La distorta realtà della politica palestinese

Hamas è considerata eroica perché continua a perseguire la distruzione di Israele con ogni mezzo.

Editoriale del Jerusalem Post

image_3599Nessuno che abbia una minima idea della triste realtà della striscia di Gaza sotto il controllo di Hamas può illudersi sino al punto di credere che il recente cessate il fuoco sia destinato a durare a lungo. E certo non sorprende nessuno la rapidità con cui Hamas è tornata a riarmarsi in vista del prossimo round di scontri con “l’entità sionista” (quando vi sarebbero ben altri progetti a Gaza in cui investire utilmente soldi ed energie), come ha documentato il britannico Sunday Times solo pochi giorni dopo la conclusione dell’operazione “Colonna di nube difensiva” (si veda: http://www.israele.net/articolo,3598.htm ).
Né sorprende granché la risposta che hanno dato i presunti “moderati” di Fatah, la fazione che fa capo al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e che costituisce di gran lunga il più grande fra i gruppi che compongono la confederazione dell’Olp. Mentre Hamas continua a rafforzare i suoi legami con il pericoloso regime sciita in Iran (uno dei maggiori esponenti di Hamas, Mahmoud al-Zahar, si è vantato sabato che l’Iran incrementerà il suo aiuto economico e militare ai gruppi terroristi di Gaza grazie alla “vittoria” di Hamas su Israele), Fatah si è fatta in quattro per dimostrare solidarietà a Hamas. La scorsa settimana, dopo il cessate il fuoco, a migliaia sono scesi nelle strade di Gaza a invocare l’unità fra Fatah e Hamas. Nabil Sha’ath, capo negoziatore dell’Olp con Israele, ha visitato Gaza durante l’operazione anti-terrorismo israeliana e ha detto alla folla, stando a quanto riferisce l’agenzia palestinese Ma’an: “Come sono felice quando vedo sventolare insieme bandiere gialle, verdi, rosse e nere [cioè le bandiere di Hamas, Fatah e Jihad Islamica]. Dobbiamo unirci tutti e operare insieme”.
Il sostegno di Fatah a Hamas non è solo declamatorio. Come ha riferito Khaled Abu Toameh sul Jerusalem Post, diversi gruppi armati affiliati a Fatah presenti nella striscia di Gaza si sono gloriati d’aver lanciato razzi e missili contro Israele durante i recenti scontri e d’aver combattuto fianco a fianco con Hamas. Abbas Zaki, membro del Comitato Centrale di Fatah, in un’intervista a una tv palestinese di Cisgiordania ha elogiato Hamas e Jihad Islamica per aver “scelto di morire per il bene della striscia di Gaza”. Zaki ha voluto sottolineare che Abu Mazen non è contrario alla “resistenza” (leggi: lotta armata) nella striscia di Gaza.
Nel frattempo, Hamas si è pronunciata a sostegno del tentativo di Fatah di ottenere il riconoscimento come “stato”, questa settimana, alle Nazioni Unite. O per lo meno questo è ciò che Fatah vuole far apparire. Sebbene alcune fonti di Hamas abbiano smentito, l’agenzia ufficiale del governo palestinese di Abu Mazen, Wafa, ha riferito che il capo di Hamas e “primo ministro” a Gaza, Ismail Haniyeh, ha telefonato ad Abu Mazen per appoggiare l’iniziativa all’Onu.
Come mai Fatah, che all’apparenza dovrebbe essere il più promettente e ragionevole interlocutore negoziale d’Israele sul versante palestinese, fa del suo meglio per occultare le differenze tra sé e Hamas? Perché, nella distorta realtà della politica palestinese, Hamas – un’organizzazione terroristica, retrograda e antisemita che calpesta i diritti umani, sacrifica la popolazione di Gaza e opprime sistematicamente donne e non-musulmani – viene vista come eroica dall’opinione pubblica palestinese per il fatto che continua a perseguire la distruzione di Israele con tutti i mezzi, comprese le stragi suicide e l’uso dei civili come scudi umani, mentre Fatah viene considerata traditrice collaborazionista per aver accettato, anche solo in linea di principio, di parlare di pace con Israele.
Il che spiega come mai, quando Hamas e Jihad Islamica hanno sparato razzi su Gerusalemme e Tel Aviv, centinaia di palestinesi che vivono nelle zone controllate da Fatah come Gerusalemme est, Ramallah, Nablus e Hebron, sono scesi in piazza a manifestare la loro gioia con slogan come “Oh ebrei, l’esercito di Maometto viene a darti la caccia”.
Finché i palestinesi non decideranno di rivolgere le loro energie dall’odio cieco per Israele e l’occidente all’auto-sviluppo e all’auto-determinazione, finché i capi palestinesi non abbandoneranno violenza e diplomazia unilaterale per ispirare invece la loro gente con una visione di pace, prosperità e riconciliazione, la fine del conflitto resterà irraggiungibile, si continueranno a perdere invano vite umane in inutili scontri militari, mentre insensate manovre diplomatiche che non portano da nessuna parte non faranno che allontanare ulteriormente il giorno in cui palestinesi e israeliani riusciranno a coesistere in pace.

(Da: Jerusalem Post, 25.11.12)

DALL’ARCHIVIO DI WWW.ISRAELE.NET:

26.11.2012 – Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), parlando domenica a Ramallah, si è detto “assolutamente fiducioso” circa la richiesta che intende avanzare all’Onu il 29 novembre (anniversario della spartizione in due stati decisa all’Onu nel 1947, accettata da parte sionista e rifiutata da parte araba) di elevare lo status della delegazione Olp alle Nazioni Unite da quello di “ente invitato permanente” a quello di “Stato osservatore”. Gerusalemme considera tale mossa una grave violazione degli Accordi di Oslo, che prevedono la definizione di uno ”Stato palestinese” solo mediante negoziato e accordo con Israele. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha più volte affermato che i tentativi palestinesi di arrivare a uno Stato indipendentemente dal processo negoziale di pace mette e repentaglio la possibilità di arrivare a una soluzione a due Stati.