La chiave della pace sta sul Golan, non a Gerusalemme

Le soluzioni a ogni altro problema sono note. Ma non sono attuabili

di Ari Shavit

image_2796La soluzione per il problema Gerusalemme è ben nota: i quartieri ebraici restano in Israele, quelli arabi passano allo stato palestinese, e l’area dei Luoghi Santi sotto un regime speciale. Anche la soluzione del problema dei profughi è comunemente nota: il “diritto al ritorno” dei palestinesi si eserciterà sul territorio dello stato palestinese, mentre tale rivendicazione non si potrà esercitare sul territorio dello stato ebraico. Allo stesso modo è ben nota la soluzione per il problema degli insediamenti: scambi di territori, con annessione a Israele dei grossi blocchi di insediamenti e sgombero degli insediamenti isolati. Tutte queste soluzioni potrebbero agevolmente garantire che uno stato palestinese indipendente e smilitarizzato viva in pace a fianco dello stato nazionale ebraico. E ci permetterebbe si passare, nel giro di un anno o due, da un era di conflitti a un era di pace.
Ma qui c’è l’intoppo: nessuna di queste soluzioni, semplici e generalmente accettate, può essere attuata nel futuro prevedibile. Allo stato attuale, i palestinesi non accettano uno stato palestinese smilitarizzato né uno stato d’Israele ebraico. Né sono disposti a rinunciare alla loro pretesa di “tornare” a insediarsi all’interno del sovrano stato d’Israele. Israele, dal canto suo, non dispone di istituzioni statali abbastanza forti da far sgomberare un centinaio di insediamenti isolati coi loro centomila abitanti. E poi, né Israele né i palestinesi sembrano dotati della maturità e della responsabilità necessarie per gestire un delicato regime di coesistenza a Gerusalemme, la città più a rischio del mondo.
La conclusione è evidente. Sebbene all’apparenza tutti conoscano perfettamente come dovrebbe essere l’accordo per la spartizione del paese, vi sono ben poche probabilità che un accordo venga effettivamente firmato o attuato nei prossimi anni. Dunque non sorprende che Ehud Olmert e Tzipi Livni non siano riusciti a concludere granché durante i loro anni di colloqui con Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e Ahmed Qorei (Abu Ala). Né sorprende che i palestinesi si rifiutino di intavolare negoziati diretti con Israele, e che Israele faccia ben poco per far sgomberare gli avamposti illegali in Cisgiordania.
L’idea che la pace sia a portata di mano è una falsità, qualcosa che entrambe le parti semplicemente continuano a dire al resto del mondo per celare i loro rispettivi reconditi propositi. I palestinesi hanno la sensazione che il tempo lavori a loro favore, e non sono disposti a fare compromessi. Gli israeliani, d’altra parte, sono come paralizzati. Entrambi parlano di pace e giocano a fare la pace, ma non sono pronti a pagare il prezzo per la pace.
Nella seconda parte del 2010 gli Stati Uniti intendono ritirare metà delle loro forze dall’Iraq. E vorrebbero porre fine alla guerra in Afghanistan intorno al 2011. Nel frattempo, dovranno fare i conti con l’Iran. Per portare a buon fine queste tre ciclopiche missioni, gli Stati Uniti hanno bisogno di rabbonire il mondo arabo islamico: e quindi si danno da fare per dimostrare che sono premurosi verso 300 milioni di arabi almeno quanto lo sono verso 13 milioni di ebrei. Così a Washington sono tentati di credere all’impossibile: riuscire graditi all’islam chiudendo rapidamente il dossier del conflitto israelo-palestinese.
È una tentazione fatale. Gli Stati Uniti possono fare pressioni su Israele, ma non sui palestinesi. Il tentativo di imporre alle parti una pace rapida, ma finta, genererebbe un’esplosione, oppure un accordo pericolosamente sbilanciato. In ogni caso il risultato sarebbe l’opposto di quello perseguito dagli americani.
Piegare la schiena a Israele alimentando una serie di crisi in corso a Gerusalemme non farà che destabilizzare il Medio Oriente. Prima o poi questo porterà a una ripresa delle violenze. Ma la guerra che alla fine potrebbe scoppiare non sarà una guerra locale, bensì regionale e con una dimensione religiosa.
L’amministrazione Obama ha una sola via d’uscita: la Siria. Solo un accodo di pace israelo-siriano potrebbe riequilibrare il Medio Oriente. Solo un accordo di pace israelo-siriano potrebbe aiutare l’Iraq, isolare l’Iran e indirettamente contribuire alla causa in Afghanistan. Solo un tale accordo potrebbe creare la cornice di tempo necessaria per garantire progressi lenti ma sicuri sul binario palestinese.
Pertanto, anziché chiedere al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di essere flessibile su Gerusalemme, Washington dovrebbe chiedergli di essere flessibile sulle alture del Golan. Il presidente Usa Barack Obama dovrebbe gettare tutto il suo peso su un accordo di pace nel nord. Una riconciliazione israelo-siriana è l’unica strada realistica per arrivare a una pace in Medio Oriente entro l’anno, e giustificare il premio Nobel per la pace conferito a Obama lo scorso dicembre.

(Da: Ha’aretz, 8.4.10)

Nella foto in alto: Ari Shavit, autore di questo articolo

Si veda anche:

Un brutto colpo alle prospettive di pace

http://www.israele.net/articolo,2795.htm