La via ebraica all’indipendenza

Anziché dedicarsi all'eterna lotta contro Israele, i palestinesi dovrebbero far tesoro del suo esempio.

Editoriale del Jerusalem Post

image_3305Il 29 novembre 1947, quando l’Assemblea Generale dell’Onu, con 33 voti contro 13, raccomandò la creazione di uno stato ebraico e uno stato arabo nella terra tra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano, Israele era già una realtà di fatto. La risoluzione 181 in sostanza accordava il riconoscimento internazionale a quella che era già un’entità sovrana ebraica pienamente operativa.
Nei decenni che avevano preceduto la risoluzione dell’Onu, gli ebrei che erano arrivati nel paese, prima sotto dominio ottomano e poi sotto mandato britannico, avevano impiegato incalcolabili energie a trasformare aridi terreni in terre agricole coltivabili, a prosciugare le paludi della Valle di Hula, a edificare una successione di insediamenti umani. Lentamente ma costantemente, attraverso anni di duro lavoro, di sacrifici e di ferrea determinazione, gli ebrei di Palestina trasformarono un paesaggio desolato e improduttivo in una serie di campi coltivati, vivai, frutteti e pascoli per greggi e mandrie. Nel frattempo Tel Aviv diventava rapidamente una vivace città, con piccole imprese e industrie in rapida crescita. I leader dell’Yishuv, cioè del nucleo di ebrei residenti nel paese che avrebbero dato corso, dopo due millenni, alla rinascita della sovranità ebraica nella patria storica degli ebrei, avevano già creato un sindacato, un sistema scolastico e universitario, servizi per la sanità, giornali, partiti politici e organi di governo. Lo stato ebraico ‘in fieri’ aveva anche un suo apparato di difesa, l’Haganà, che – come ha dimostrato la storica dell’Università di Tel Aviv Anita Shapira nel suo libro “Terra e Potere” – non fu affatto il frutto di una mentalità ebraica bellicosa, bensì di una reazione alle violenze arabe che fu anzi riluttante, graduale e contraria alla sensibilità ebraica.
L’impulso ebraico per l’indipendenza, accuratamente preparato, permeato di pressante urgenza sulla scorta della Shoà e della tragica situazione dei profughi ebrei dopo la guerra, si stagliava in netto contrasto con l’emergente nazionalismo palestinese. Sin dal suo inizio il movimento nazionale palestinese, nato come mera reazione all’immigrazione ebraica in Palestina/Terra d’Israele, apparve meno preoccupato di ritagliarsi uno stato per se stesso di quanto non puntasse a far fallire l’impresa sionista. Mentre i sionisti erano occupati a costruire, i palestinesi – sotto la leadership dello spietato e antisemita Haj Amin al-Husseini – impiegavano le loro energie in inutili scioperi e boicottaggi economici (che affrettarono l’autosufficienza economica ebraica), insurrezioni violente (che scatenarono devastanti rappresaglie britanniche) e sfibranti lotte intestine.
Convogliando la maggior parte delle energie in odio e distruzione, il movimento nazionale palestinese non seppe preparare la propria gente all’indipendenza. Durante gli anni del dominio ottomano e del successivo mandato britannico, i palestinesi non crearono partiti politici e non istituirono servizi pubblici né istituzioni di autogoverno. Sembrava un movimento nazionale dedito unicamente all’autodistruzione, e ben poco incline ad autorealizzarsi. Lo stesso tipo di comportamento distruttivo sarebbe poi continuato anche dopo la nascita di Israele.
Negli ultimi anni l’Autorità Palestinese ha lentamente iniziato, sebbene in modo ancora esistante, ad edificare delle istituzioni di governo pre-statali, in particolare sotto la leadership del primo ministro Salam Fayyad¸ che non a caso viene talvolta presentato come una versione palestinese di David Ben-Gurion. Concentrandosi sulla creazione di “fatti sul terreno”, Fayyad ha migliorato sistema fiscale, infrastrutture e sviluppo economico palestinesi (in Cisgiordania). Una dose di trasparenza è stata introdotto per la prima volta nel sistema notoriamente corrotto dell’Autorità Palestinese, permettendo la creazione di forze di sicurezza addestrate e finanziate dagli americani. Ma Fayyad e la sua opera non godono del sostegno dei palestinesi della strada (la sua lista “Terza Via” ha ricevuto il 2,4% dei voti nelle elezioni parlamentari del 2006). E Hamas continua a pretendere le sue dimissioni come precondizione per attuare l’accoro di riconciliazione con Fatah e l’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Anche il tentativo dell’Autorità Palestinese di farsi riconoscere unilateralmente l’indipendenza dall’Onu (senza negoziato né accordo con Israele), erroneamente paragonato al successo di 64 anni fa all’Onu della campagna per l’indipendenza ebraica, appare più come la continuazione della tradizionale strategia distruttiva dei palestinesi. Lo scopo sembra essere la creazione di uno stato palestinese che comprenda Cisgiordania, striscia di Gaza e Gerusalemme est senza fare la pace con Israele né rinunciare ad alcuna delle richieste palestinesi, compresa quella del cosiddetto diritto al ritorno dei profughi (e loro discendenti). Svincolato da un trattato di pace conseguito nel dialogo, questo mini-stato palestinese sarebbe libero di continuare a rivendicare e lottare contro Israele.
Anziché concentrarsi nella loro eterna lotta contro lo stato ebraico, i palestinesi dovrebbero piuttosto impegnarsi a completare l’opera incompiuta, avviata da Fayyad. Recentemente il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen ha ammesso che il suo popolo fece “un errore” quando rifiutò la risoluzione 181 del 29 novembre 1947. È tempo che i palestinesi facciano tesoro dell’esempio dato da Israele e mettano fine a quella tendenza autodistruttiva araba cui si riferiva Abba Eban nel 1973 quando disse che “non perdono mai l’occasione di perdere un’occasione”.

(Da: Jerusalem Post, 30.11.11)

Nell’immagine in alto: L’obiettivo della distruzione violenta d’Israele continuamente ribadito nella pubblicistica del movimento nazionale palestinese

Si veda anche:

Ambasciatore d’Israele all’Onu: “Israele accolse i suoi profughi, gli arabi no. Se sentite un leader palestinese dire ‘due stati per due popoli’, telefonatemi subito”.

http://www.israele.net/articolo,3300.htm

“Uccideremo gli ebrei, annienteremo l’entità sionista”: il truce elogio della violenza e dell’odio antiebraico nella propaganda di Hamas e Fatah

http://www.israele.net/articolo,3294.htm

Il vero ostacolo alla pace è lo stesso da 64 anni: gli errori di giudizio sono la caratteristica costante dei dirigenti palestinesi nella storia del conflitto

http://www.israele.net/articolo,3286.htm

Si veda inoltre:

DVD “Israele, un racconto per immagini. Dall’inizio del Novecento all’Indipendenza”: disponibile per i lettori di israele.net

http://israele.net/sezione,,2477.htm