La Bomba in cantina

L’Iran potrebbe diventare una sorta di attentatore suicida nucleare di proporzioni macroscopiche

Da un articolo di Louis René Beres

image_2253Gli esperti in scienze politiche amano presupporre la razionalità. Ma riguardo all’Iran, né gli Stati Uniti né Israele hanno veramente agito, finora, secondo il proprio interesse. Entrambi hanno già permesso che la minaccia crescesse fino a un possibile punto di non ritorno. E, per Israele, il prezzo della inazione potrebbe tradursi in un danno insostenibile.
Come mai? I leader nazionali fanno ostinatamente affidamento sulla speranza. Questo malriposto ottimismo ha l’effetto – emotivamente gratificante ma strategicamente deleterio – di bloccare politiche utili. Può persino promuovere forme di terrorismo e guerre catastrofiche.
L’Iran prosegue la sua marcia verso le armi nucleari, ma né Israele né gli Stati Uniti sono disposti ad agire in modo preventivo. Questo li costringerà a perseguire la loro sicurezza nella cosiddetta logica della deterrenza, rendendoli paradossalmente del tutto dipendenti da una presunta razionalità. I nostri leader tenteranno vanamente di conseguire una stabile deterrenza con Teheran, nella speranza di poter instaurare un equilibrio del terrore sul modello della guerra fredda Usa-Urss. Ma resteranno amaramente disillusi.
La deterrenza si fonderà verosimilmente su basi psicologiche assai deboli. Per Israele, una componente principale della sua strategia politica è sempre stata quella di tenersi la Bomba in cantina. Ma presto si svilupperà un dibattito sull’opportunità o meno di mantenere questa calcolata ambiguità. Finora molto probabilmente l’opacità nucleare ha funzionato. Sebbene non sia servita a molto per dissuadere aggressioni convenzionali o raffiche di attentati terroristici, tuttavia è riuscita a dissuadere i nemici del paese dall’imbastire attacchi vitali: attacchi che viceversa, in assenza di armi nucleari o biologiche, sarebbero stati probabilmente tentati giacché – come scriveva il teorico della strategia militare von Clausewitz – c’è un punto in cui “la massa fa la differenza”. I nemici di Israele hanno sempre goduto di un evidente vantaggio numerico. Nessuno di loro possiede la Bomba ma, agendo simultaneamente tutti insieme, questi stati e i loro vari derivati, anche senza armi nucleari avrebbero potuto infliggere colpi vitali allo stato ebraico.
Affinché l’arma nucleare israeliana funzioni come deterrente verso un Iran pienamente nuclearizzato, è necessario che Teheran sia ben convinta che tale arma è inattaccabile e capace di penetrare le difese del nemico. Qualunque valutazione iraniana sulla reale determinazione di Israele a difendersi con armi nucleari dipenderà in buona misura dalle congetture che farà Teheran su quelle armi. L’eventuale convinzione iraniana che le armi nucleari israeliane siano solo del tipo mega-distruttivo deve essere modificata. Il nemico deve convincersi che lo stato ebraico dispone di tutta una gamma di armi in grado di rispondere a diversi livelli di minaccia, cosicché la credibilità della postura deterrente possa variare in ragione inversa alla distruttività percepita delle armi israeliane.
Dovendo coesistere con un Iran già nuclearizzato, Israele dunque trarrebbe beneficio non tanto da un aumento delle segretezza nucleare, quanto piuttosto da una maggiore trasparenza. L’Iran potrebbe decidere di condividere alcune delle sue componenti e dei suoi materiali nucleari con Hezbollah o altri gruppi terroristi affini. Per impedirlo, Gerusalemme deve poter convincere l’Iran di essere in possesso di una gamma di opzioni nucleari concretamente utilizzabili. Anche qui, l’ambiguità potrebbe non risultare abbastanza persuasiva.
L’ideale sarebbe che Israele e Stati Uniti non permettessero del tutto all’Iran di diventare pienamente nucleare. Ma se tale prevenzione non si realizzerà, non sarà più sufficiente che i nemici di Israele sospettino solo a grandi linee la potenzialità nucleare di Israele. Gerusalemme dovrà decidere di passare ad un definito livello di trasparenza. Ciò che bisognerà calcolare in fretta è l’esatto grado di sottigliezza con cui Israele dovrà comunicare la sua posizione, le sue intenzioni e le sue capacità in campo nucleare.
La logica di qualunque grado di trasparenza nucleare verrà deciso dovrà fondarsi sulla cognizione che le armi nucleari possono servire alla sicurezza di Israele in un certo numero di modalità diversi. Una volta messo di fronte al fatto compiuto di Teheran, Israele dovrà convincere il suo principale nemico che possiede sia la determinazione sia le armi necessarie per rendere qualunque progetto di aggressione nucleare molto più dannosa che conveniente.
D’altra parte, per definizione, nessuna trasparenza è utile nel caso di un nemico nucleare irrazionale, che sia in Iran o altrove. Se la leadership iraniana aderisce alla visione dell’apocalisse sciita, il paese potrebbe abbandonare ogni comportamento razionale. In questo caso l’Iran potrebbe effettivamente diventare una sorta di attentatore suicida nucleare di proporzioni macroscopiche: una prospettiva destabilizzante improbabile, ma non impossibile.
Per proteggersi dai colpi nemici, specie quelli che potrebbero minacciarne l’esistenza, Israele deve sfruttare rapidamente ogni aspetto e funzione del suo tuttora opaco arsenale nucleare. Il successo dei suoi sforzi dipenderà non solo dalla sua scelta di possibili azioni e controreazioni, ma anche della misura in cui questa scelta verrà fatta conoscere in anticipo ai paesi nemici e ai loro surrogati non statuali. Affinché tali nemici vengano dissuasi dal lo sferrare il primo colpo, e anche dal lanciare attacchi di rappresaglia dopo eventuali operazioni convenzionali di prevenzioni anti-nucleare, non sarà sufficiente il semplice sospetto che Israele ha la Bomba. Questi nemici dovranno convincersi che le armi nucleari israeliane sono effettivamente inattaccabili e che alcune di esse sono puntate su obiettivi di primissimo valore strategico.
Tirare fuori la Bomba dalla cantina è ciò che potrebbe davvero incrementare la deterrenza strategica. Tale calcolata cessazione della voluta ambiguità servirebbe anche a sottolineare la determinazione israeliana ad usare tali armi in risposta a “primi colpi” del nemico o a determinate sue reazioni di rappresaglia. Per ora la Bomba è meglio che resti nell’ambiguità. Ma presto, e certamente prima di scoprire che l’Iran è sul punto di ottenere armi nucleari, lo stato ebraico dovrà mettere fine alla sua ambiguità.
Non vi può essere nessuna pace credibile con un Iran nucleare, a meno che non cambi radicalmente il suo regime. Se né Israele né gli Stati Uniti si adopereranno per la demolizione preventiva del programma nucleare iraniano, allora Israele sarà costretto a tirar fuori la sua Bomba dalla cantina. Rimangono ottime ragioni per dubitare che tale mossa basterebbe a preservare la sua forza deterrente, ma chiaramente sarà meglio farlo che non farlo. Non porre fine all’ambiguità nucleare al momento giusto potrebbe ledere anche la sicurezza degli Stati Uniti e dell’occidente.
Certe forme di prevenzione sono previste anche dal diritto internazionale: sono correttamente indicate come forme di auto-difesa anticipata. Il rispetto del diritto internazionale, infatti, non esige il suicidio da parte di uno stato.

(Da: Jerusalem Post, 10.09.08)

Nell’immagine in alto: Foto satellitari del presunto sito nucleare siriano, prima e dopo il raid preventivo israeliano del 6 settembre 2007

Si veda anche:

Quando la forza (e i timori) di Israele fanno un po’ troppo comodo

http://www.israele.net/sections.php?id_article=2174&ion_cat=

Il nucleare necessario

http://www.israele.net/sections.php?id_article=1401&ion_cat=