La precipitosa marcia indietro di Erekat

La pace resterà una pia illusione finché i capi arabi continuano a mentire alla loro gente.

Di Matthew RJ Brodsky

image_3054La pubblicazione dei cosiddetti “Palestine Papers” ha mandato l’Autorità Palestinese in fibrillazione, in un frenetico tentativo di correggere il tiro. A quanto pare, la scoperta più sconvolgente che sarebbe emersa dai documenti palestinesi sulle trattative riservate con israeliani e americani diffusi dalla tv Al-Jazeera alla fine di gennaio, è che i dirigenti dell’Autorità Palestinese sono perfettamente consapevoli dei compromessi necessari per arrivare alla nascita di uno stato palestinese, e che sarebbero quasi in grado di onorare le promesse. Ma tutto questo è molto diverso dalle posizioni massimaliste che quegli stessi dirigenti adottano davanti alla loro popolazione. E la loro popolazione è divisa fra Hamas, nella striscia di Gaza, e l’Autorità Palestinese in Cisgiordania. E non si capisce chi rappresenti politicamente l’Autorità Palestinese, fra i palestinesi.
Ad ogni buon conto, stando ai “Palestine Papers” di Al-Jazeera il capo negoziatore dell’Autorità Palestinese, Saeb Erekat, in un incontro del 15 gennaio 2010 a Gerico, avrebbe detto al consigliere del presidente americano David Hale: “Gli israeliani vogliono la soluzione a due stati, ma non si fidano. La vogliono più di quanto si pensi, talvolta più di quanto la vogliano i palestinesi. Quelle carte dicono che avranno la Yerushalaim più grande della storia ebraica, un ritorno di profughi simbolico, uno stato demilitarizzato… che altro dovrei dare?”.
I titoli di Al-Jazeera traboccano della citazione di Erekat. Non c’è solo il fatto che Erekat mostra d’avere precisa consapevolezza di una realtà diplomatica ben nota in occidente, vale a dire che i palestinesi non avranno il 100% della Cisgiordania, né tutta Gerusalemme, né un ingresso illimitato di profughi dentro Israele. C’è che egli osa persino usare il nome ebraico di Gerusalemme, Yerushalaim. Con tutta evidenza deve essere segretamente sionista, è il commento che ricorre. Probabilmente Saeb Erekat finirà nei guai per aver esposto posizioni negoziali che sono moneta corrente in occidente da almeno due decenni, ma che sono del tutto sconosciute alla piazza araba.
La marcia indietro di Erekat è puntualmente arrivato il 24 gennaio con un pezzo da lui pubblicato sull’agenzia di stampa palestinese Ma’an: “La nostra posizione – vi si legge – è rimasta la stessa in diciannove anni di negoziati: vogliamo creare uno stato palestinese indipendente e sovrano sui confini del 1967, con Gerusalemme est come sua capitale e una giusta soluzione della questione dei profughi sulla base dei loro diritti internazionali, compresi quelli stabiliti dalla risoluzione 194 dell’Assemblea generale dell’Onu”. E tanti saluti alla flessibilità, con un bel ritorno alle posizioni massimaliste che i leader palestinesi hanno continuato mendacemente a promettere nel timore che per le strade di Ramallah diventasse troppo popolare la piattaforma della “resistenza” di Hamas che invoca la distruzione di Israele.
Forse che Erekat ha sinceramente mutato posizione? Parrebbe di no. All’epoca in cui il presidente americano Bill Clinton stava decidendo se convocare o meno quello che sarebbe poi diventato il famoso, e fallito, summit di Camp David del luglio 2000, l’inviato Usa per il Medio Oriente Dennis Ross ospitò a cena, un mese prima, i negoziati israeliano e palestinese, Oded Eran e Saeb Erekat. Come racconta nel suo illuminante libro del 2004 “The Missing Peace”, Ross spiegò che non vi sarebbe stato nessun summit a meno che non si intravedesse la fattibilità di un accordo. Sollecitato a spiegare come vedeva l’accordo, ricorda Ross nel suo dettagliato resoconto, “Erekat fu nuovamente molto puntuale: circa il territorio, il 92% della Cisgiordania allo stato palestinese mentre gli israeliani cedono in cambio un equivalente ammontare di territorio vicino a Gaza, più che raddoppiando la superficie della striscia; circa i profughi, che mettano sul tavolo il numero che possono accogliere in Israele e ci diano il riconoscimento del principio della 194 o del diritto al ritorno; circa Gerusalemme, agli israeliani andranno otto grandi quartieri ebraici di Gerusalemme est, fra cui Ma’ale Adumim, Givat Ze’ev, Pisgat Ze’ev e Gilo, che diventeranno parte di Israele, mentre i quartieri arabi diventeranno parte della Palestina, e una sola municipalità si occuperà di trasporti, acqua, elettricità e fognature”.
Il prevedibile marcia indietro di Erekat rientra tuttavia in un problema più ampio. I leader autocratici arabi hanno preso l’abitudine di distogliere l’attenzione delle loro popolazioni agitando costantemente la questione dell’esistenza di Israele. Quei leader sanno benissimo che Israele continuerà ad esistere, e molti dispacci americani diffusi da WikiLeaks dimostrano che sono anche pronti a fare causa comune con lo stato ebraico quando si tratta della sicurezza regionale rispetto a un Iran Iran animato da ambizioni nucleari. Il problema è che i leader arabi, compresi quelli dell’Autorità Palestinese, non hanno ancora raccontato la verità alla loro gente. Ciò che viene dato per scontato nel mondo occidentale, è ancora problematico e imbarazzante nel mondo arabo.
In verità, finché il popolo palestinese e i suoi leader non faranno pace con la nozione che non avranno mai tutta Gerusalemme né il 100% della Cisgiordania né un ingresso illimitato di profughi dentro Israele, la pace resterà una pia illusione.

(Da: YnetNews, 26.1.11)

Nella foto in alto: Matthew RJ Brodsky, autore di questo articolo

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