Lettera dal fronte

Parole e sentimenti di un soldato israeliano in servizio al confine con la striscia di Gaza.

image_3586Un soldato israeliano, che ha chiesto di restare anonimo, ha mandato domenica questa lettera al blog curato da Corey Feldman su “Times of Israel”:

«Nelle ultime 24 ore si sono abbattuti sul sud di Israele centosette razzi. Centosette razzi sparati con l’intenzione di uccidere, ferire, mutilare. Centosette razzi puntati contro la popolazione civile di uno stato sovrano. E dal momento che finora non ci siamo lanciati in un’operazione su larga scala per affrontare i responsabili di queste aggressioni violente, pongo una domanda banale: “Quale altro paese al mondo tollererebbe tutto questo?”. Quale altra nazione sovrana al mondo permetterebbe una così palese violazione dei suoi confini e della sua sicurezza senza reagire con la massima determinazione? Alcuni colpi mirati su qualche obiettivo terroristico sono solo un inizio di reazione, ma non sono la risposta necessaria di fronte a tali attacchi.
Il motivo della reazione così misurata da parte di Israele è in parte legato al fatto che da Israele si pretendono standard di comportamento che non si pretendono da nessun altro paese al mondo, e Israele tiene in grande considerazione l’opinione del mondo. Il mondo chiede continuamente a Israele di “esercitare autocontrollo” di fronte ad aggressioni totalmente ingiustificate contro la sua popolazione, e allora io pongo un’altra domanda: “Sulla base di quali precedenti?”. Attacchi molto più piccoli di questi hanno provocato reazioni molto più dure da parte di altre nazioni. Tra il 1936 e il 1939 gli inglesi affrontarono un’insurrezione araba bruciando interi villaggi e uccidendo tremila palestinesi. Nel 1970 re Hussein di Giordania reagì a tumulti palestinesi massacrando non meno di 2.500 palestinesi in soli dieci giorni. Nel 1989, a Panama, quattro marines americani disarmati sbagliarono strada e incapparono in un posto di blocco al quale non si fermarono: uno fu ucciso, un secondo ferito. Il presidente Bush (padre) definì l’incidente “una gravissima violenza” e invase Panama con ventimila soldati.
Dall’inizio del 2009 sono stati sparati dalla striscia di Gaza su Israele circa 2.262 razzi, soprattutto contro centri abitati da civili. Stando al sito ufficiale delle Forze di Difesa israeliane, nei tre anni seguiti all’ultima operazione anti-terrorismo nella striscia di Gaza undici persone sono state uccise e 127 ferite da lanci di razzi e mortai palestinesi. Nelle scorse settimane gli attacchi da Gaza si sono considerevolmente intensificati. Lo scorso 23 ottobre un ufficiale israeliano in normale servizio di pattuglia al confine è stato ferito in modo molto grave. La settimana scorsa altri tre soldati sono stati attaccati e feriti mentre erano in servizio di pattuglia. Due giorni dopo, terroristi da Gaza hanno aperto il fuoco contro un’altra pattuglia israeliana. Ieri [sabato] l’ultima raffica di attacchi è iniziata alle 4 del pomeriggio quando una jeep della mia base con a bordo quattro soldati (due sono miei amici) è stata colpita da un razzo anti-carro. Uno dei soldati versa in condizioni critiche, colpito alla testa e agli occhi, e potrebbe non farcela. Oggi [domenica], tre civili sono stati feriti da schegge mentre si recavano al lavoro nella città di Sderot.
Da quando è iniziata quest’ultima serie di attacchi, quelli di noi che sono incaricati della prima risposta al confine con Gaza hanno ricevuto l’ordine di restare dentro ai blindati. Abbiamo dormito un po’ di minuti, non ore. Dentro quei blindati abbiamo mangiato, abbiamo tentato di dormire, abbiamo riso, abbiamo brontolato, abbiamo cantato, scherzato e a volte pregato. Una delle nostre principali responsabilità come forze di primo intervento è quella di proteggere le comunità e i kibbutz nelle vicinanze del confine contro le infiltrazioni terroristiche, e spesso i lanci di razzi preludono ad attacchi terroristici. Di conseguenza, quando piovono i razzi le forze di prima risposta si precipitano nei loro mezzi mentre i civili si precipitano nei rifugi. E così da ieri sera abbiamo assistito in prima fila allo spettacolo di decine di razzi che da Gaza si abbattevano su Israele. Quando vedi un razzo lanciato nella tua direzione sembra sempre, in un primo momento, che sia diretto proprio contro di te. Se si è abbastanza scaltri, si impara a smettere di guardare. Quando cessava la sirena dell’allarme antiaereo, riprendevamo a cantare, gridare, pregare, insultarci: qualunque cosa pur di non pensare troppo a quel che accadeva attorno a noi. Inevitabilmente, poi, il razzo si abbatte sul terreno e la terra trema, di più o di meno a seconda della distanza, scuotendo non solo il nostro mezzo, ma anche la nostra salute mentale collettiva.
E così ora scrivo non come semplice cittadino, ma come soldato. Sono pronto. Quello che so è che tutto questo è inaccettabile. Anche uno stillicidio di razzi sarebbe inaccettabile, figuriamoci un diluvio. Le nostre famiglie si meritano di meglio. Il nostro paese si merita di meglio. Sia chiaro: nessuno vuole la guerra, men che meno un soldato di una unità di combattimento in servizio al confine con Gaza. Capisco i rischi e non li prendo alla leggera. Ma, anche se non abbiamo chiesto noi questa escalation, siamo pronti a difendere le nostre case e le nostre famiglie.
Chiedevamo la pace, e i nostri nemici hanno risposto con i razzi. Chiedevamo di poter mandare i nostri bambini a scuola senza la paura che possano non tornare, di poter andare in auto al lavoro senza la paura che cadano razzi sul traffico nell’ora di punta, di poter vivere la nostra vita senza la paura per i razzi e il terrorismo, e ci è stato risposto un sonoro “no!”.
Da quando ci siamo nuovamente ritirati dalla striscia di Gaza dopo l’operazione anti-terrorismo del 2009, il nostro desiderio di pace è stato accolto da migliaia di razzi e mortai: razzi e mortai che equivalgono a una dichiarazione di guerra. Non abbiamo chiesto noi tutto questo, non siamo noi che l’abbiamo voluto. Ma a un certo punto, il costo dell’ inerzia diventa troppo alto. Come scisse John Stuart Mill, “la guerra è una cosa brutta, ma non è la cosa più brutta. Molto peggio è lo stato decadente e degradato della morale e del sentimento patriottico che porta a pensare che non vi sia nulla per cui valga la pena di fare la guerra. Colui che non ha niente per cui sia disposto a combattere, niente che sia più importante della propria sicurezza personale, è un misero essere che non ha altra possibilità di essere libero se non quella di diventarlo, o di restarlo, grazie a sforzi di uomini migliori di lui”.»

(Da: The Times of Israel, 12.11.12)

Nella foto in alto: un’immagine del soldato israeliano (nessuna relazione con l’autore di questo articolo) che “suona” il suo blindato, dal video: “No More War Concerto” (Il concerto: basta guerra). Per vedere il filmato:

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=Pf2zm9j5iig#!

Circa questo filmato, si veda anche (in inglese): http://www.jewishhumorcentral.com/2011/08/israeli-soldier-turns-his-tank-into.html

Si veda inoltre:

Qualche piccola verità dalle zone di conflitto. Il vero ostacolo alla pace è la caccia all’ebreo considerata come una cosa normale

http://www.israele.net/articolo,3422.htm

Un esercito di cittadini a difesa dei cittadini. Questa è la vera forza dell’esercito israeliano, senza la quale non basterebbero le più moderne tecnologie

http://www.israele.net/articolo,3385.htm

Perché combattono. I soldati d’Israele sanno perché combattono e quanto preferirebbero non doverlo fare

http://www.israele.net/articolo,3367.htm

Secondo voi, cosa significa “morte a Israele”? Mia figlia è un non-combattente disarmato: un dettaglio che dovrebbe essere di qualche rilevanza

http://www.israele.net/articolo,3278.htm

Lettera da un “criminale di guerra”. Offeso per non essere stato inserito nella lista intimidatoria che un anonimo ha messo on line

http://www.israele.net/articolo,2991.htm