L’inutile mito della panacea palestinese

“Si risolva il problema Palestina e tutto il resto andrà a posto da sé”, suggerivano gli esperti occidentali.

Di Emanuele Ottolenghi

image_3068A partire dall’11 settembre 2001, i neoconservatori americani hanno energicamente sostenuto che nella maggior parte dei paesi arabi la combinazione di stagnazione economica, rapida crescita demografica, mancanza di mobilità sociale in ascesa e repressione politica costituiva terreno fertile per l’estremismo islamico. La loro “agenda per la libertà” – che George W. Bush abbracciò durante il suo primo mandato, per poi tuttavia abbandonarla in gran parte dopo il 2006 – respingeva l’idea corrente secondo cui la rabbia araba, che aveva fatto crollare le Torri Gemelle, fosse frutto dell’occupazione israeliana di Cisgiordania e striscia di Gaza, che l’ondata di islamismo nel mondo musulmano fosse alimentata dall’umiliazione dei palestinesi, che l’epidemia di crescente estremismo nelle comunità di musulmani immigrati in occidente fosse causata da Israele.
Questa narrazione ha permeato l’opinione fin qui accettata che la sola alternativa alla repressione in Medio Oriente fosse stati fallimentari e guerra civile, o l’ascesa di teocrazie islamiche. Il fatto che lo status quo fosse profondamente ingiusto, che i regimi fossero corrotti e che i loro governanti fossero spietati erano considerati dati di fatto spiacevoli, ma necessari. Gli sgradevoli regimi del mondo arabo aiutavano tuttavia l’occidente a partorire la soluzione ai mali della regione: uno stato palestinese che, restituendo giustizia e dignità ai palestinesi, avrebbe miracolosamente neutralizzato l’estremismo.
Così quando l’anno scorso parlò al Cairo il capo delle relazioni estere dell’Unione Europea, Catherine Ashton, citò una e una sola volta la libertà: la libertà palestinese da Israele, anche se i regimi che la ospitavano nella sede centrale della Lega Araba erano impegnati a ridurre al silenzio e torturare i loro stessi cittadini.
L’Europa ha sempre avuto a disposizione una vasta gamma di strumenti politici e di leve economiche per spingere i suoi alleati arabi a introdurre riforme, liberalizzare i loro mass-media, sbloccare la società civile, migliorare la governance, domare la corruzione. Ma i dittatori mediorientali ammonivano ogni visitatore europeo che, così facendo, si sarebbero spalancate le porte all’estremismo islamico. L’Algeria, con il bagno di sangue seguito alla vittoria elettorale degli islamisti nel 1992 e alla conseguente presa del potere da parte dei militari, dava credito alle loro tesi. I mandarini del ministero degli esteri consigliavano ai loro capi di prestare fede ai dittatori: si risolva il problema Palestina, suggerivano, e tutto il resto andrà a posto da sé. E così si fece, perseguendo caparbiamente la pace israelo-palestinese e incolpando furiosamente Israele ad ogni piè sospinto non solo per la mancanza di pace, ma anche per ogni altro problema della regione. Oggi il risveglio rivoluzionario arabo dovrebbe costringere i tipici alfieri dell’idea corrente occidentale ad abbandonare finalmente questa mentalità.
Purtroppo la lezione non sembra ancora appresa. Parlando questo mese in Israele, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale americano James L. Jones ha identificato i progressi nella pace israelo-palestinese come “l’unica cosa che potrebbe avere l’impatto locale, regionale e globale che ormai una questione di urgente necessità”. E ha aggiunto che “il perdurare del contenzioso arabo-israeliano rafforza e amplifica il fascino del messaggio [dell’Iran] agli oppressi e a coloro che sentono di non avere futuro”. Anche il segretario agli esteri britannico William Hague è intervenuto per respingere le preoccupazioni di Israele circa la stabilità del suo trattato di pace con l’Egitto in seguito all’estromissione di Hosni Mubarak. “Questo – ha detto – non è il momento per le parole bellicose, è il momento di imprimere una maggiore urgenza al processo di pace mediorientale”.
Quel che si perde in tutto questo è il semplice fatto che gli arabi della strada che si sono sollevati contro i loro regimi non l’hanno fatto per “liberare la Palestina””, ma per liberare se stessi. I mandarini occidentali hanno sempre dato per scontato che la libertà palestinese fosse tutto ciò di cui aveva bisogno il mondo arabo, che nel frattempo si sarebbe rassegnato alla corruzione, alla repressione e alla persecuzione di donne e minoranze imperanti nella regione. Ma Mohammad Bouazizi non si è dato fuoco lo scorso dicembre, innescando la “rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia, per solidarietà coi palestinesi; il suo suicidio fu piuttosto una risposta diretta alle disperanti restrizioni economiche e sociali nel suo paese. E la reazione spontanea dei suoi connazionali a quel gesto disperato spicca in netto contrasto con le abituali esibizioni arabe di solidarietà ai palestinesi: tradizionalmente delle messinscena spalleggiate dai regimi.
Sicché tutt’a un tratto il tema della libertà degli arabi ha preso la precedenza rispetto al tema Israele e Palestina, o perlomeno questo è quel che dice la tanto esecrata “piazza araba” mentre rovescia un dittatore e lancia la sfida al successivo. L’idea corrente che il conflitto israelo-palestinese sia la madre di tutti i problemi in Medio Oriente si rivela oggi per quello che è: nient’altro che un mito. Lo capiranno finalmente anche i leader occidentali?

(Da: The Wall Street Journal, 22.2.11)

Nella foto in alto: Emanuele Ottolenghi, autore di questo articolo

Si veda anche:

Crollo d’un vecchio cliché

http://www.israele.net/articolo,3050.htm

Perbacco, Mubarak è un dittatore

http://www.israele.net/articolo,3052.htm