La tragedia del pacifista israeliano

L’odio genocida non fa alcuna distinzione, quando si tratta di colpire ebrei.

Di Giulio Meotti

image_3113“Benvenuti all’inferno” dice la scritta dipinta su un muro della strada che porta a Jenin, la capitale dei “martiri palestinesi”. Sono trenta gli attentatori suicidi che presero le mosse da questa città della Cisgiordania. Ed è qui che le Forze di Difesa israeliane dovettero combattere (nell’aprile 2002) una delle più dure battaglie, aprendosi la strada nei vicoli imbottiti di trappole esplosive. È la stessa città dove l’attore e regista israeliano Juliano Mer-Khamis è stato ucciso da un terrorista la settimana scorsa.
Mer-Khamis aveva scelto Jenin per edificare la sua utopia di tolleranza. La sua vita e la sua morte rappresentano la più grande tragedia del pacifismo moderno. Gli islamisti non avevano fatto mistero della loro ostilità verso l’arte “deviata” di Mer-Khamis, che amava definirsi al 100% ebreo e al 100% palestinese.
Il discendenza di Mer-Khamis racchiude in sé l’intera storia della sinistra antisionista israeliana. Era figlio di Saliba Khamis, un arabo cristiano che è stato fra i fondatori del Partito Comunista, l’utopia bolscevica che rifiutava il progetto sionista, che era fedele a Mosca e che faceva campagna per la creazione di uno stato unico bi-nazionale arabo-ebraico. Sua madre Arna Mer, un’ebrea vera e propria icona del pacifismo, durante l’intifada era andata a Jenin a fondare il “Teatro delle pietre”, un gruppo sperimentale di ragazzini palestiensi col quale anche Juliano Mer-Khamis aveva collaborato. Arna Mer aveva ricevuto il “Premio Nobel Alternativo” che viene assegnato ogni anno dal palamento svedese ad attivisti umanitari. Preferiva essere chiamata “palestinese”, anziché ebrea o israeliana. Era stata diverse volte arrestata nel corso di tafferugli di protesta contro la politica israeliana nei territori. Diceva che “il sionismo è un’ideologia razzista”.
Ma tutto il pacifismo, l’idealismo e il radicalismo di Mer-Khamis non lo hanno protetto dall’ideologia genocida con cui Israele deve fare i conti sin dalla sua fondazione. Proprio come Massoud Mahlouf Allon, un ebreo osservante immigrato dal Marocco che non venne risparmiato dai terroristi per il fatto che distribuiva coperte ai palestinesi poveri. Senza dimenticare tutti gli israeliani pacifisti e i membri di kibbutz decimati negli autobus e nei caffè durante le stragi della seconda intifada. Tutte uccisioni tanto più agghiaccianti se si pensa che le vittime erano persone estremamente disponibili a cedere terre in nome della coesistenza, che credevano fermamente in un Israele migliore, morale, giusto, democratico ed egualitario.
Il 5 marzo 2003 un attentatore suicida si fece saltare in aria su un autobus diretto all’Università di Haifa uccidendo diciassette persone e ferendone gravemente decine di altre. Si tratta di un’università israeliana con un’alta percentuale di musulmani e cristiani fra i suoi 13.000 studenti. Come l’uccisione di Mer-Khamis, anche quell’attentato mirava ad annientare l’idea stessa della coesistenza. Abigail Litle vi trovò la morte mentre stava tornando a casa: partecipava a un progetto arabo-ebraico per la pace.
Nel novembre 2002 ebbero luogo altre due stragi spietate, a pochi giorni una dall’altra. A Hebron vennero assassinati dodici israeliani; poi, degli uomini con armi da fuoco fecero irruzione nel kibbutz Metzer uccidendo cinque persone: le pallottole dei terroristi non fecero nessuna distinzione fra coloni religiosi a Hebron e colombe liberal a Metzer. Gli uccisi a Hebron erano tutti adulti; a Metzer vennero uccisi a sangue freddo una madre e due suoi bambini. A Hebron, molti dei morti erano soldati; a Metzer le vittime erano tutte civili. La tragica ironia è che quel kibbutz era da lungo tempo impegnato nella promozione della coesistenza con i vicini villaggi arabi: bambini arabi venivano a Metzer per giocare a basket e nella piscina. Come Mer-Khamis, anche il kibbutz era contrario alla costruzione di una barriera di sicurezza fra Israele e Cisgiordania. I membri del kibbutz dicevano che la barriera avrebbe impedito ai contadini arabi l’accesso ad alcuni loro campi che si trovano all’interno dell’Israele pre-‘67. Ma tutto questo radicale pacifismo non bastò per mettere al riparo il kibbutz dal crimine perpetrato quella orribile notte, drammaticamente simile alla carneficina della famiglia Fogel a Itamar del mese scorso. Ai bambini di Metzer spararono alla testa, assassinati nei loro letti, in pigiama, stretti ai loro orsacchiotti. Morirono fra le braccia della madre, che aveva cercato invano di proteggerli.
Quando Arna Mer-Khamis avviò il suo teatro sperimentale a Jenin, esso contava sei ragazzi palestinesi. Cinque di loro sono poi morti come attentatori suicidi e “martiri”. Adesso il buco nero dell’odio ha inghiottito anche lo splendido figlio israeliano di questa fosca utopia. Il corpo di Juliano Mer-Khamis è stato trasferito alle autorità israeliane attraverso un posto di blocco: il suo triste ritorno alla realtà.
Diceva il greco Tucidite che è normale per i figli seppellire i propri genitori, ma che i genitori debbano seppellire i propri figli contrasta con le leggi della natura e scatena l’ira degli dei. Questa è la più importante e più triste differenza fra Israele e il resto del “mondo civilizzato”: quando si tratta di colpire ebrei, l’odio genocida non fa alcuna distinzione.

(Da: YnetNews, 12.4.11)

Nella foto in alto: Giulio Meotti, autore di questo articolo. Ha pubblicato: “Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele”, Torino, Lindau, 2009.

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http://www.israele.net/sezione,,2507.htm