La rivoluzione di Netanyahu

Cosa faranno ora arabi e resto del mondo per garantire che il ritiro israeliano non finisca in tragedia?

di Ari Shavit

image_2527Una settimana fa ho pubblicato su queste colonne il mio pezzo sulla “formula di sette parole”: uno stato palestinese smilitarizzato accanto a uno stato ebraico israeliano. [Vedi: “Sette parole per aprire la strada alla pace” http://www.israele.net/articolo,2519.htm ].
Nel suo discorso programmatico sulla politica israeliana tenuto domenica sera all’Università Bar-Ilan, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha adottato quella stessa formula. Netanyahu, tuttavia, ha aggiunto due elementi fondamentali: una solida garanzia internazionale che lo stato palestinese sia veramente smilitarizzato e un chiaro riconoscimento palestinese di Israele in quanto stato ebraico. In base alla sua visione del mondo, l’impegno internazionale a limitare la sovranità dello stato palestinese costituisce il completamento della garanzia internazionale necessaria, secondo Herzl, per creare lo stato di Israele. Ma anche i palestinesi devono riconoscere lo stato nazionale del popolo ebraico per dimostrare che hanno accettato il diritto degli ebrei ad una sovranità in Terra d’Israele.
La pace di Netanyahu ha dunque tre aspetti: Israele accetta lo stato palestinese, i palestinesi riconoscono lo stato ebraico e la comunità internazionale garantisce che lo stato palestinese non metta in pericolo l’esistenza dello stato ebraico.
In un certo senso, la mossa di Netanyahu è in linea con l’approccio di Ariel Sharon. Il primo ministro israeliano si è reso conto d’essere intrappolato in un “steccato” (per dirla con le parole di Sharon), messo nell’angolo e isolato dalla pressione internazionale. E così, come Sharon dopo il 2000, anche Netanyahu ha deciso di uscire dall’angolo prendendo l’iniziativa. Ha accettato il principio di dividere la terra in modo controllato, per evitare una spartizione imposta. Onde prevenire una repentina e pericolosa ritirata sulle linee del 1967, ha proposto un doloroso compromesso. E così si è ritrovato a pronunciare quelle due parole tabù che mai avrebbe pensato di dover dire: stato palestinese.
In un altro senso, la mossa di Netanyahu è nello stile di Ehud Barak. Come Barak dopo il 2000, anche Netanyahu si è reso conto che il resto del mondo e la stessa l’opinione pubblica israeliana fanno fatica a capire per cosa combatte Israele. Come Barak, ha compreso che quando la linea del fronte è sull’occupazione e gli insediamenti, Israele si trova in pozione di svantaggio. Perciò, come Barak, ha deciso di spostare Israele su posizioni più favorevoli. Barak aveva sfidato i palestinesi a Camp David, e Netanyahu li ha sfidati all’Università di Bar-Illan. Focalizzando il dibattito sulle questioni di fondo, ha spostato la linea del fronte israelo-palestinese dalla “crescita naturale” degli insediamenti alla questione della sopravvivenza e del diritto di esistere della sede nazionale ebraica.
Sotto un terzo aspetto le dichiarazioni di Netanyahu costituiscono un passo lungo la strada di Yitzchak Rabin. Rabin venne assassinato quando era convinto che Gerusalemme dovesse restare unita e che il controllo militare sulla Valle del Giordano dovesse restare in mani israeliane. Rabin fu assassinato quando era convinto che l’accordo sullo status finale si sarebbe fondato sulla nascita di uno stato palestinese a sovranità limitata. Dopo il discorso alla Bar-Illan, anche Netanyahu è convinto che l’accordo sullo status finale sarà basato sulla nascita di un siffatto stato palestinese. L’aspetto paradossale e tragico è che il detestato Netanyahu è diventato il continuatore della politica di Rabin.
Tuttavia Netanyahu non è né Rabin, né Barak, né Sharon. Non è un mapainik (sionista laburista) orientato sulla sicurezza, è uno statista della corrente sionista revisionista. Come allievo di Zeev Jabotinsky, Netanyahu ha innescato una rivoluzione concettuale. A differenza dei suoi predecessori, sta cercando di proteggere Israele non per mezzo di dispostivi di sicurezza, bensì con l’affermazione di principi prioritari. A differenza degli altri tre, non cerca di congegnare un accomodamento pratico, quanto piuttosto di stabilire la pace su fondamenta ideologiche solide e chiare. A differenza degli altri tre, Netanyahu si impunta con fermezza e con fierezza sulla storia ebraica, sui diritti degli ebrei e sul principio di una sovranità ebraica.
Può riuscirci o meno. Può guidare il paese alla pace o portarlo alla guerra. Ma ha sicuramente fatto una mossa di portata rivoluzionaria. Netanyahu non solo ha fatto una scelta personalmente coraggiosa, ha anche dato vita a una svolta intellettuale e ideologica. Con la “formula di sette parole” ha ribaltato dalle fondamenta il discorso pubblico sul conflitto. Ha lanciato una sfida senza precedenti alla nazione palestinese e alla comunità internazionale. Dopo il discorso alla Bar-Illan la questione sul tavolo non è quando e dove gli israeliani si ritireranno; la questione è: che cosa faranno palestinesi, arabi, europei e americani per garantire che il grande ritiro israeliano non finisca in tragedia.

(Da: Ha’aretz, 18.06.09)