La tentazione del ritiro

Tra Israele e i suoi nemici non c’è la distanza che c’era fra Usa e Vietnam

Da un articolo di Shmuel Rosner

image_1808È stato un discorso importante e affascinante: un presidente degli Stati Uniti che si è pubblicamente dichiarato eretico affermando che il ritiro americano dal Vietnam non fu necessariamente la mossa più saggia. (…) Parlando la scorsa settimana a una convention di veterani, ha detto: “La domanda che abbiamo davanti a noi oggi è questa: la generazione attuale di americani resisterà all’ingannevole tentazione del ritiro e faremo in Medio Oriente ciò che i veterani qui presenti fecero in Asia?”
Il presidente George W. Bush parlava della tentazione di un ritiro dal’Iraq, ma la domanda potrebbe applicarsi anche ad altre aree. I leader israeliani, ad esempio, si sono fatti tentare due volte nell’arco di dieci anni, ritirandosi dal Libano e da Gaza, e la discussione sulle conseguenze di quelle scelte è tutt’altro che finita.
Sono passati più di trent’anni da quando gli elicotteri si alzarono per l’ultima volta da quell’infausto tetto di Saigon, portando con sé gli ultimi fuggitivi, profughi dal collasso del Sud Vietnam: sebbene talvolta possa sembrare che i termini della questione siano stata chiariti da tempo, essa è invece più viva che mai, a scorno di coloro che credono d’aver tramandato l’unica versione possibile della storia.
Una settimana prima che Bush svelasse il suo pensiero, un altro importante esponente repubblicano, l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, aveva fatto la stessa cosa: “L’America non deve dimenticare una delle lezioni del Vietnam”, ha scritto sull’ultimo numero di Foreign Affairs. No, non intendeva la lezione classica, del tipo “l’America non deve lasciarsi intrappolare nell’occupazione di paesi lontani”. Il messaggio di Giuliani è un altro: fu proprio quando il pubblico americano cessò di sostenere la guerra e impose ai suoi leader il ritiro che “le conseguenze divennero terribili”.
Bush, nel suo discorso, ha illustrato queste terribili conseguenze: “Il prezzo del ritiro americano fu pagato da milioni di innocenti le cui sofferenze hanno aggiunto al nostro vocabolario termini come ‘boat people’, ‘campi di rieducazione’, ‘killing fields’.” Furono loro a subire la vendetta del regime del Nord Vietnam e il terrore del governo criminale dei Khmer Rossi in Cambogia. (…)
La verità, comunque, è che la preoccupazione americana per le sorti dei vietnamiti allora, e degli iracheni oggi, non era e non è la principale considerazione che determina la posizione dell’opinione pubblica pro o contro il ritiro.
Lo stesso vale anche in Israele. Il ritiro dal Libano, come quello dal Vietnam, venne imposto dalla gente ai propri leader. E nessuno ha ancora formulato una spiegazione convincente della decisione di Ariel Sharon di ritirarsi da Gaza. Certamente non lo fece pensando soltanto al bene dei palestinesi.
Il discorso di Bush ha suscitato grande scalpore. Immediatamente è diventato chiaro che la sua posizione ha i suoi sostenitori e che la reazione tende a dividersi secondo le linee di partito. Si tratta di storiografia in servizio politico attivo.
Lo stesso accadrà in Israele quando arriverà il momento del prossimo ritiro da territori occupati. Il punto di partenza sarà ciò che detterà l’interpretazione a posteriori delle conseguenze dei ritiri precedenti.
Ma vi è anche una differenza fondamentale tra la “tentazione del ritiro” in America e in Israele. L’America è geograficamente lontana dall’Iraq e cronologicamente lontana dal Vietnam. Per questo la gente tende ad appoggiare il ritiro, mentre i leader cercano di guadagnare tempo. In Israele, dove gli echi dei ritiri precedenti si riverberano ancora nelle strade delle città, da Sderot (nel sud) a Kiryat Shmona (nel nord), è la gente, con le sue amare esperienze, che vuole impedire ai leader di ritirarsi troppo in fretta, la prossima volta. Dopotutto, almeno secondo la versione corrente della storia, il ritiro dal Libano è quello che ha portato all’intifada palestinese e ha rafforzato Hezbollah, mentre il disimpegno da Gaza ha portato il governo Hamas e i missili Qassam alle porte di Ashkelon.
Di fronte a tutto questo, è difficile pensare a un argomento migliore contro un ulteriore ritiro, anche se si tratta di un argomento che ha un difetto cruciale: nessuno può sapere cosa sarebbe accaduto se Israele avesse deciso di non ritirarsi.

(Da: Ha’aretz, 29.08.07)

Nella foto in alto: L’autore di questo articolo, Shmuel Rosner, corrispondente di Ha’aretz dagli Usa

Si veda anche:
La tentazione del ritiro unilaterale

http://www.israele.net/prec_website/nesarret/062rtru.html

Ora in: M. Paganoni, “Ad rivum eundem: cronache da Israele”, Proedi, Milano

http://www.israele.net/sections.php?id_article=1584&ion_cat=7