologie contrapposte, la società israeliana è andata avanti (kadima, in ebraico). “Ciò che ha reso il recente ritiro di Israele dalla striscia di Gaza al contempo possibile e necessario – nota Edward Luttwak (Globe and Mail, 7.01.06) – è il fatto che alcuni milioni di israeliani, che prendono parte con successo all’economia globale e alla cultura globale, vogliono sganciarsi il più possibile da una società palestinese che, come le altre società arabe, è ancora afflitta dai demoni religiosi e nazionalisti di un’era storica passata. Ciò esige un ritiro su confini ben definiti, il che a sua volta esclude insediamenti ebraici sparsi in mezzo a città e villaggi palestinesi”.
La grande chance di Kadima, conclude Amotz Asa-El, “è quella di dare vita a un partito del consenso, un partito che sappia combinare risolutezza militare e flessibilità diplomatica, mercato e solidarietà, ebraismo e liberalismo”. Il punto è: saprà il Kadima rispondere a questa domanda politica, farsi interprete di questo spazio elettorale, dare voce a questa nuova maggioranza israeliana? Stando ai sondaggi pre-elettorali, la risposta è affermativa. Ma, ammesso e non concesso che i voti virtuali risultino confermati dal voto reale, in ogni caso le autentiche qualità del nuovo partito e dei suoi esponenti, quasi tutti politici di nuova generazione, saranno messe davvero alla prova a partire dal primo giorno dopo le elezioni.

Vedi anche:

Il nuovo baricentro della politica israeliana

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