Le pelose condoglianze del sig. Solana

C'è qualcosa di perverso nell'offrire continue condoglianze, negando il sostegno che potrebbe rendere superflue quelle stesse condoglianze.

Da un editoriale del Jerusalem Post

image_344L’aspetto più tragico del doppio attentato suicida a Be’er Sheva di martedì scorso è che è costato la vita a sedici persone e ne ha ridotte quasi in fin di vita altre quindici.
L’aspetto più significativo è che si tratta del primo attentato suicida riuscito dal marzo scorso. Se l’attentato, dunque, pone fine a un notevole periodo di relativa calma, d’altra parte esso mostra anche i progressi che abbiamo fatto sul terreno della sicurezza. Basterebbe ricordare a noi stessi – o meglio, al resto del mondo – come stavamo solo trenta mesi fa, alla vigilia dell’Operazione Scudo Difensivo: attentati terroristici praticamente ogni giorno, talvolta più di uno al giorno. Eppure, quando Israele lanciò la sua controffensiva in Cisgiordania, i soloni di mezzo mondo ci garantirono che “la risposta militare” sarebbe fallita.
Come si è visto, invece, la risposta militare è servita, così come sono servite le uccisioni mirate di terroristi e mandanti e tutte le altre contro-misure messe in campo dalle Forze di Difesa e dai servizi di sicurezza israeliani. Ed è servita la barriera difensiva: il dato più eloquente dell’ultimo attentato è che gli aggressori sono arrivati a Be’er Sheva da Hebron, lungo un tragitto ancora non ostacolato dalla barriera. Ci fosse stata la barriera, non sarebbero riusciti a passare tanto facilmente.
Ormai è troppo tardi perché la Corte dell’Aja ne prenda atto, cosa che peraltro non avrebbe fatto comunque. Ed è tardi anche perché ne prenda atto l’Unione Europea, che invece ha ritenuto di inviare in Israele una nota di condoglianze di cinque frasi, attraverso il suo rappresentante Javier Solana. “Condanno nel modo più energico gli attentanti terroristici di oggi a Be’er Sheva– scrive Solana – e desidero innanzitutto esprimere la mia simpatia e le più profonde condoglianze alle famiglie delle vittime e alle autorità israeliane. La violenza deve cessare. Essa mina gravemente tutti gli sforzi volti a trovare una soluzione al conflitto mediorientale. L’applicazione della Road Map è l’unica strada da percorrere”.
Si noti bene: Solana condanna degli “attentati terroristici” guardandosi bene dal nominare i perpetratori. Dice che “la violenza deve cessare” senza fare alcun riferimento agli autori di questa particolare violenza. Offre simpatia alle vittime e alle autorità israeliane, e poi passa subito a prescrivere la Road Map come “l’unica strada da percorrere”. Ma finora la Road Map non ha salvato la vita di un solo israeliano, mentre la barriera anti-terrorismo ha già salvato decine di vite, forse centinaia. Che razza di simpatia è mai questa che nega alle vittime i mezzi per difendersi? Non è una domanda meramente retorica. Senza dubbio Solana risponderebbe che egli approva tutti i mezzi purché siano “legittimi”. Ma per quanto ci sforziamo, non ci viene in mente nessun mezzo per fermare il terrorismo che Solana consideri “legittimo” e che sia anche efficace.
Nel suo libro di memorie da poco pubblicato, l’ex ministro degli esteri israeliano Shlomo Ben-Ami (laburista) riferisce di una conversazione che ebbe con il ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer alla fine dell’ottobre 2000, dopo un mese che era scoppiata questa ondata di violenze e terrorismo palestinese. “Per la prima volta da quando era iniziato il nostro colloquio – ricorda Ben-Ami – gli chiesi in tono assai duro di smetterla di darci lezioni, e di cercare di mettersi nei panni di Israele. Per favore, gli dissi, chieda agli esperti militari del suo paese che cosa si deve fare in questa situazione. Mandi al nostro stato maggiore il suo attaché militare a Tel Aviv: forse avrà da farci qualche proposta che noi non conosciamo. Cosa volete che facciamo? Dovremmo evacuare tutti gli ebrei che abitano nei quartieri attorno a Gerusalemme e mandarli al nord, così non dovremo rispondere ai palestinesi che sparano dentro le nostre case?”
Ben-Ami non riferisce la risposta di Fischer, se mai ce ne stata una. Giacché il fatto puro e semplice è che l’idea che ha Europa di amicizia con Israele consiste nell’impartirci continue lezioni su banalità come “quanto è preferibile la cooperazione rispetto al conflitto” (come se non lo capissimo da soli), senza dare mai nessun consiglio concreto su come dovrebbe combattere una democrazia aggredita.
C’è qualcosa di perverso in questo offrire continue condoglianze negando il sostegno che potrebbe rendere quelle stesse condoglianze non più necessarie.
Sappiamo tutti benissimo che, alla fin fine, l’unica vera “soluzione” è la pace. Ma la domanda è: nel frattempo l’Europa intende permetterci di difenderci?

(Da: Jerusalem Post, editoriale, 2.09.04)

Nella foto in alto: cimitero di Be’er Sheva, si preparano le fosse per le vittime del doppio attentato del 31 agosto

Sullo stesso argomento, si veda anche il seguente articolo e quelli ad esso linkati:

Ma Israele ha il diritto di difendersi?

http://www.israele.net/prec_website/analisi/07044sch.html