L’impossibile scelta fra questione di principio e pericolo concreto

Che ne sarebbe di una minoranza ebraica che restasse nel futuro stato palestinese?

Di Amiel Ungar

image_2885Può essere malinconicamente appropriato affrontare il tema dei “coloni” che dovessero rimanere all’interno di un futuro stato palestinese a poche settimane dalla pubblicazione del rapporto finale della commissione israeliana incaricata di analizzare il fallito reinserimento dei cittadini ebrei espulsi dalla striscia di Gaza: a cinque anni dall’annuncio dell’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon che si sarebbe trovata un’appropriata sistemazione per ognuno dei coloni “rimpatriati”, molti di essi risultano ancora nel limbo. Se questo è tutto ciò che il governo è riuscito a fare per i 9.000 israeliani che vivevano negli insediamenti sgomberati nel 2005 dalla striscia di Gaza e dalla Cisgiordania settentrionale, è difficile aspettarsi una performance migliore se il dramma fatto dovesse ripetersi per una popolazione che è venti volte più grande. Un tempo i pacifisti israeliani potevano sperare nella generosità internazionale per finanziare il re-insediamento degli sgomberati, ma l’attuale crisi finanziaria globale e i venti di austerità predominati lasciano poco spazio all’ottimismo. Il timore di resistenze assai più gravi all’eventuale ordine di sgombero si aggiunge a tutto questo nel render conto del rinnovato interesse per ipotesi di soluzione che prevedano il permanere di molte comunità di ebrei all’interno del futuro stato palestinese. Cosa che costringerebbe le comunità ebraiche di Giudea e Samaria (Cisgiordania) ad una scelta obbligata fra principio e pericolo.
L’opzione patriottica di principio sarebbe quella di rimanere sul posto. Tale “sumud” (arabo per: determinazione) dimostrerebbe agli arabi che gli ebrei non sono affatto gli ultimi epigoni dei crociati – vale a dire, un’entità aliena – bensì un popolo a dai profondi legami storici e religiosi dei suoi progenitori con questa terra. I saggi del Talmud, forse di fronte a un analogo dilemma nella loro epoca, sostennero che per un ebreo è preferibile vivere sulla Terra d’Israele seppure in una città a maggioranza non ebraica piuttosto che vivere al di fuori di essa in una versione ante litteram di Borough Park a Brooklyn. E poi si tratta anche di una questione di pura e semplice reciprocità. Se ci si aspetta che lo stato di Israele ospiti al proprio interno una minoranza di arabi vicina al 20% del totale, allora ci si deve attendere che il vicino stato palestinese faccia lo stesso con le comunità ebraiche residenti al suo interno, anziché pretendere di ripulire il suo territorio di ogni presenza ebraica.
Sfortunatamente, però, la questione di principio cozza decisamente con la pericolosa realtà sul terreno. Non vi è alcuna realistica prospettiva di qualunque tipo che consenta ad una minoranza ebraica di sopravvivere e prosperare dentro uno stato palestinese. Gli ebrei che scegliessero di restare consegnerebbero se stessi alla sofferenza e probabilmente al martirio. Ma il martirio, nell’ebraismo, è l’ultima delle risorse, non certo l’opzione preferita. Il benevolo trattamento accordato ai cittadini britannici nella Repubblica d’Irlanda una volta che quel paese ottenne l’indipendenza non si ripeterebbe nel futuro stato di Palestina. Si consideri la sorte delle comunità ebraiche in tutto il mondo arabo, dove anche i minuscoli residui della comunità ebraica yemenita affrontano persecuzione e pericoli di morte. Si potrebbe anche estrapolare dalla sorte delle declinanti comunità cristiane: le persecuzioni per mano della maggioranza musulmana hanno fatto dell’emigrazione l’opzione preferita. Betlemme (sotto Autorità Palestinese), un tempo simbolo della cristianità araba, è di fatto oggi una città musulmana. Se questo è il trattamento accordato a gente che condivide la stessa cultura e che parla la stessa lingua, forse che gli ebrei potranno aspettarsi maggiore clemenza? Al massimo si può mettere in conto che una nuova Palestina indipendente rispetterebbe i diritti della minoranza ebraica al livello in cui la Polonia nuovamente indipendente rispettò il Trattato sulle Minoranze della Società delle Nazioni, cioè li ignorerebbe completamente. Il Regno di Giordania prevede la pena di morte per chiunque venga giudicato colpevole d’aver venduto terre ad ebrei. In Israele, al contrario, quando il rabbino capo di Safed esortò gli ebrei a non vendere le loro case ad arabi, il sistema giuridico israeliano si abbatté pesantemente sul suo capo.
Non dovrebbero nemmeno fare ricorso ai pogrom. Le comunità ebraiche sarebbero dominate da mega-moschee con enormi altoparlanti che elargirebbero agli ebrei 24 ore su 24, sette giorni sui sette, appelli spacca-decibel alla preghiera islamica. E se gli ebrei non dovessero capirla, si passerebbe al boicottaggio, alle violenze contro proprietà e beni fino alle violenze contro le persone, seguite da sequestri, arresti, uccisioni (come è avvenuto nei paesi arabi e come avviene coi cristiani). Per salvare la forma, il leader palestinese potrebbe anche rilasciare di tanto in tanto delle condanne, preferibilmente in inglese; ma i responsabili riceverebbero comunque incoraggianti strizzate d’occhio e ricompense (come è avvenuto coi terroristi). La comunità internazionale non muoverebbe un dito per paura di mettere in pericolo il “processo di pace. E le solite voci incomincerebbero a dire che i coloni se la sono cercata (come già avviene con le violenze anti-israeliane).
Forse uno stato palestinese potrebbe tollerare solo una passiva minoranza ebraica che si prestasse diligentemente a sfilare nelle adunate anti-sioniste (che quel regime regolarmente indirebbe, come già avviene nelle capitali arabe). Ma gli abitanti ebrei di Giudea e Samaria non abiurerebbero facilmente alle loro convinzioni sioniste per realizzare questo scenario; mentre dal canto loro è assai improbabile che gli arabi tollererebbero la presenza (nel loro parlamento e sulla loro stampa) di un assertivo “Ahmed Tibi” ebraico schierato a difesa dei diritti della minoranza ebraica.
Questo inesorabile scenario potrebbe essere evitato solo se lo stato palestinese dovesse temere una schiacciante reazione militare d’Israele o una violenta risposta da parte della popolazione ebraica d’Israele che muterebbe la situazione in un caso come quello greco-turco degli anni ’20 o quello fra India e Pakistan del 1947: vale a dire, una reciproca espulsione delle minoranze. Ma questa, alla fine, verrebbe impedita in Israele dal consorzio dei diritti umani e dalle autorità legali, mentre una (ri-)conquista militare non farebbe altro che riportarci tutti al punto di partenza, probabilmente esacerbando ancora di più il conflitto.

(Da: Jerusalem Post, 23.6.10)

Nella foto in alto: Amiel Ungar, autore di questo articolo

Si veda anche:

Uno Stato, una legge, una forza dell’ordine

http://www.israele.net/sezione,,2348.htm