La barriera e i suoi effetti collaterali

I terroristi non operano più da Jenin, quindi le Forze di Difesa israeliane hanno ridotto interventi e posti di blocco, quindi i palestinesi possono tornare a circolare e lavorare

M. Paganoni per NES n. 4, anno 16 - aprile 2004

image_62Vale la pena tornare a occuparsi della barriera antiterrorismo in costruzione fra Israele e i palestinesi? Sì, se giungono nuove, interessanti informazioni che aiutano a gettare nuova luce su una questione intorno alla quale sembrava che fosse già stato detto tutto, a favore e contro. Così, mentre il dibattito insegue la cronaca – con il primo ministro israeliano Ariel Sharon alla ricerca di riconoscimenti per il suo piano di disimpegno unilaterale a Washington, nel suo governo e fra gli iscritti al Likud – è meglio non perdere di vista cosa accade, nel frattempo, attorno al famigerato “muro” israeliano. O per lo meno al quel tratto quasi completato che corre dal fiume Giordano fino a un punto poco a nord di Netanya.
Come è noto, questa lunga sezione (un’ottantina di chilometri) ha già conseguito il ragguardevole risultato d’aver eliminato quasi completamente gli attentati terroristici (nonché azioni di criminalità comune e infiltrazioni clandestine) dirette verso le parti d’Israele ad essa prospicienti. E’ appena il caso di ricordare che il più grosso e più importante centro abitato palestinese che si trova al di là di questo tratto di barriera è la città più settentrionale della Cisgiordania: la “mitica” Jenin, teatro negli anni scorsi di sanguinose battaglie (e ferocissime polemiche). E qui arrivano le novità. Infatti, secondo un servizio pubblicato in aprile sul settimanale ebraico americano The Forward, proprio grazie alla presenza del famigerato “muro” Jenin, la “capitale dei terroristi suicidi palestinesi”, sta tornando alla vita normale: l’economia è in ripresa, i servizi vengono ripristinati, i leader locali parlano con un nuovo senso di ottimismo.
Come si spiega? Secondo il colonnello Oren Avman, comandante militare israeliano della regione, intervistato dal Forward, la spiegazione è piuttosto semplice. La presenza della barriera ha permesso alle Forze di Difesa israeliane di diminuire drasticamente non solo le pericolose e spesso sanguinose operazioni all’interno di Jenin alla caccia di esecutori e mandanti degli attentati, ma anche di abolire quasi completamente gli odiati posti di blocco e i lunghi periodi di chiusura che avevano tormentato la vita degli abitanti palestinesi. Ora i lavoratori possono nuovamente raggiungere i posti di lavoro, i contadini portano i prodotti al mercato, il commercio rinasce a nuova vita. “Jenin – ha detto al Forward il colonnello Avman – rapprenda un test interessante per saggiare le possibilità di ripresa della vita civile all’ombra della barriera, e della separazione, una volta realizzate. E finora i risultati sono più positivi di quanto chiunque, israeliano o palestinese, avesse immaginato. La vita degli abitanti palestinesi è nettamente migliorata grazie all’abolizione delle chiusure. E dal momento che i palestinesi, oggi, in questa zona, hanno qualcosa da perdere, la vita è migliorata anche per i vicini israeliani”.
Sin dallo scoppio della cosiddetta intifada Al Aqsa Jenin era stata trasformata nella vera e propria capitale del terrorismo suicida anti-israeliano, complice la sua estrema vicinanza alla Linea Verde (l’ex linea armistiziale fra Israele e Giordania dal 1949 al 1967) e, in particolare, a grossi centri arabo-israeliani come Umm El Fahm. Per gli attentatori suicidi era relativamente facile infiltrarsi in Israele facendo base a Jenin. Di qui la terrificante serie di attentati che colpì le città israeliane della regione (Hadera, Netanya, Afula, fino a Haifa) in un crescendo culminato nel tragico mese di marzo del 2002. Dopo di che le Forze di Difesa israeliane dovettero lanciare le ben note operazioni anti-terrorismo fin dentro i quartieri della città palestinese che i terroristi avevano trasformato in loro roccaforti, e dovettero isolare l’intera città con una cerchia di posti di blocco e di provvedimenti di chiusura. Misure che impedivano di fatto a Jenin di svolgere la sua naturale funzione di capoluogo per un bacino di quasi 250mila palestinesi della Cisgiordania settentrionale. Le ripercussioni sul piano economico furono molto gravi, il che generò frustrazione e rabbia, le quali a loro volta crearono terreno fertile per il reclutamento di altri attentatori suicidi: un circolo vizioso che la barriera ha contribuito a spezzare.
Lo scorso primo gennaio, quando venne completato il primo tratto di barriera, il colonnello Avman racconta d’aver invitato il sindaco palestinese di Jenin nel proprio quartier generale e di avergli detto: “Oggi, tornando a casa non incontrerete neanche un carro armato israeliano”. In effetti, da più di quattro mesi la città non subisce più alcuna chiusura, cosa che ha dato immediati frutti su entrambi i versanti della barriera. A Jenin la vita sta tornando alla normalità, il che, come si affretta a sottolineare Avman, crea una forte motivazione a evitare altro terrorismo dal momento che la gente sente di avere molto da perdere da un eventuale riattizzarsi del conflitto. Forse più di quanto non si immagini, se dovessero risultare confermate le stime pubblicate a metà aprile dal Palestinian Human Rights Monitoring Group di Gerusalemme, secondo cui il 16% delle vittime civili palestinesi durante la “seconda intifada” sarebbero state causate dal fuoco di altri palestinesi, individui o gruppi. Intanto, grazie alla “barriera di Jenin”, anche sul versante israeliano la gente incomincia a sentirsi più sicura, mentre il compito delle forze armate diventa più semplice e meno oneroso, anche in termini economici.
Certo, i problemi non finiscono qui. Come sottolinea il servizio del Forward, per ora i tentativi di attentato suicida contro Israele si sono semplicemente spostati più a sud, verso le zone non ancora protette dalla barriera. E queste zone, Gerusalemme compresa, sono quelle dove il tracciato della barriera pone più problemi perché si discosta di più dalla ex Linea Verde, crea enclave i cui residenti palestinesi sono costretti a passare attraverso cancelli e sottopassi ecc. Dunque nulla garantisce che il “modello Jenin” possa riproporsi con uguale successo nelle altre parti della Cisgiordania. Tuttavia l’esperienza di Jenin, la città palestinese trasformata da ostaggio dei terroristi in protagonista della propria rinascita sociale ed economica grazie anche al contributo della barriera difensiva israeliana, resta estremamente interessante per tutti coloro che desiderano riflettere senza pregiudiziali ideologiche sulla scelta della “separazione” fra israeliani e palestinesi. E forse ancora più interessante è il fatto che di questa esperienza quasi nessuno si dia la pena di dare notizia.

Vedi anche:
Barriere anti-terrorismo e pretesti anti-israeliani

http://www.israele.net/sections.php?id_article=58&ion_cat=18