La posizione dei palestinesi conta

Nella risposta negativa palestinese si è manifestata un’intima, profonda verità ideologica

di Shlomo Avineri

image_2585Il prof. Shimon Shamir ha ragione quando sostiene (su questo giornale, lo scorso 17 agosto) che “non è affar nostro se l’Egitto definisce se stesso islamico, arabo, africano o faraonico, giacché noi lo riconosciamo semplicemente come entità politica…”. In base a questa premessa, il prof. Shamir sostiene che non dobbiamo chiedere ai palestinesi di riconoscere Israele come lo stato del popolo ebraico. Ma l’analogia non regge, per una serie di ragioni.
Innanzitutto, Israele non ha mai messo in discussione l’esistenza dell’Egitto in quanto entità politica. I palestinesi, invece, sin dal loro rifiuto del piano di spartizione dell’Onu, si sono rifiutati di riconoscere lo “stato ebraico” [“Jewish State”, nella formulazione della risoluzione 181 del 1947] lanciandosi in una guerra volta a distruggerlo. Questa, in fondo, è la vera radice del conflitto.
In effetti, la narrazione palestinese del conflitto si basa tutta sul rifiuto dell’esistenza di uno stato nazionale ebraico su qualunque parte di quel territorio che essi chiamano Palestina. Ora, se hai dichiarato guerra contro lo “stato ebraico”, la firma di un trattato di pace con quello stesso stato non dovrebbe obbligarti viceversa ad accettarlo? Ciò non significa che i palestinesi debbano fare propria la narrazione sionista, ma certamente significa che devono modificare la loro narrazione: che, come è oggi, non ammette l’esistenza di uno stato ebraico.
È esattamente ciò che ha fatto Israele a Camp David e a Oslo. In base agli accordi internazionali firmati, Israele si è impegnato a riconoscere “i legittimi diritti della nazione araba palestinese”. Il primo a farlo fu Menachem Begin. Per molti sionisti, e non solo per quelli della scuola ideologica da cui proviene la destra del Herut, non fu facile. Ma, a differenza di quello che si crede nei circoli dell’estrema destra israeliana, questo riconoscimento non equivale affatto a un abbandono della narrazione sionista: segna piuttosto la disponibilità ad accettare la legittimità di una narrazione alternativa, e la volontà di trovare un compromesso. Ai palestinesi chiediamo solo di fare questo che noi abbiamo fatto da tempo.
Quando era ministro degli esteri, Tzipi Livni, fautrice del principio “due stati per due popoli”, non mancava mai di ricordare che tale principio comporta da parte palestinese il riconosciamo di Israele in quanto stato del popolo ebraico. Benjamin Netanyahu non è stato certo il primo ad avanzare questo concetto. Si può discutere se abbia fatto bene a dare alla questione tanta rilevanza, ma ciò che ha sicuramente scioccato moltissimi israeliani – e non solo i sostenitori del Likud – è stata la reazione rozza e senza mezzi termini dei rappresentanti ufficiali palestinesi.
Con la loro risposta brutalmente negativa, sostengono quelli come il prof. Shamir, i palestinesi “sono caduti nella trappola tesa loro da coloro che chiedevano il riconoscimento dello stato ebraico”. Non mi pare, invece, che vi sia stata nessuna trappola retorica in cui cadere. Abbiamo assistito, piuttosto, al manifestarsi di un’intima, profonda verità ideologica: quella che ancora oggi rifiuta sinceramente di riconoscere la legittimità del diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione. Giacché, per quanto riguarda i palestinesi, gli ebrei non sono una nazione, ma solo un gruppo etnico-religioso senza diritti nazionali. E invece i palestinesi devono capire che l’obiezione valida per Golda Meir – che sosteneva che “esistono dei profughi palestinesi, ma non esiste un popolo palestinese” – vale anche per la loro concezione del popolo ebraico: dal momento che essi si definiscono una nazione, essi sono una nazione.
È vero che la nostra esistenza come israeliani non dipende da ciò che dicono gli altri. E tuttavia l’opinione e la posizione dei palestinesi conta ed è importante. La pace si fa tra nemici. I palestinesi hanno combattuto contro lo stato ebraico e ora, se vogliono veramente e sinceramente fare la pace, devono essere disposti a venire a patti con lo stato ebraico, e devono farlo esplicitamente, senza tergiversare.
Certo, non è semplice. Ma né la spartizione della terra né l’accettazione del principio “due popoli-due stati” è stata una cosa semplice per molti ebrei e molti sionisti. E tuttavia è di questo che c’è urgentemente bisogno.

(Da: Ha’aretz, 20.08.09)

Nell’immagine in alto: Tutte le mappe della pubblicista irredentista palestinese indicano senza equivoci l’obiettivo del revanscismo nazionalista arabo-palestinese: la cancellazione di Israele dalla carta geografica

Vedi anche:

Netanyahu è andato dritto al cuore del problema

http://www.israele.net/sezione,,2538.htm