L’incubo delle garanzie internazionali

La storia insegna che, sulla sicurezza, Israele fa bene a non fidarsi.

Di Barry Rubin

image_3203A Israele si chiede in continuazione di avere fiducia nella comunità internazionale, un’idea che finora non ha funzionato granché bene. Adesso l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libano ha fornito un’altra ragione per cui Israele fa bene a non prendersi dei rischi sulla base della speranza di essere protetto dalle garanzie internazionali.
Pur avendo fatto più o meno il massimo che poteva data la sua posizione, Michael Williams, il diplomatico britannico che ricopre attualmente quella carica, ha affermato che il cessate il fuoco sponsorizzato dalle Nazioni Unite, e che pose fine alla guerra fra Israele e Hezbollah dell’estate 2006, “tiene molto bene”. Intendiamoci, tecnicamente è abbastanza vero. Non c’è stata un’altra guerra né gravi attacchi lungo il confine. Ma se questo non è avvenuto è soltanto perché Hezbollah è troppo occupato ad assumere il controllo sul Libano e a prepararsi per la prossima guerra. Come ammette lo stesso Williams, enormi quantità di armi sono affluite nelle mani di Hezbollah: dalla Siria, anche se questo lui non lo dice. Williams ammette solo che i confini del Libano sono “porosi”, uno splendido eufemismo diplomatico per non parlare esplicitamente di traffico illegale di armi sponsorizzato da uno stato.
Per inciso, di recente anche il confine fra striscia di Gaza ed Egitto è diventato “poroso” allo stesso modo.
Non basta. Hezbollah è anche tornato nel Libano meridionale – cosa che l’Onu avrebbe dovuto impedire – e vi ha riedificato il suo sistema di tunnel, bunker e piazzeforti militari. In questi cinque anni, le truppe Onu non hanno mai interferito con queste attività di Hezbollah, nemmeno una sola volta.
Ora, si immagini come funzionerebbero le garanzie dell’Onu e della comunità internazionale con uno stato palestinese. Forse che l’Assemblea Generale approverebbe risoluzioni di condanna della Palestina per violazione degli impegni? Forse che una qualunque forza straniera, schierata nell’ambito di un accordo di pace, entrerebbe in azione per impedire ad armi e terroristi di attraversare i confini della Palestina? Forse che combatterebbe per fermare dei terroristi che attraversassero il confine dalla Palestina verso Israele? Naturalmente no. È un particolare che non viene mai preso in considerazione dai governi occidentali, dagli studi accademici, dai mass-media. Ma lo prende in considerazione Israele.
Se così non fosse, un giorno sentiremmo l’inviato delle Nazioni Unite “per la pace fra Israele e Palestina” che spiega come vanno bene le cose, nonostante quotidiani incitamenti all’odio, indottrinamenti, terrorismo e violazioni degli accordi.
Ecco un esempio di ciò che ci si deve aspettare. Chi arriva in Palestina al campo estivo “Gli occhi dei bambini dei martiri (shahid)”, viene assegnato a uno di questi quattro gruppi (come riferisce Palestinian Media Watch, che traduce la cronaca da un quotidiano legato all’Autorità Palestinese): il gruppo Dalal Mughrabi, intitolato a colei che nel 1978 capeggiò il più sanguinoso attacco terroristico della storia d’Israele (37 civili uccisi, fra cui 12 bambini); il gruppo Salah Khalaf (Abu Iyad), intitolato al capo del gruppo terroristico Settembre Nero, architetto di numerosi attentati, fra cui l’assassinio a sangue freddo di due diplomatici americani in Sudan e di 11 atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972; il gruppo Abu Ali Mustafa, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, artefice di molti attentati contro civili israeliani; infine il gruppo intitolato a Yasser Arafat, il capo di tutti i precedenti. E questa non è opera di Hamas, ma dell’Autorità Palestinese. E con il patrocinio del palestinese moderato che piace a tutti, il primo ministro Salam Fayyad, che ha fatto visita al campo estivo prendendo parte alle cerimonie di chiusura delle attività, pure quelle da lui sponsorizzate.
Ora, si tenga presente che l’Autorità Palestinese potrebbe benissimo intitolare questi gruppi, tanto per dire, ad insigni dottori ed educatori palestinesi, e persino a uomini politici che non furono direttamente implicati nel terrorismo contro civili. Invece, Arafat è uno dei nomi più usati (benché sia stato catastrofico per i palestinesi, cosa che anche molti palestinesi ammettono in privato), mentre Dalal Mughrabi è diventata una vera e propria icona dell’eroismo terrorista di Fatah. Qui il messaggio per i palestinesi non è: “Noi siamo capaci di ottenere uno stato indipendente e di elevare il nostro livello di vita”. Il vero messaggio è: “Noi siamo capaci di uccidere più israeliani di Hamas”.
La buona notizia, comunque, è che se l’Autorità Palestinese verrà ammessa come membro alle Nazioni Unite, potrà entrare nell’Unicef è ricevere finanziamenti Onu per mandare più bambini nei suoi campi estivi.

(Da: Jerusalem Post, 24.7.11)

Nella foto in alto: Barry Rubin, autore di questo articolo

Si veda anche:

6 palestinesi su 10 rifiutano la soluzione a due stati

http://www.israele.net/articolo,3198.htm

Bambini indottrinati all’odio

http://www.israele.net/articolo,3180.htm

Facciamo come se: supponiamo per un momento di essere dei genitori palestinesi

http://www.israele.net/articolo,2744.htm

Quella piccola (sciagurata) svista di Hillary Clinton: perché condanna (solo) Hamas per la santificazione del terrorismo fatta (anche) da Abu Mazen?

https://israele.net/articolo,2787.htm