Le dimissioni di Fayyad

Se i palestinesi affossano il «Ben-Gurion palestinese».

Editoriale del Jerusalem Post

image_3715Nell’agosto 2009 Salaam Fayyad, allora primo ministro dell’Autorità Palestinese, presentò un programma ambizioso e costruttivo per la realizzazione della soluzione a due Stati intitolato “Palestina: fine dell’occupazione, creazione di uno Stato”.
Fayyad, le cui dimissioni sono state accettate venerdì scorso dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), respingeva l’approccio “dall’alto in basso” dei negoziati fra leader politici tipico degli Accordi di Oslo nonché le varie forme di “resistenza all’occupazione”: dalla disobbedienza civile fino al terrorismo. Fayyad proponeva invece una strategia “dal basso verso l’alto”. Non intendeva fare affidamento su alta diplomazia, conferenze internazionali, attentati suicidi, Kalashnikov, razzi Qassam e lanci di pietre quanto piuttosto su responsabilità, efficienza, trasparenza. L’Autorità Palestinese avrebbe lavorato alla creazione di uno Stato indipendente palestinese in Cisgiordania nell’arco di due anni (entro l’agosto 2011): sarebbero state create istituzioni, incoraggiati investimenti dall’estero, messe in opera infrastrutture (un aeroporto internazionale nella Valle del Giordano, collegamenti ferroviari con i paesi vicini), sarebbe stato rinnovato il sistema educativo (con utilizzo di tecnologie informatiche).
Nel febbraio 2010 il presidente israeliano Shimon Peres ebbe a definire Fayyad “il Ben-Gurion palestinese”. Anche Ben-Gurion si era dato alla costruzione di uno Stato mentre era ancora sotto occupazione straniera “creando fatti concreti sul terreno”. Ma sin dall’inizio segnali inquietanti indicavano che l’approccio pragmatico di Fayyad alla costruzione dello Stato sarebbe fallito. A differenza di Ben-Gurion, la cui visione godeva di un ampio sostegno fra gli abitanti dell’Yishuv (la comunità ebraica in Terra d’Israele prima della nascita dello Stato), e non soltanto fra i sionisti laburisti ma anche negli altri partiti sionisti, Fayyad è privo di un vero peso politico. Nelle elezioni del 2006 per il Consiglio Legislativo (parlamento) palestinese, il suo partito “La Terza Via”, che annoverava anche Hanan Ashrawi, raccolse poco più del 2% del milione circa di voti espressi. Durante la campagna elettorale le accuse da parte di un membro di Fatah di Nablus che egli stesse lavorando per conto della Cia furono premonitrici dei tesi rapporti politici che Fayyad avrebbe avuto come primo ministro, privo com’è di una base elettorale significativa, ed essendo stato insediato su pressione degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. In effetti le pressioni americane ed europee su Fatah, e sul suo leader Abu Mazen, sino alla minaccia di sospendere le denotazioni se Fayyad fosse stato destituito, non hanno fatto che minare la posizione politica dell’ex economista della Banca Mondiale, in varie occasioni durante i suoi sei anni di mandato.
Come ha scritto, in un recente articolo per il Gatestone Institute, Khaled Abu Toameh, corrispondete del Jerusalem Post per gli affari arabi, “i leader di Fatah rimpiangono i tempi di Yasser Arafat quando potevano rubare gli aiuti internazionali stanziati per assistere i palestinesi”. I membri di Fatah conservano certamente un mesto ricordo di quando, nel 2001, sotto pressione dell’amministrazione Bush, Arafat nominò Fayyad ministro delle finanze: nel giro di pochi mesi Fayyad mandò a casa 40.000 burocrati del tutto superflui dell’Autorità Palestinese e fece chiudere decine di enti di beneficenza di Hamas che servivano da facciata alle attività politiche e terroristiche dell’organizzazione.
Eppure, nonostante la sua impeccabile integrità, Fayyad non è riuscito a guadagnarsi la fiducia e il sostegno di quella popolazione palestinese di Cisgiordania che avrebbe dovuto guidare. I sondaggi di popolarità fra i palestinesi vedono costantemente vincitori terroristi come Marwan Barghouti, condannato in Israele a cinque ergastoli per aver promosso attentati e personalmente organizzato l’assassinio di quattro israeliani e un sacerdote greco-ortodosso, o come Ismail Haniyeh¸ capo di Hamas nella striscia di Gaza. In un sondaggio condotto dal Palestinian Center for Policy and Survey Research di Khalil Shikaki nel dicembre 2009, quando Fayyad aveva appena lanciato il suo programma e l’ottimismo era alto, solo il 13% dei palestinesi diceva di volerlo come primo ministro.
Né l’integrità personale di Fayyad, né il suo PhD all’Università del Texas, e nemmeno la sua esperienza alla Federal Reserve di St. Louis, al Fondo Monetario Internazionale e alla Arab Bank sembrano impressionare più di tanto i palestinesi. “Se Fayyad avesse ammazzato un ebreo o mandato uno dei suoi figli a scagliare pietre contro qualche auto israeliana, si sarebbe guadagnato il rispetto e il sostegno di un gran numero di palestinesi”, conclude Abu Toameh.
L’uscita di Fayyad dalla politica palestinese è significativa non solo perché mette fine, almeno per il momento, alle speranze in un approccio alternativo per risolvere il conflitto israelo-palestinese; ma anche perché mette in luce l’angosciante dato di fatto che per avere veramente successo nella politica palestinese non basta adoperarsi per migliorare le condizioni del popolo palestinese: bisogna anche essere un nemico giurato e preferibilmente violento di Israele.

(Da: Jerusalem Post, 16.4.13)

Nella foto in alto: Salaam Fayyad, primo ministro dimissionario dell’Autorità Palestinese