La cartina di tornasole delle intenzioni di pace

Il test è la disponibilità a risolvere il problema dei profughi palestiensi su suolo arabo

Da un articolo di Daniel Friedman

image_1538Nel 1948 gli stati arabi violarono una decisione dell’Onu e attaccarono lo stato di israele con l’obiettivo di distruggerlo. Se fossero riusciti, l’area a ovest del fiume Giordano sarebbe stata suddivisa fra Siria, Giordania, Egitto e – forse – Libano. Non sarebbe stato creato nessuno stato palestinese, e nessuno avrebbe mai sentito parlare di popolo palestinese.
Successivamente l’attacco contro Israele fallì e l’area indicata allora come Palestina (mandataria) venne suddivisa fra Giordania (la Cisgiordania), Egitto (la striscia di Gaza) e Israele. Tuttavia gli stati arabi non abbandonarono il sogno di distruggere Israele e i profughi palestinesi tornarono utili come un carta militare, politica e propagandistica. I paesi “ospitanti” rinchiusero in campi separati i profughi palestinesi, privati dei diritti civili. Lo status dei profughi venne preservato e tramandato di generazione in generazione. Molte di quelle centinaia di migliaia di profughi allora sfollati oggi non sono più in vita. Ma la proliferazione naturale e il passaggio ereditario dello status di profugo palestinese hanno moltiplicato, generazione dopo generazione, il totale della popolazione dei profughi palestinesi. E oggi si contano a milioni.
Durante la guerra dei sei giorni Israele assunse il controlo di Cisgiordania e striscia di Gaza. Ciò si tradusse in una situazione in cui la maggioranza della popolazione palestinese si è ritrovata sotto un’unica autorità politica – Israele – e proprio questo è ciò che in definitva ha portato al consolidamento del popolo palestinese.
Molti leader israeliani compresero i rischi insiti nella creazione di uno stato palestinese che rivendicasse Gerusalemme come capitale, il ritorno alle linee del 1948 e il ritorno dei profughi e dei loro discendenti all’interno del territorio sovrano d’Israele. Per anni “no a uno stato palestinese” è stata la premessa d’ogni politica israeliana. Ma il rifiuto di uno stato palestinese poteva aver luogo soltanto con un ritorno della Cisgiordania alla Giordania e della striscia di Gaza all’Egitto, e con un contemporaneo sforzo per una soluzione del problema dei profughi e delle comunità palestinesi in quelle aree.
Israele non è stato capace di realizzare queste mosse. La debolezza della leadership politica moderata unita a considerazioni ideologiche e alla pressione del movimento dei coloni impedì per un lungo periodo di tempo che questa opzione si realizzasse, e intanto il popolo palestiense, in gran parte sotto autorità israeliana, diventava più forte.
Nel 1978, circa un anno dopo l’ascesa al potere dell’allora primo ministro israeliano Menachem Begin, vennero firmati gli accordi di Camp David fra Israele ed Egitto. La pace raggiunta grazie a quell’accordo diede a Isarele svariati vantaggi. Tuttavia essa portò al ritorno dell’intero deserto del Sinai all’Egitto lasciando Israele con la striscia di Gaza. Il tutto completato da affermazioni relative ai “legittimi diritti del popolo palestinese”.
L’opzione giordana, perlomeno riguardo alla Cisgiordania, venne fatta naufragare. Anche l’accordo di pace con la Giordania lasciò nelle mani di Israele la questione palestinese, compreso il problema dei profughi.
Quello che si può dire di questi accordi di pace è che essi rispondevano all’ideale della sinistra “terra in cambio di pace” e permettevano ad Egitto e Giordania di sbarazzarsi di ogni responsabilità per i profughi palestiensi.
Poi vennero gli accordi di Oslo con i palestinesi, ai quali promettevano una terra e uno stato. Ma anche quella volta il problema dei profughi, che pone una minaccia all’esistenza stessa di Israele, restava aperto, mentre gli israeliani continuavano a rimuovere e ignorare i pericoli.
Ora viene a galla la questione di un accordo di pace con la Siria. E, ancora una volta, viene citato il principio “terra in cambio di pace”, mentre nessuno sa realmente che genere di pace sia in discussione e quanto a lungo durerebbe. Intanto riemerge anche la questione relativa a una ripresa dei colloqui con i palestinesi.
A mio parere, è necessario prendere in considerazione un dialogo, di qualunque genere, sul problema dei profughi, allo scopo di testare se l’altra parte è pronta a risolvere la questione sul suo territorio senza chiedere a Israele di assorbire profughi e loro discendenti. Questa è la vera cartina di tornasole. Coloro che non sono disposti a questo, o che dicono “andrà tutto a posto” e “il tempo sistemerà le cose”, sono quelli che non hanno ancora accettato l’esistenza dello stato di Israele come stato degli ebrei.

(Da: YnetNews, 12.12.06)

Nella foto in alto: Daniel Friedman, autore di questo articolo

Vedi anche:
L’amaro destino dei profughi per nascita

http://israele.net/prec_website/analisi/02093pro.html

Profughi e diritto al ritorno

http://www.israele.net/prec_website/nesarret/011prof.html