Israele: un giovanissimo sessanticinquenne

Antico e nuovo coesistono fianco a fianco nello stato ebraico come forse da nessun’altra parte al mondo.

Editoriale del Jerusalem Post

image_3712Nel festeggiare il 65esimo anniversario della nascita di Israele non si può non essere colpiti dalla incongruenza insita nel combinare un popolo antico di millenni con un compleanno che potrebbe essere quello di un membro della generazione del baby boom.
In effetti, antico e nuovo coesistono fianco a fianco nello stato ebraico come forse da nessun’altra parte al mondo. A differenza della Grecia moderna, ad esempio, in Israele i cittadini conversano nella loro antica lingua, una lingua che sarebbe ancora comprensibile ai profeti ebrei che vissero in questo paese in epoca biblica. Reperti archeologici, che fanno parte integrante del nostro paesaggio, vengono continuamente riportati alla luce offrendo prova costante e tangibile degli antichi legami del popolo ebraico con questo specifico lembo di terra.
Allo stesso tempo Israele è un paese assolutamente moderno, sovra-rappresentato nel numero di brevetti che produce pro capite, nel numero pro capite di dottorati di ricerca, pubblicazioni scientifiche, società quotate al NASDAQ, aziende start-up. Fu a dir poco profetico Theodor Herzl quando nel 1902 intitolò Altneuland (“Antica terra nuova”) il suo romanzo utopistico che tratteggiava la realizzazione dell’emancipazione nazionale ebraica.
La tensione, e fecondazione reciproca, fra antico e moderno non è l’unico paradosso dello Stato ebraico. Gli ebrei che si sono stabiliti nella patria storica, per la prima volta dopo quasi duemila anni di esilio hanno preso nelle loro mani il controllo del proprio destino e, grazie al loro vigore politico e militare, sono “tornati alla storia”.
Tuttavia, nonostante il loro enorme successo nel conseguire gli obiettivi della costruzione dello Stato, i sionisti non hanno posto fine ad un antisemitismo che sembra intramontabile. Evidentemente la condizione “anomala” degli ebrei, “deboli” e “senza Stato”, non era la causa dell’ostilità contro di loro più di quanto la loro recente condizione di “potenti” e “occupanti” non lo sia del “nuovo” antisemitismo. Vi è anzi chi si spinge a sostenere che semmai il sionismo ha reso la condizione degli ebrei ancora più precaria. Gli israeliani, più degli ebrei della Diaspora, sono oggi direttamente minacciati da un’apocalisse nucleare se l’Iran dovesse riuscire a mettere le mani sulla Bomba. E i cambiamenti repentini che spazzano la regione, oggi eufemisticamente chiamati “primavera araba”, potrebbero facilmente produrre un ambiente geopolitico ancora più pericoloso per Israele.
Eppure lo Stato ebraico è anche un baluardo contro la più grande minaccia per l’ebraismo della Diaspora in tempi di pace: l’assimilazione (la perdita della propria identità culturale per omologarsi a quella dominante). Lo scorso novembre, per la prima volta la popolazione ebraica in Israele ha superato la soglia simbolica dei sei milioni. Al contrario, la popolazione ebraica nella Diaspora è in costante diminuzione. Non è lontano il giorno – entro due decenni, dicono gli esperti – in cui la maggioranza degli ebrei del mondo vivrà in Israele.
La maggior parte degli israeliani è anche consapevole della minaccia demografica alla democrazia rappresentata dal rimanere in tutta la Cisgiordania, e pertanto è favorevole alla creazione di uno Stato arabo-palestinese a patto che questa entità senza precedenti nella storia non li minacci militarmente, non chieda loro di ritirarsi esattamente sulle vulnerabili linee pre-’67, e non pretenda di inondarli con un’invasione di “profughi” palestinesi.
Benché Israele venga regolarmente accusato di una presunta intolleranza perché osa definirsi ebraico, ben poche società sono altrettanto differenziate e variegate. Lo Stato ebraico non solo ha assorbito ebrei dai quattro angoli della Terra, ma è anche impegnato a tutelare i diritti fondamentali della sua importante minoranza di non ebrei. Drusi e beduini e altri non ebrei combattono a fianco dei loro concittadini ebrei nelle Forze di Difesa israeliane per proteggere Israele e, come si è visto ancora una volta lunedì scorso nella Giornata dei Caduti, talvolta anche a costo della vita.
Israele a 65 anni rimane un paese di paradossi e contraddizioni che si sforza di fondere nuovo e antico, particolarismo e universalismo, dinamismo e vulnerabilità. Israele a 65 anni non ha risolto la condizione ebraica e ha anzi generato una serie di nuove sfide. Ma i suoi successi sono da capogiro, se si considera che sono stati conseguiti mentre era costretto a combattere guerre convenzionali e non convenzionali, mentre accoglieva un’enorme numero di immigrati e mentre garantiva diritti i democratici fondamentali a ogni cittadino senza distinzione di etnia, ideologia o religione, compresi quelli che si opponevano apertamente all’esistenza stessa di Israele come Stato ebraico.
Non male, per un paese che ha l’età di un baby boomer.

(Da: Jerusalem Post, 14.4.13)

Si veda anche:

Herzl: “Il sionismo è l’aiuto che gli ebrei porgono a se stessi” . A centocinquant’anni dalla sua nascita, resta attualissima la forza visionaria e l’approccio profondamente pragmatico del fondatore del sionismo politico

http://www.israele.net/sezione,,2860.htm

Israele – 60 anni: For the record. Il sessantesimo anniversario dell’indipendenza di Israele è stato “celebrato” anche in questo modo

http://www.israele.net/sezione,,2118.htm

Nei fatidici giorni fra Yom HaShoà e Yom Ha’atzmaut. Dalla schiavitù all’Esodo: ma non è per la Shoà che è nato Israele

http://www.israele.net/articolo,3415.htm