La sinistra sintassi delle sassate all’ebreo

Lettera aperta a una giornalista israeliana che ha completamente perso la bussola morale.

Di Sherri Mandell

image_3706Ho ritardando la lettura dell’articolo “La sintassi interna dei lanci di pietre palestinesi”, pubblicato su Ha’aretz da Amira Hass, perché sapevo che mi avrebbe fatto male.
Amira Hass ci dice che lanciare pietre è un diritto naturale e un dovere per chiunque sia soggetto a dominio straniero. Scrive che per i palestinesi “lanciare pietre è un’azione, ma anche una metafora della resistenza”: una figura allegorica che descrive l’assassinio di mio figlio.
Secondo Amira Hass, l’assassinio a pietrate di mio figlio Koby non è solo un atto, ma una metafora. Il corpo adolescente di Koby è stato pestato a morte: cos’era, una similitudine o una metafora? Il pestaggio di un ragazzino a colpi di pietre è un’immagine della crudeltà, o è crudeltà pura e semplice? E lei, Amira Hass, fa l’apologia dell’assassinio di mio figlio o è “come se” la facesse?
Forse Asher Palmer e suo figlio Jonathan sono stati uccisi per una sineddoche, la pietra come allegoria del braccio di un intero popolo, della rabbia palestinese? E la bambina (Adele Biton, 2 anni) che sta ancora lottando in ospedale fra la vita e la morte perché l’auto di sua madre è andata a schiantarsi contro un camion a causa delle sassate arabe, cos’è? Un gesto di resistenza?
Mio figlio e il suo amico Yosef, due ragazzini rispettivamente di 13 e 14 anni uccisi a colpi di pietra: un nobile atto di resistenza contro i loro libri di scuola, i loro panini per la merenda, i loro compiti di matematica.
Capisco quanto deve essere elettrizzante, per lei, scrivere una frase come quella, nel suo articolo: la sintassi interna del rapporto fra occupato e occupante. Il lancio di pietre come “un aggettivo applicato alla resistenza”: trasfigurare la morte della propria gente in una grammatica di intriganti confronti, in una sintassi astuta e sinistra.
Come deve essere bello, per lei, sentirsi così virtuosa con la vita di mio figlio Koby. Giacché, sebbene lei faccia cenno al fatto che i palestinesi dovrebbero usare altri mezzi di resistenza, lo afferma in modo così debole e in sordina che in pratica si traduce nell’apologia dell’assassinio di ebrei innocenti.
Scrivendo in questa Giornata della Memoria della Shoà, mi vengono in mente altri che furono così spietati e indifferenti con la vita di innocenti ebrei. Sicché, cara Amira Hass, come dovrò chiamarla: complice o una che è “come” un complice? O dovrò chiamarla fiancheggiatore? O forse più semplicemente una persona che giustifica l’assassinio di ebrei innocenti?

(Da: Times of Israel, 8.4.13)

Nelle foto in alto: Amira Hass, giornalista israeliana che vive a Ramallah (Cisgiordania), editorialista di Ha’aretz, tiene fra l’altro una rubrica fissa sul settimanale italiano “Internazionale”. Sherri Mandell, autrice di questo articolo, co-direttrice della Fondazione Koby Mandell che gestisce programmi per famiglie israeliane colpite dal terrorismo: http://www.kobymandell.org/

L’articolo originale di Amira Hass (in inglese, per abbonati):

http://www.haaretz.com/opinion/the-inner-syntax-of-palestinian-stone-throwing.premium-1.513131

Si veda anche:

Quegli intellettuali un po’ stolti, e molto ipocriti. Sono i rampolli spirituali di quelli che si entusiasmavano per Stalin

http://www.israele.net/articolo,2766.htm

«Caro attivista, ti scrivo». Lettera aperta delle autorità d’Israele agli attivisti stranieri di “flytilla”, respinti all’aeroporto

http://www.israele.net/articolo,3409.htm

L’Israele che piacerebbe a mass-media, pacifisti ed esperti occidentali. Chi spiega le opinioni della maggioranza moderata israeliana viene definito “fanatico dell’estrema destra”

http://www.israele.net/articolo,3314.htm