La (solita) aggressione ad Israele

Per i palestinesi, la Nakba da cancellare non è l’occupazione del ’67, ma la nascita di Israele nel ’48.

Editoriale del Jerusalem Post

image_3136Gli incidenti di domenica scorsa al confine con la Siria presso Majdal Shams, attraverso il confine con il Libano a Maroun a-Ras e al confine con la striscia di Gaza rappresentano una formidabile sfida alla sicurezza d’Israele.
Cosa potranno fare le Forze di Difesa israeliane se la stessa tattica di tentare irruzioni di massa attraverso le frontiere venisse ripetuta nelle settimane e nei mesi a venire, e se anziché da poche centinaia di infiltrati i confini venissero forzati da migliaia, o decine di migliaia di cosiddetti “profughi” palestinesi e loro sostenitori? Militari e altre forze di sicurezza israeliane si troverebbero sotto una tremenda pressione: fare tutto il possibile per evitare vittime, e allo stesso tempo impedire che la sovranità israeliana venga calpestata in modo sfrenato. Mancare l’uno o l’altro di questi obiettivi potrebbe comportare conseguenze disastrose.
La morte di qualunque rivoltoso disarmato verrebbe immediatamente travisata come un crimine d’Israele e andrebbe ad alimentare ulteriormente la “narrazione” anti-israeliana. Già domenica scorsa moltissimi mass-media internazionali hanno messo insieme tutte le notizie di morti e feriti addossandole tutte a Israele, anche se le Forze di Difesa israeliane hanno continuato a ripetere che i dieci morti segnalati sul confine libanese erano stati causati dal fuoco dell’esercito libanese. E l’attenzione verrebbe distolta dalla repressione in corso nei regimi arabi, esattamente come domenica scorsa gli scontri ai confini d’Israele hanno tolto i riflettori dai cittadini siriani che in quello stesso giorno venivano ammazzati o gettati in prigione a decine nelle città di Homs, Douma, Hama, Banias, Daraa e Damasco.
D’altra parte, permettere che folle fanatizzate irrompano in Israele forzandone i confini – come si è sciaguratamente verificato a Majdal Shams, dove l’esercito non era adeguatamente preparato per un assalto in massa alla recinzione di frontiera – significherebbe mettere a repentaglio la sovranità d’Israele e rappresenterebbe un serio pericolo per la sicurezza, dal momento che consentirebbe a potenziali terroristi di aprirsi facilmente la strada verso i loro bersagli ebraici. Per fare fronte con successo a questa sfida, i soldati israeliani dovranno essere schierati in modo più efficace, sulla base di migliori informazioni di intelligence, e urgentemente equipaggiati e addestrati all’uso di strumenti non letali antisommossa; e si dovranno rafforzare le frontiere con barriere più efficaci e altri dispostivi fisici di dissuasione. Tenendo presente che la forza di pace dell’Onu, schierata in Libano per l’appunto in vista di questo genere di situazioni, come era prevedibile si è dimostrata totalmente inutile.
Se dunque, da una parte, la prospettiva di ulteriori e più grandi irruzioni di massa “non violente” ai confini d’Israele presenta problemi così complessi, dall’altra le proteste della “Nakba” di domenica scorsa costituiscono anche un promemoria della sostanziale ostilità che esiste tuttora all’esistenza stessa di Israele. Si badi bene: l’anniversario della “Nakba”, celebrato dai dimostranti e da coloro che li hanno mandati, non si riferisce alla “catastrofe” della conquista israeliana nel 1967 di Cisgiordania, striscia di Gaza, alture del Golan e Gerusalemme est. No, si riferisce alla “catastrofe” delle rinascita, nel 1948, dello storico stato ebraico, un evento che ancora oggi essi si rifiutano di accettare. Le proteste sono state lanciate non solo in quei territori “contesi” che alcuni leader palestinesi giurano essere il loro unico obiettivo, ma anche contro i confini d’Israele internazionalmente riconosciuti con il Libano e la striscia di Gaza. Il lugubre messaggio della giornata era: nulla è cambiato dal 1947, quando palestinesi e stati arabi respinsero con la violenza il piano di spartizione dell’Onu.
Da qualche tempo la dirigenza ufficiale palestinese non si prende più nemmeno il disturbo di salvare la facciata dei negoziati di pace. Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha stipulato un accordo di unità nazionale con Hamas, un’organizzazione islamista esplicitamente votata all’annientamento di Israele. Lungi dal moderare le posizioni di Hamas, Abu Mazen sembra piuttosto aver estremizzato le sue. Nelle dichiarazioni più recenti, a differenza da quelle precedenti, insiste sul cosiddetto “diritto al ritorno” dei palestinesi. E non parla soltanto di quelli che rimangono dei circa 700.000 palestinesi sfollati dal territorio israeliano prima, durante e subito dopo la guerra scatenata dagli arabi nel 1948; parla anche dei milioni di loro discendenti (i palestinesi sono l’unico popolo al mondo per il quale lo status di profugo si tramanda indefinitamente per generazioni, stando ai criteri stabiliti dall’Unrwa).
La dirigenza palestinese, che ora comprende ufficialmente anche i terroristi antisemiti di Hamas, non paga alcun prezzo diplomatico per le sue esibizioni di estremismo. La rappresentante della politica estera dell’Unione Europea, Catherine Ashton, ha accolto con favore la riconciliazione fra Fatah e Hamas, così come hanno fatto diversi leader di altri paesi occidentali e della Russia, e il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. Se tutto andrà come programmato, a settembre l’Assemblea generale dell’Onu approverà una dichiarazione che, sebbene non vincolante, riconoscerà uno stato palestinese lungo le linee armistiziali del 1949, nonostante il fatto che le questioni centrali del contenzioso con Israele (confini compresi) non siano state ancora risolte. Come ha detto lunedì l’ex ambasciatrice d’Israele all’Onu, Gabriela Shalev, a una commissione della Knesset, la mossa dei palestinesi per il riconoscimento alle Nazioni Unite di un loro stato (senza negoziare un accordo con Israele) costituisce un “obiettivo intermedio” che mira “alla demolizione di Israele di fronte alla comunità internazionale”.
Nel corso dei decenni, la guerra aperta ha lasciato il posto al terrorismo, e poi agli attacchi coi missili. Ora Israele si trova ad affrontare le irruzioni “non violente” attraverso i suoi confini sovrani, la rivendicazione intransigente del “diritto al ritorno” che cancellerebbe Israele in quanto stato ebraico, la non-santa alleanza dei palestinesi con un gruppo terrorista apertamente intenzionato ad annichilire Israele ed ebrei, e una campagna diplomatica per il riconoscimento di uno stato palestinese senza pace né riconciliazione con Israele. Alcune di queste tattiche saranno anche nuove, ma gli obiettivi di fondo sono fin troppo chiaramente immutati sin dal 1947.

(Da: Jerusalem Post, 16.5.11)

DOCUMENTAZIONE
Questa la definizione ufficiale UNRWA di “profugo palestinese”: «Under UNRWA’s operational definition, Palestine refugees are people whose normal place of residence was Palestine between June 1946 and May 1948, who lost both their homes and means of livelihood as a result of the 1948 Arab-Israeli conflict. The descendants of the original Palestine refugees are also eligible for registration. » Traduzione: “In base alla definizione operativa dell’Unrwa, profughi palestinesi sono le persone il cui normale luogo di residenza era la Palestina fra giugno 1946 e maggio 1948, che perdettero sia le loro case che i loro mezzi di sostentamento come conseguenza del conflitto arabo-israeliano del 1948.[…] Anche i discendenti degli originari profughi palestinesi possono registrarsi [presso l’UNRWA]”. A tale proposito, scrive Jonathan Spyer: «[…] Milioni di profughi in tutto il mondo – oltre 130 milioni dalla seconda guerra mondiale – sono stati sotto la responsabilità dell’UNHCR, che mira al reinserimento e alla riabilitazione dei profughi. Ma l’8 dicembre 1949 l’Assemblea Generale dell’ONU approvò la risoluzione 302 che dava vita a un’apposita agenzia dedicata esclusivamente “all’aiuto diretto e ai programmi di lavoro” per i profughi arabi palestinesi – l’UNRWA, appunto – facendone un ente senza eguali. L’UNRWA esiste per perpetuare, non per risolvere, il problema dei profughi palestinesi. Da che esiste, nessun palestinese ha mai perduto lo status di profugo. Esistono, ad esempio, centinaia di migliaia di profughi palestinesi e loro discendenti che sono cittadini della Giordania: eppure, per quanto riguarda l’UNRWA, essi continuano ad essere dei profughi con pieno diritto all’assistenza. In questi sessant’anni l’UNRWA si è trasformata in uno strumento fondamentale per la perpetuazione del problema dei profughi, e in un grosso ostacolo per la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Quando l’UNRWA cominciò a contare i profughi, nel 1948, lo fece secondo modalità che non hanno precedenti: puntando cioè a registrare il massimo numero possibile di quelli che definiva “profughi”. Innanzitutto, venne considerato palestinese chiunque avesse vissuto nella Palestina Mandataria britannica nei DUE anni precedenti lo scoppio del conflitto arabo-israeliano. Inoltre, l’UNRWA conta come profughi anche tutti i discendenti dei profughi originari: un sistema che dal 1948 in poi ha generato – caso unico al mondo – un incremento del 400% nel numero di profughi sotto la sua giurisdizione. Si trattava di una definizione di “profugo palestinese” politicamente motivata, con il sottinteso che i palestinesi sarebbero rimasti profughi per sempre o fino al giorno in cui si fossero trionfalmente stabiliti in uno stato arabo palestinese che comprendesse tutto il territorio su cui sorge Israele. Se si ricostruivano una vita altrove, anche dopo molte generazioni – dopo decenni o, in teoria, dopo secoli – rimanevano comunque ufficialmente profughi. Cosa molto diversa dalle altre situazioni nel mondo, dove gli altri profughi mantengono lo status di “profugo” solo finché non trovavano una collocazione permanente altrove, presumibilmente come cittadini di altri paesi. Infine, per l’UNRWA lo status di profugo palestinese si basava soltanto sulla semplice parola del postulante. Perfino la stessa UNRWA, in una relazione del giugno 1998 del suo Commissario Generale, ammise che le sue cifre erano gonfiate: “I numeri di registrazione dell’UNRWA sono basati su informazioni fornite spontaneamente dai profughi stessi con lo scopo principale di ottenere accesso ai servizi dell’agenzia, e quindi non possono essere dati demografici statisticamente validi”. […]»
Da: Jonathan Spyer, “UNRWA? Un ostacolo alla pace”, Jerusalem Post, 27.05.08

http://www.israele.net/articolo,2234.htm

Nell’immagine in alto: In tutta la pubblicistica palestinese la “nakba” (catastrofe) da cancellare è la nascita di Israele nel 1948, costantemente accompagnata dalla rappresentazione geografica delle terre rivendicate (e lo stato d’Israele scompare del tutto)

Si veda anche:

Quella coazione a ripetere gli errori all’origine della Nakba

http://www.israele.net/articolo,3134.htm