L’illusione di un accordo globale impedisce intese parziali e pragmatiche

Mentre i proclami all’Onu servono solo a evidenziare la profondità del divario fra le due parti.

Di Shlomo Avineri

image_3249Nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha fatto ancora una volta un errore molto frequente fra i palestinesi: ciò che deve fare un leader palestinese, infatti, non è convincere le nazioni di tutto il mondo, ma convincere gli israeliani.
Uno stato palestinese vedrà la luce soltanto se e quando i palestinesi riusciranno a persuadere gli israeliani di essere davvero pronti a convivere in pace e nel reciproco riconoscimento. Il presidente egiziano Anwar Sadat seppe farlo col suo storico intervento alla Knesset (novembre 1977) che in un batter d’occhio lo trasformò da acerrimo e spietato nemico nel personaggio più popolare in Israele. Abu Mazen, invece, non solo non ha parlato agli israeliani, ma con le sue calunniose dichiarazioni – che non per caso citavano Yasser Arafat, magnificandolo – non ha fatto che aggravare la diffidenza degli israeliani circa le mire dei palestinesi.
Sul discorso del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, inutile spendere parole.
La richiesta del Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu) di rilanciare i colloqui senza precondizioni è un successo diplomatico per Israele, giacché respinge l’approccio palestinese che, ponendo invece precondizioni (arresto delle attività edilizie negli insediamenti e impegno di Israele a tornare sulle linee del 1967), ha portato al fallimento precisamente del rilancio dei negoziati. Il governo israeliano ha agito correttamente quando ha accolto con favore l’appello del Quartetto, mentre il rifiuto dell’appello da parte palestinese mostra come siano loro la parte che punta i piedi.
Questo punto è importante, ma non è essenziale. Quand’anche le parti tornassero al tavolo negoziale, non si vede come potrebbero arrivare a un accordo vista l’evidente distanza che separa le posizioni delle due parti. Se un governo Olmert-Livni non è riuscito a raggiungere un accordo con Abu Mazen dopo quasi due anni di trattative serie e responsabili, è chiaro che non c’è da aspettarsi un accordo fra Abu Mazen e il governo Netanyahu. La diffusa illusione che la chiave di tutto si trovi negli Stati Uniti si è dissolta da quando è entrato in carica il presidente Barack Obama: se un presidente americano non riesce nemmeno a far sedere le parti al tavolo negoziale, come potrà colmare il divario su confini, insediamenti, Gerusalemme, profughi e disposizioni per la sicurezza?
Anche chi, come il sottoscritto, considera gli insediamenti un errore politico e morale, sarebbe veramente ingenuo se credesse che un governo democratico (come quello israeliano) possa facilmente sgomberare centinaia di migliaia di coloni, che i palestinesi cederanno sul “diritto al ritorno”, che uno slogan come “Gerusalemme capitale di due stati” potrà risolvere il groviglio di problemi connessi con lo status della città, o che i palestinesi – che non considerano gli ebrei un popolo – accetteranno Israele come stato nazionale del popolo ebraico.
Bisogna cambiare approccio e capire che in questo momento non vi sono chance per un accordo definitivo. C’è un solo modo per procedere, come a Cipro, nel Kosovo e in Bosnia: in mancanza di una possibilità realistica di negoziare un accordo per lo status permanente, bisogna investire gli sforzi diplomatici nella ricerca di soluzioni alternative: accordi provvisori, misure per costruire fiducia, anche passi unilaterali purché reciprocamente accettabili, incessante cooperazione pragmatica sul terreno.
Nel gergo politico, si tratta di passare dal fallito tentativo di conseguire una soluzione globale a misure politiche parziali di gestione del conflitto, con l’obiettivo “due stati per due popoli” come orizzonte finale dell’azione diplomatica: le parti concordano in linea di principio sul traguardo finale, ma sono consapevoli delle difficoltà che sorgono nel realizzarlo adesso.
Tali mosse parziali costituiranno una delusione per tutte le parti: per i palestinesi, che aspirano giustamente a un loro stato; per gli israeliani, per i quali è essenziale che i palestinesi riconoscano che il popolo ebraico ha diritto alla sua sovranità e indipendenza. Ma abbassare il livello del conflitto e realizzare accordi pragmatici parziali è possibile anche con un governo di destra in carica in Israele e in assenza di una dirigenza palestinese legittima ed efficace, data la spaccatura fra l’Autorità Palestinese in Cisgiordania e il controllo di Hamas sulla striscia di Gaza.
Discorsi ipocriti su un accordo finale entro un anno o due non possono rimpiazzare una politica realistica, che tenga conto del grave stato di cose sul terreno. Soltanto coloro che non coltivano illusioni irrealistiche possono promuovere gli interessi sia palestinesi che israeliani simultaneamente, e aiutare entrambi i popoli a emergere, molto lentamente nel corso del tempo, dalla spietata morsa del conflitto. I proclami alle Nazioni Unite servono solo a evidenziare la profondità del divario fra le due parti.

(Da: Ha’aretz, 5.10.11)

Nella foto in alto: Shlomo Avineri, autore di questo articolo

Si veda anche:

Qual è la colpa di Israele?

http://www.israele.net/articolo,3243.htm