L’inutile fantasia di una pace globale

Bisogna considerare di interesse vitale singoli accordi di pace fra Israele e i suoi vicini

Da un articolo di Zvi Bar'el

image_2456Pezzi di un puzzle che non combaciano fra loro ma che ci si sforza di mettere assieme per farne uscire una specie di immagine unitaria: ecco cosa sembra il 21esimo summit della Lega Araba che si è appena tenuto a Doha.
Il Qatar, paese ospite, non va d’accordo con l’Egitto, il cui presidente ha disertato il vertice. La Giordania è furibonda col Qatar perché la tv Al Jazeera, di proprietà della famiglia regnante nell’emirato, continua a definire un agente della Cia il compianto re Hussein, padre dell’attuale re Abdallah II. Il Sudan, il cui presidente è inseguito da un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per i crimini nel Darfur, ci è andato per raccogliere l’appoggio dei paesi arabi. Egitto e Siria non si sono ancora riconciliati. L’Arabia Saudita si è imbarcata in uno sforzo di riconciliazione pan-arabo, con scarso successo. Le fazioni palestinesi Fatah e Hamas non riescono ad arrivare a un’intesa. E l’Iraq viene ancora considerato con sospetto, in parte perché è sotto forte influenza iraniana. In breve, sembra la Lega del Disaccordo Arabo.
In effetti non si tratta di uno scenario inconsueto. È anzi uno sport diffuso quello di scovare le prove di un Medio Oriente arabo sempre molto diviso, nel quale va in frantumi anche il più basso comun denominatore. Ma è anche uno scenario che dovrebbe suscitare qualche preoccupazione circa la sorte della “iniziativa di pace araba” approvata al summit della Lega Araba del 2002 a Beirut.
All’epoca (si era all’indomani dell’11 settembre) gli sforzi enormi di Arabia Saudita ed Egitto, in cooperazione con Giordania e alcuni stati del Golfo, indussero un nuovo tipo di unità araba intorno a un concetto: promettere sicurezza a Israele, dichiarare la fine del conflitto, avviare una normalizzazione dei rapporti e delle relazioni diplomatiche, il tutto in cambio del ritiro israeliano da tutti i territori “fino alle linee del 4 giugno ‘67″, con creazione di uno stato palestinese con capitale a Gerusalemme e una “giusta” soluzione del problema dei profughi “in conformità alla risoluzione Onu 194”. Fu il summit che marcò ufficialmente l’abbandono della posizione strategica araba formulata al vertice di Khartoum dopo la guerra dei sei giorni del ’67: i famosi tre no arabi al riconoscimento, al negoziato e alla pace con Israele.
Ma il cambiamento strategico offerto dall’iniziativa saudita dipende interamente dall’esistenza di un sostegno arabo completo e totale: senza di questo, l’iniziativa perde qualunque significato.
In teoria l’iniziativa saudita sarebbe ancora viva e vegeta, ma dopo sette anni di ristagno nella salsa congelata dell’inattività diplomatica, potremmo tranquillamente riporla in un cassetto insieme alla Road Map, ai rapporti Mitchell e Tenet e a tanti altri bellissimi documenti che si sono incagliati sugli scogli del processo di pace israelo-palestinese.
Tuttavia, una volta detto che Israele ha la sua parte di responsabilità per aver mancato quella opportunità di pace anche a causa della fredda accoglienza che riservò all’iniziativa, non è una terribile eresia sostenere che molto probabilmente la pace globale cui l’iniziativa puntava è un obiettivo semplicemente troppo ambizioso, e certamente non solo per colpa di Israele. Forse che l’Iraq, prono ai diktat iraniani, farebbe la pace con Israele solo per via di un accordo fra israeliani e palestinesi? Forse che il Libano, la cui politica è dettata da Hezbollah, accetterebbe di fare la pace con Israele quand’anche si arrivasse a un accordo fra Israele e Siria? E il Sudan fondamentalista si affretterebbe a stringere la mano a Benjamin Netanyahu? E quale sarebbe l’offerta dei palestinesi, pace con Ramallah e guerra con Gaza? Persino gli stati del Golfo troverebbero qualche difficoltà a forgiare una politica uniforme verso Israele. L’idea che tutto il Medio Oriente sia lì che aspetta soltanto un ordine – un accordo di pace tra Israele, Siria e palestinesi – per deporre la spada e marciare compatto verso la normalizzazione con Gerusalemme poteva essere vera solo quando in Medio Oriente non c’erano stati arabi.
Nondimeno il frantumato vertice in Qatar, che si autodefinisce (con molto ottimismo) “il summit per la riconciliazione araba”, non dimostra soltanto che l’iniziativa araba non è più valida perché un accordo fra gli arabi non c’è più (se mai c’è stato). Esso richiede anche di adottare un nuovo paradigma politico, che consideri di interesse vitale singoli accordi fra Israele e palestinesi, Israele e Siria, Israele e Libano anche se Yemen, Sudan, Libia, Algeria ecc. non correranno il giorno stesso ad aderire a questa “pace”.
La questione che hanno di fronte il governo israeliano e i suoi critici non è cosa sarebbe potuto accadere se Israele e paesi arabi avessero accettato l’iniziativa saudita, bensì come far proseguire il dialogo con palestinesi e siriani come se l’iniziativa saudita non fosse mai esistita. Questo approccio realistico è quello oggi necessario, anziché un dibattito infinito su ciò che l’iniziativa saudita contemplava e ciò che escludeva. Ed è certamente meglio che continuare a trastullarsi con la fantasia di una (impossibile) pace globale.

(Da: Ha’aretz, 29.03.09)

Nella foto in alto: Il presidente siriano Bashar al-Assad e il presidente sudanese Omar al-Beshir lunedì scorso al vertice della Lega Araba di Doha

Si veda anche:

Hamas e il piano saudita

http://www.israele.net/sezione,,1204.htm