La pace non è dietro l’angolo

Confini definitivi, garanzie di sicurezza, indottrinamento all’odio sono solo alcuni dei nodi da sciogliere.

Editoriale del Jerusalem Post

image_3351Incoraggiare israeliani e palestinesi a “re-impegnarsi” per far progredire il processo di pace è uno degli obiettivi dichiarati della visita, questa settimana in Medio Oriente, del Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon.
Tuttavia, da quando il mese scorso ad Amman sono riprese fra le due parti delle trattative di “basso profilo”, è tornata a galla tutta una serie di importanti ostacoli che minacciano di far finire in un vicolo cieco anche questa tornata di colloqui. Perché la sua missione abbia successo, è importante che il segretario generale dell’Onu capisca che, nonostante due decenni di negoziati, vi sono ancora grandi gap da colmare.
Un buon esempio è il concetto di “blocchi di insediamenti”. Per gli israeliani, per le amministrazioni americane almeno dai tempi di Clinton e per diversi paesi europei, tra cui Germania e Francia, l’idea che Israele debba ritirarsi esattamente sulle linee armistiziali del 1949, e che Giudea e Samaria (Cisgiordania), culla della storia ebraica, debbano essere “ripulite” fino all’ultimo israeliano, non è una posizione accettabile. I parametri di Clinton del 2000, la lettera del 2004 dell’allora presidente George W. Bush (approvata da entrambe le camere del Congresso americano), i negoziati condotti dall’allora primo ministro israeliano Ehud Olmert nel 2008 si basavano tutti sul principio che, in qualunque futura soluzione a due stati, Israele avrebbe mantenuto i principali blocchi di insediamenti. Un ampio ventaglio di politici israeliani, da Yossi Sarid e Yossi Beilin sulla sinistra, ad Ariel Sharon e Ehud Olmert nel centro-destra, hanno messo in chiaro che blocchi come Ma’aleh Adumim sarebbero rimasti parte di Israele nel quadro di qualunque futuro accordo di pace. Per i palestinesi, invece, i blocchi di insediamenti non sono affatto “scontati”. La cosa è apparsa evidente nei cosiddetti “Palestine Papers” fatti trapelare nel gennaio dello scorso anno dalla tv Al Jazeera: si trattava di documenti che rivelavano il contenuto dei negoziati condotti nel 2008 fra alti rappresentanti d’Israele e dell’Autorità Palestinese. Da essi è emerso chiaramente che il concetto, presente persino negli accordi ufficiosi di Ginevra, che Israele debba mantenere i blocchi di insediamenti veniva respinto senza mezzi termini dalla parte palestinese, quantunque sembrassero disposti a concedere a Israele qualche quartiere ebraico nella parte est di Gerusalemme. La scorsa settimana i palestinesi hanno ribadito la loro posizione contro i blocchi di insediamenti.
Non basta. Ban Ki-moon deve anche capire la centralità delle misure di sicurezza. Alla luce della cosiddetta “primavera araba”, Israele è più preoccupato che mai che un futuro stato palestinese in Cisgiordania possa finire sotto il controllo di Hamas, affiliata alla risorgente Fratellanza Musulmana: qualcosa di simile a quanto è accaduto nella striscia di Gaza dopo che Israele, con una dolorosa scelta volta a porre fine all’“occupazione”, vi aveva unilateralmente ritirato tutte le sue forze armate, sgomberato tutti i civili israeliani e smantellato tutti gli insediamenti. Ecco perché, dal punto di vista israeliano, sono essenziali una significativa presenza delle Forze di Difesa israeliane nella Valle del Giordano, e il fatto che il futuro stato palestinese sia smilitarizzato. Purtroppo il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha ripetutamente dichiarato che non intende permettere ad alcun soldato israeliano di rimanere nell’area del futuro stato palestinese, pur non escludendo del tutto l’eventuale presenza di una forza internazionale di peacekeeping. Ma le forze internazionali di peacekeeping sono notoriamente inefficaci e inaffidabili: basti l’esempio dell’incapacità dell’Unifil di impedire un massiccio riarmo di Hezbollah dopo la seconda guerra in Libano del 2006, come era invece previsto dalla risoluzione Onu 1701.
Un altro ostacolo alla pace che Ban Ki-moon dovrebbe tenere in considerazione è l’immarcescibile glorificazione che fa l’Autorità Palestinese di scellerati terroristi dediti al deliberato assassinio di civili israeliani. L’esempio più recente, e più scioccante, documentato da Palestinian Media Watch, è una trasmissione della tv ufficiale dell’Autorità Palestinese in cui sono stati decantati come “eroi” i terroristi che hanno assassinato con le loro mani Udi e Ruth Fogel e i loro tre bambini Yoav di 11 anni, Elad di 4 anni e Hadas di pochi mesi. Solo una settimana prima di quella trasmissione, il mufti dell’Autorità Palestinese, Mohammed Hussein, citava pubblicamente (diffuso dalla tv) un testo islamico che incita all’assassinio di tutti gli ebrei. E un mese prima, lo stesso Abu Mazen, in visita in Turchia, si era fatto fotografare mentre ossequioso incontrava alcuni dei terroristi rilasciati da Israele nel quadro del ricatto per la liberazione dell’ostaggio Gilad Shalit, compresa Amana Muna, una delle più odiose assassine, colei che nel 2001 sequestrò e uccise il 16enne israeliano Ofir Rahum dopo averlo attirato in trappola con le sue profferte sessuali via internet.
Nel frattempo Fatah, il movimento che controlla l’Autorità Palestinese in Cisgiordania, continua a portare avanti il processo per la formazione di un governo di unità nazionale con Hamas, un’organizzazione terrorista dichiaratamente antisemita e che invoca la distruzione di Israele.
Ban Ki-moon deve affrontare molte sfide nel lanciare il suo tentativo di “re-impegnare” israeliani e palestinesi, e non abbiamo nemmeno menzionato la questione dei “profughi” palestinesi e del cosiddetto “diritto al ritorno”. Dunque, mentre accogliamo con favore il Segretario generale dell’Onu e i suoi sforzi e gli auguriamo buona fortuna, non possiamo fare a meno di dirci pessimisti circa le sue reali prospettive di successo.

(Da: Jerusalem Post, 31.1.12)

Nella foto in alto: il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, a Gerusalemme

Si veda anche:

«Non stare a pensare, dai tutta la colpa a Israele». Sconcertante il modo in cui viene travisata la politica d’Israele sugli insediamenti

http://www.israele.net/articolo,3350.htm

Il diavolo non è nei dettagli. Due criteri generali senza i quali l’accordo fra israeliani e palestinesi non è possibile

http://www.israele.net/articolo,3326.htm

È cambiato il mufti, non è cambiata la volontà genocida. Quando Husseini faceva davvero ciò che oggi predica il suo successore Hussein

http://www.israele.net/articolo,3349.htm

Secondo l’Autorità Palestinese, “uccidete gli ebrei” non è apologia di reato. A 70 anni da Wannsee, autorità religiose e politiche palestinesi aizzano l’odio contro gli ebrei

http://www.israele.net/articolo,3342.htm

La tv di Abu Mazen elogia i massacratori di Itamar. Celebrati come “eroi” i terroristi che fecero scempio di padre, madre e bambini della famiglia Fogel

http://www.israele.net/articolo,3347.htm

L’Israele che piacerebbe a mass-media, pacifisti ed esperti occidentali. Chi spiega le opinioni della maggioranza moderata israeliana viene definito “fanatico dell’estrema destra”

http://www.israele.net/articolo,3314.htm