L’odio più duraturo

La società arabo-islamica è praticamente l’unica al mondo dove l’antisemitismo viene sostenuto pubblicamente.

Editoriale del Jerusalem Post

image_3216Il Dipartimento di Stato americano ha accordato un finanziamento di 200.000 dollari a MEMRI (Middle East Media Research Institute) per condurre un progetto di ricerca che documenti la presenza in Medio Oriente di antisemitismo, negazione della Shoà e/o la sua esaltazione.
È una buona notizia, che offre l’occasione di trattare ancora una volta il fenomeno dell’importazione di propaganda anti-ebraica all’interno della società araba: praticamente l’unico luogo al mondo, oggi, dove l’antisemitismo viene pubblicamente sostenuto, e dove ancora oggi prospera senza freni. Troppi segmenti delle società arabe continuano ad essere nutrite dai più frusti stereotipi antisemiti, oggi disseminati ancora più rapidamente attraverso internet.
Nella forma e nella sostanza gran parte di questo veleno, fino a poco tempo fa assente dal mondo islamico, è di importazione: uno dei pochi “prodotti” dell’Occidente che i fondamentalisti islamici sembrano accettare ben volentieri. L’antisemitismo arabo si basa sui miti dell’ebreo depravato che un tempo ossessionavano l’immaginario europeo. Per averne conferma, basta chiederlo a uno qualunque degli oltre 800.000 ebrei nati in Medio Oriente che fuggirono dal mondo arabo e islamico nel XX secolo e che furono espulsi per il fatto di essere ebrei. Meglio ancora, basta chiederlo a uno dei milioni di telespettatori egiziani di un serial in 41 puntate basato sui Protocolli dei Savi di Sion andato in onda sulla tv di stato. O chiedere al segretario generale di Hezbollah, il libanese Hassan Nasrallah, quello che ha dichiarato: “Se cercassimo nel mondo intero una persona più vile, spregevole, debole e debilitata per psicologia, mentalità, ideologia e religione, non troveremmo nessuno come l’ebreo”.
La negazione della Shoà, per fare un altro esempio, vale a dire una specialità un tempo esclusivamente europea, è arrivata a permeare il mondo islamico: dalla conferenza di Tehran del 2006 che proclamava la falsità della Shoà, alla tesi di dottorato dell’attuale presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) intitolata: “L’altro lato: le relazioni segrete fra nazismo e movimento sionista”. All’inizio di quest’anno un progetto di insegnamento della Shoà proposto dalle Nazioni Unite per le scuole della striscia di Gaza si è tirato addosso la furibonda condanna di insegnanti e funzionari di Hamas, compreso il “ministro” dell’istruzione.
L’antisemitismo classico ha avuto più che successo nell’innestarsi sulla vita araba, fino a delineare ciò che il professor Robert Wistrich, dell’Università di Gerusalemme, definisce “una contemporanea cultura dell’odio … come non si era più vista dai tempi della Germania nazista”. In un recente libro, “Propaganda nazista per il mondo arabo”, lo storico Jeffrey Herf mostra come i propagandisti nazisti abbiano trasmesso all’opinione pubblica araba il lessico dell’antisemitismo. In effetti – e gli israeliani sono nella posizione migliore per rendersene conto – per certi versi il caso dell’epidemia di antisemitismo arabo è persino peggio di quella dei suoi predecessori. Come ha osservato lo storico e attuale ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Michael Oren, “nonostante tutti i plausi discretamente riconosciuti dal regime ai criminali delle SS, la Germania nazista non li ha mai pubblicamente idolatrati, non tappezzava le strade con le loro foto e non incoraggiava apertamente i bambini ad emularli”. Questo tipo di adorazione per gli assassini di massa si può trovare soltanto, e abbondantemente, fra i palestinesi.
Alcuni credono che l’antisemitismo scomparirà solo con la scomparsa dello stato ebraico: che l’ostilità verso Israele sia la causa dell’ostilità verso gli ebrei. In realtà, è più vero il contrario. L’antisemitismo non è altro che una fantasia politica incomparabilmente conveniente, e l’antisionismo è solo la forma più conveniente di antisemitismo contemporaneo.
Come ha sottolineato Natan Sharansky, ex refusenik sovietico e presidente dell’Agenzia ebraica, “lo stato ebraico non è la causa dell’antisemitismo di oggi più di quanto la mancanza di uno stato ebraico fosse la causa di quello di cento anni fa”.
Alla fin fine non si possono capire le spinte di fondo del conflitto arabo-israeliano – e perché abbia così a lungo eluso la presa dei negoziatori – senza fare i conti con l’ostilità araba verso il popolo ebraico e la sua terra, con le modalità con cui tale l’ostilità plasma sia la cultura politica araba che il fondamentalismo islamico, e con la diffusione di tale intransigente ostilità attraverso i mass-media, e le moschee, e le scuole, e i libri di testo.
Essenzialmente il conflitto non è territoriale. Finché i regimi autocratici della regione che circonda Israele non cesseranno di vedere gli ebrei – e la società liberal-democratica che essi hanno edificato – come un affronto, finché l’ostilità araba non cederà il passo al riconoscimento e all’accettazione, il conflitto e le sue tragedie continueranno.
Per questo motivo – come MEMRI e altri ci ricordano con scioccante regolarità – l’insidiosa ideologia che Wistrich ha definito “l’odio più duraturo”, se viene ignorata è solo a nostro rischio e pericolo.

(Da: Jerusalem Post, 17.8.11)

Nelle foto in alto: alcuni dei più recenti filmati raccolti e sottotitolati in inglese da MEMRI. Si veda: http://www.memri.org/content/en/all_clips/0/0/0/0/51/index.htm

Si veda anche:

“Ora abbiamo assaggiato la fregatura ebraica”: la tv egiziana manda in onda una sitcom intrisa di stereotipi antisemiti

http://www.israele.net/articolo,3192.htm