L’incubo di un ritorno al pre-‘67

La vertiginosa velocità degli sviluppi in MO rammenta agli israeliani la loro potenziale vulnerabilità.

Di David Horovitz 2/2

image_3056Dall’America, in questi ultimi giorni, è giunta la palpabile sensazione di una leadership presa alla sprovvista, stile 1979, senza una ben formulata idea di come reagire all’istantanea implosione di un alleato di lungo periodo. Gli Stati Uniti non volevano ritrovarsi sul versante sbagliato della storia egiziana, né sul versante sbagliato rispetto all’onesta rivendicazione da parte di masse di comuni cittadini egiziani di quella libertà e democrazia che gli americani hanno, rappresentano e perorano a livello globale. E tuttavia solo una settimana fa il segretario di stato Hillary Clinton aveva osservato con approvazione che il governo di Mubarak era “alla ricerca dei modi per rispondere ai legittimi bisogni e interessi del popolo egiziano”.
Quali che siano i limiti del suo potere e della sua influenza, l’America dovrebbe certamente sapere far di meglio che sottovalutare il pericolo rappresentato dalla Fratellanza Musulmana, con la sua avversione per i principi di democrazia, eguaglianza e tolleranza, i suoi trascorsi di feroce antisemitismo e odio per Israele. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto, e ancora dovrebbero, mettere bene in chiaro la loro opposizione all’inclusione della Fratellanza Musulmana in qualunque governo egiziano e – a differenza di quanto non fecero a sufficienza quando il popolo iraniano scese nelle strade – dovrebbero fare tutto ciò che è in loro potere per incoraggiare e contribuire a stimolare una nuova dirigenza laica. Dovrebbero insistere, usando l’ovvia leva del loro vasto pacchetto di aiuti, che tutti gli attori in qualunque futura dirigenza egiziana si impegnino a rispettare il trattato di pace con Israele e a mantenere l’impegno di combattere Hamas. Invece la Casa Bianca ha scelto di incoraggiare la “rappresentanza democratica” nel nuovo Egitto “da tutta una serie di importanti attori non laici”, da intendersi come un chiaro riferimento alla Fratellanza Musulmana.
Mentre l’America gioca di rimessa, l’Iran – pregustando con delizia la caduta dalla sua parte delle tessere del domino regionale – ha offerto una lezione di cinica realpolitik. Con grandiosa ipocrisia, Teheran ha celebrato il coraggio, lo spirito e la legittimità dei dimostranti egiziani, meno di due anni dopo aver falciato per le strade i suoi propri dimostranti post-elettorali. Si potrebbe utilmente considerare, questa settimana, che uso avrebbe fatto uno spavaldo Iran che fosse già nucleare di quella sua forza di intimidazione e influenza per cercare di plasmare gli eventi in corso in Egitto.
Di nuovo, dal punto di vista israeliano la vertiginosa velocità degli eventi serve a ricordarci la nostra persistente vulnerabilità potenziale. Siamo territorialmente e demograficamente dei nani di fonte alle entità in ebollizione schierate tutt’attorno attorno a noi. E non abbiamo più un alleato affidabile in questa regione. E ne abbiamo pochi anche al di fuori di essa.
L’Europa ha largamente accettato l’affermazione dei palestinesi secondo cui il ritorno completo sulle linee pre-1967 sarebbe il minimo che gli dobbiamo. E se può darsi che molti americani tornino ad apprezzare, in questi tumultuosi giorni, l’esclusiva lealtà del loro unico alleato democratico in questa regione, la fiducia non è esattamente reciproca. Noi qui in Israele non dimenticheremo tanto in fretta l’aggressione diplomatica che abbiamo subito un paio di anni fa, su disposizione del presidente Usa, per un progetto edilizio di minore importanza a Ramat Shlomo, un quartiere ebraico nella parte est di Gerusalemme che persino i laconici dirigenti dell’Autorità Palestinese hanno da tempo accettato come parte di Israele. In modo assai spiacevole e ingiustificato, l’amministrazione mise pubblicamente in dubbio il nostro stesso impegno verso i rapporti bilaterali, mettendo fin troppo in chiaro che, per quanto saldo potesse essere Israele come partner degli Stati Uniti, la relazione fra noi non è poi sempre così “indistruttibile” e “incrollabile” come viene abitualmente definita dai candidati alla presidenza Usa in corsa per le elezioni.
La questione delle attività edilizie negli insediamenti israeliani in Cisgiordania è complessa, controversa e tutt’altro che consensuale. Quel che è certo, comunque, è che non rappresenta il fattore irritante che caratterizza il Medio Oriente. Le masse arabe verosimilmente non amano le case costruite da ebrei in Cisgiordania; e probabilmente non amano nemmeno molto gli ebrei in generale. Ma quello che amano decisamente di meno è vedere la propria vita governata, e devastata, dai loro dittatori.
Forse se Stati Uniti ed Europa fossero stati un po’ meno ossessionati dagli insediamenti e un po’ più avveduti sulla dimensione regionale, avrebbero potuto leggerne meglio lo stato d’animo; forse avrebbero potuto capire che le popolazioni di Tunisia, Yemen, Giordania, Egitto e altrove hanno in realtà un’agenda più personale e immediata: il desiderio di maggiori libertà e opportunità. Forse avrebbero potuto intravedere i segnali di pericolo, e fare qualcosa di più per incoraggiare i loro alleati autocrati nella regione a prevenire le rivolte varando sostanziali riforme.
Nulla di tutto questo – mentre Israele osserva l’Egitto implodere, la Giordania che barcolla, il Libano che capitola e l’Iran che già assapora i potenziali frutti – vuol dire che siano tutte perdute le speranze di preservare le relazioni che abbiamo nella regione, e di trovare nuovi interlocutori in futuro. La mancanza di profondità geostrategica di Israele, i dati demografici dei nostri vicini, lo scopo morale che sorreggere il nostro stato sovrano: tutto ci impone di esplorare ogni opportunità che si presenti di “tendere una mano di pace e di buon vicinato”, come recita la nostra Dichiarazione di Indipendenza. Ma in questi giorni e in queste settimane di tumulti a livello regionale, il rischio di fare concessioni in nome di una mera speranza e non di una ragionevole certezza di pace, il rischio di impegnarsi con regimi che potrebbero non avere la reale volontà e capacità a lungo termine di onorare gli accordi fatti con noi, raramente è apparso così evidente da far riflettere seriamente.
Nel momento in cui Israele è circondato dai siriani con la loro tradizionale ostilità, dal Libano caduto di fresco sotto il controllo dell’Iran, dai regimi traballanti di Hascemiti e Abassidi, dall’Hamastan di Gaza e da un Egitto del tutto imprevedibile, davvero l’occidente crede ancora di dover fare inesorabili pressione affinché torni su quelle linee pre-1967 su cui venne attaccato nei suoi primi vent’anni di indipendenza? Non sarebbe il caso che i nostri amici così benintenzionati esercitassero un po’ più di umiltà? Più che la loro paternalistica convinzione di dover intervenire per salvarci da noi stessi, forse potrebbero accordare un po’ più di rispetto all’idea che a Israele si debba riconoscere il diritto di decidere da sé dove e come siano meglio tutelati i suoi interessi vitali.
Nel marzo 1979 firmavamo un trattato di pace con l’Egitto; nell’aprile di quello stesso anno l’Iran diventava la repubblica islamica che sappiamo. Oggi più che in qualunque altro momento dopo di allora, Israele deve affrontare la preoccupazione che sia quest’ultimo evento, e non il primo, quello che finirà per definire la nostra epoca e la nostra regione mediorientale.
(fine seconda e ultima parte)

Parte 2/2. Per la prima parte di questo articolo vedi:
Ribaltate le speranze di un’intera generazione

http://www.israele.net/articolo,3055.htm

(Da: Jerusalem Post, 4.2.11)

Nella foto in alto: David Horovitz, autore di questo articolo