La favola del razzismo israeliano

Vi sono pregiudizi, come in ogni altro paese, ma nessuna forma di apartheid

Da un editoriale del Jerusalem Post

image_1830Il giornalista di Ha’aretz Danny Rubinstein ha suscitato un putiferio agli inizi del mese quando a un convegno Onu ha parlato di Israele come di uno “stato da apartheid”. Negli stessi giorni, il principale tabloid israeliano Yediot Aharonot titolava in prima pagina “paese razzista” un’inchiesta giornalistica che, usando dei reporter camuffati da comuni cittadini, metteva a confronto le diverse possibilità pratiche che hanno israeliani askenaziti, sefarditi, ultra-ortodossi, russi, etiopi o arabi di trovare un lavoro o un asilo-nido per i figli.
Se è già abbastanza odioso quando questo genere di denigrazioni vengono scagliate da chi odia gli ebrei o da chi vorrebbe cancellare Israele, tanto più difficile è capire perché debbano farlo degli israeliani che si ribellerebbero alla sola idea di essere qualificati come anti-sionisti.
Evidentemente quella che non è chiara è la differenza che corre fra – da una parte – rilevare un certo tasso di pregiudizi e di discriminazioni, che esistono in Israele come in tutti i paesi del mondo, e – dall’altra – dire che Israele è “razzista” nel suo complesso o per definizione.
Ovviamente sarebbe stupido negare che gli arabi israeliani patiscono di fatto delle forme di discriminazione, o che gli ebrei etiopi sono vittime di pregiudizi. Il fatto che il “falso” askenazita di Yediot alla ricerca di un lavoro abbia avuto miglior fortuna, benché meno qualificato, dei “falsi” disoccupati russo, marocchino, etiope o arabo, per quanto preoccupante, non è certo una grande sorpresa.
Probabilmente coloro che definiscono questi comportamenti preconcetti come “razzismo” lo fanno perché vorrebbero scioccare la gente e spingerla a qualcosa su un problema che è reale. E invece l’inflazione semantica fa più male che bene, giacché finisce per annullare la differenza fondamentale tra pregiudizio e autentico razzismo, fornendo anzi alimento al vero razzismo contro Israele e il popolo ebraico.
Si ha razzismo quando un intero gruppo umano viene considerato superiore o inferiore, per nascita o per caratteristiche fisiche. Il popolo ebraico, che comprende persone di diverso colore della pelle e di diverse origini etniche e culturali, non costituisce in alcun senso una “razza”. Non è possibile convertirsi a una “razza”. Il che – come si sa – non ha mai impedito agli antisemiti di sostenere che gli ebrei sarebbero una razza: motivo per cui è stato giusto che nel 1998 l’Assemblea Generale dell’Onu includesse l’antisemitismo fra le forme di odio che devono essere indagate da un apposito organismo di monitoraggio del razzismo.
Analogamente, il termine apartheid indica una discriminazione ufficiale e di legge all’interno di un paese operata su base razziale. Il che con tutta evidenza non ha nulla a che vedere con il caso di Israele. Innanzitutto perché gli arabi israeliani non costituiscono in alcun modo una “razza” a parte. E poi perché godono di pieni diritti politici e di voto e sono rappresentati in parlamento. La recente, lodevole decisione del ministro degli interni Meir Shitrit di accordare la cittadinanza ad alcune centinaia di profughi dal Darfur smentisce ancora una volta l’accusa a Israele di razzismo, compresa l’accusa di razzismo mossa alla Legge del Ritorno come se essa prevedesse che solo gli ebrei possono diventare cittadini israeliani, il che è falso. Tutti i paesi democratici adottano dei criteri con cui accordano la cittadinanza, e lo stesso fa Israele.
Né l’accusa di apartheid può applicarsi ai palestinesi dei territori contesi, che sono in parte sotto controllo israeliano. Con la parziale eccezione di Gerusalemme, Israele non ha mai cercato di annettere quei territori. Non solo, Israele ha anzi drammaticamente dimostrato la sua volontà di non governare sui palestinesi quando si è ritirato unilateralmente dalla striscia di Gaza, pagando un alto prezzo nel suo tessuto sociale e assumendosi concretissimi rischi sul piano della sicurezza.
All’interno di Israele, come pure all’interno di tutto il territorio che si estende fra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano, esiste una maggioranza di ebrei. Non c’è nulla, qui, che assomigli al caso del Sudafrica dell’apartheid dove una minoranza imponeva la propria volontà alla maggioranza, che fosse o meno su base razziale.
Al contrario, l’origine e la sostanza del conflitto arabo-israeliano sta nella lotta di pochi milioni di ebrei che vogliono esercitare il loro diritto all’autodeterminazione, riconosciuto dalla Società delle Nazioni e dalle Nazioni Unite ma avversato da una ventina di paesi arabi. Non è Israele che ostacola la creazione di un altro stato arabo, la Palestina, bensì il rifiuto di molti arabi di abbandonare il loro sogno di distruggere l’unico stato degli ebrei, cioè Israele.
In questo quadro, è moralmente aberrante che degli israeliani collaborino di fatto all’opera di delegittimazione di Israele, adottando le false ma suggestive accuse di apartheid e di razzismo. Se anche degli autorevoli israeliani vanno dicendo queste cose, come si potranno contrastare i tentativi di rilanciare alla conferenza “Durban Due” attualmente in preparazione l’odiosa (e abrogata) accusa Onu “sionismo uguale razzismo”?
Non regge l’idea che tali accuse vengano scagliate per incoraggiare gli israeliani ad essere più flessibili, o per svelare vere discriminazioni. Ci si può benissimo battere per legittime posizioni politiche e per positivi cambiamenti senza per questo ricorrere alla calunnia. Anzi, quando chi critica evita di scagliare accuse infondate, la sua credibilità aumenta, le sue critiche costruttive hanno ben più valore e hanno più probabilità d’essere ascoltate.
In Israele ci sono molte cose che hanno bisogno d’essere migliorate. Ma chi persegue con onestà questi progressi, che sia israeliano o meno, deve innanzitutto tutelare la legittima esistenza della società israeliana che intende migliorare.

(Da: Jerusalem Post, 6.09.07)

Nella foto in altro: Un esempio di vero apartheid. Un cartello del vecchio Sudafrica su cui si legge: “Per soli bianchi. Questo luogo pubblico e le relative strutture sono riservati all’uso esclusivo dei bianchi”

Si veda anche:

Il colto e pacato intellettuale di grido, e i suoi pregiudizi

http://www.israele.net/sections.php?id_article=617&ion_cat=