La sconfitta di Tzipi Livni segna la fine delle illusioni sul processo di pace

Sempre meno israeliani credono che maggiori concessioni possano portare alla pace.

Di Moshe Arens

image_3403Come si sa, nelle primarie del partito Kadima Shaul Mofaz ha vinto e Tzipi Livni ha perso. Ma in gioco c’era molto di più. Quella che ha perso è la soluzione “a due stati”, da anni in prima linea nel discorso pubblico israeliano. Quella che è stata sconfitta è l’offerta di maggiori concessioni ai palestinesi, una politica il cui esponente più di rilievo era appunto l’ex presidente di Kadima Tzipi Livni. Quelle che sono andate al tappeto, nelle primarie di Kadima della scorsa settimana, sono le offerte di concessioni avanzate al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) dall’allora primo ministro israeliano Ehud Olmert e al capo negoziatore palestinese Ahmed Qureia (Abu Ala) dall’allora ministro degli esteri Livni. Questo è il verdetto implicitamente emesso dai membri del partito di maggioranza relativa, il centrista Kadima: un verdetto che riflette i sentimenti di moltissimi israeliani.
Non che la maggioranza degli israeliani sia contraria alla soluzione “a due stati”. Anzi, in diverse occasioni essi hanno dimostrato d’essere pronti ad accettarla, volentieri o a malincuore, se essa fosse in grado di portare la pace. Il problema è che sono stati più e più volte delusi, tanto da domandarsi se ci sia mai qualcuno con cui farla, la pace.
Gli Accordi di Oslo, che godevano del sostegno dalla maggioranza dell’opinione pubblica israeliana, sono ormai considerati un misero fallimento, e Yasser Arafat, il premio Nobel per la pace, è ricordato come una macchietta oggetto di ridicolo.
Il ritiro unilaterale dalla zona di sicurezza nel Libano meridionale ordinato nel maggio 2000 dall’allora primo ministro Ehud Barak godeva, all’epoca, del sostegno della maggioranza degli israeliani. Ma quando Hezbollah, sulla scia di quel ritiro, ha assunto in Libano un ruolo dominante e ha ammassato decine di migliaia di razzi provocando la seconda guerra in Libano (estate 2006), molti israeliani hanno iniziato ad avere dei ripensamenti.
Barak offrì ad Arafat il Monte del Tempio di Gerusalemme, e molto altro ancora, contando sul fatto che, se fosse riuscito ad arrivare a un accordo, avrebbe avuto il sostegno dell’opinione pubblica nelle successive elezioni. Ma le sue clamorose offerte vennero respinte da Arafat (luglio 2000), Barak venne sconfitto alle elezioni e la risposta dei palestinesi fu un’ondata di terrore senza precedenti contro i civili israeliani. Quello sviluppo non andò perso presso l’elettorato israeliano.
Nel 2005 il disimpegno dalla striscia di Gaza voluto dall’allora primo ministro Ariel Sharon, con lo sgombero di tutti i cittadini israeliani che vi avevano la loro casa, era ampiamente sostenuto dall’opinione pubblica israeliana. Ma quando venne seguito dalla caduta della striscia di Gaza sotto il controllo di Hamas e dalla conseguente pioggia di razzi sulle città del sud di Israele, molti israeliani finirono col considerare quel ritiro un grave errore.
Sempre più israeliani, ripetutamente disingannati, hanno perso fiducia nella politica basata sull’assunto che le concessioni possano portare alla pace. L’avvento della “primavera araba”, che sta portando il mondo arabo sotto un dominio fondamentalista islamico, non ha fatto che consolidare lo scetticismo di molti israeliani circa i presunti vantaggi dell’offrire concessioni territoriali ai vicini arabi. Come si dice, si può imbrogliare molti per poco tempo o pochi per tanto tempo, ma non si può imbrogliare un’intera popolazione per tutto il tempo.
Le elezioni che tre anni fa hanno riportato al governo Benjamin Netanyahu sono una chiara indicazione del crescente disincanto di molti israeliani verso il tanto decantato “processo di pace”. La sconfitta di Livni nelle primarie di Kadima ha convalidato questa tendenza che ha contribuito non poco alla sorprendente stabilità del governo Netanyahu. L’attuale legislatura potrebbe persino superare il record israeliano di longevità. La forza dei partiti politici che continuano a sostenere che le concessioni spianerebbero la strada alla pace è in costante declino. Alcuni partiti dell’opposizione iniziano a rendersi conto che continuare ad insistere all’infinito che Israele deve offrire agli arabi concessioni territoriali, e a sostenere testardamente tutte le richieste che i governi stranieri fanno a Israele, ha aperto un divario sempre più ampio fra loro e la maggioranza dell’opinione pubblica israeliana, erodendo il loro consenso politico.

(Da: Ha’aretyz, 03.04.12)

Nella foto in alto: Moshe Arens, autore di questo articolo

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