L’oltraggio, le violenze e la libertà d’espressione

Sbagliato (e inutile) scusarsi per le opinioni (belle o brutte) di privati cittadini.

Di Elliott Abrams

image_3550Come dovrebbero reagire gli americani e il loro governo quando viene fatta qualche affermazione (in un libro, un video, un tweet o in qualunque altro mass-media) che offende una religione e ne consegue uno scoppio di violenze? Alla luce degli eventi delle ultime settimane si possono trarre alcune conclusioni.
Primo. Non si deve assolutamente scendere ad alcun compromesso sulla questione della libertà di espressione. Per molti americani ciò appare del tutto ovvio, ma esiste un forte impulso in giro per il mondo a prevenire e criminalizzare ogni critica alla religione. Come ha detto di recente Salman Rushdie, che da decenni vive sotto minaccia di morte per il suo libro ‘Versetti Satanici’: “Ritengo molto importante che noi teniamo fermo questo punto. È molto importante affermare: noi viviamo secondo queste regole”. E come sottolinea l’intervista del New York Times, Rushdie vive negli Stati Uniti perché gli americani hanno davvero tenuto fermo questo punto, laddove molti altri paesi si sono piegati e hanno ceduto.
Secondo. Il governo degli Stati Uniti non deve scusarsi per commenti stupidi o offensivi fatti da privati cittadini. Anche qui, ha ragione Rushdie: “Non sta al governo americano rammaricarsi per ciò che pensano o dicono i cittadini americani. Dovrebbe semplicemente dire: non è affar nostro, e le reazioni violente sono totalmente fuori luogo”. Invece la reazione del governo americano nell’ultimo caso è stata sbagliata, e ha fatto apparire l’America e l’occidente deboli e paurosi. Innanzitutto non credo che queste scuse funzionino e non vi è alcuna prova che abbiano minimamente funzionato nei casi analoghi del recente passato.
Ma al di là della questione della loro inutilità, c’è la questione della equità e della paura. La realtà dei fatti è che le religioni vengono continuamente criticate e insultate, in America e altrove. La denigrazione del cattolicesimo è costante (basta pensare al film “Paradise Faith” presentato all’ultimo Festival di Venezia, o al crocefisso immerso nell’urina di Andres Serrano che ha vinto un ‘Award in the Visual Arts’ sponsorizzato da un ente governativo statunitense). Uno spettacolo di Broadway come “The Book of Mormon” (Il Libro di Mormon) è, stando ai recensori, una satira caustica e irriverente della religione dei mormoni. Eppure il segretario di stato americano Hillary Clinton lo ha lietamente visto e applaudito. La denigrazione infamante dell’ebraismo è talmente frequente, a cominciare proprio dal mondo islamico, da non richiedere ulteriori commenti: basta dare un’occhiata alla documentazione quotidianamente aggiornata sul sito web di un istituto come MEMRI (Middle East Media Research Institute http://www.memri.org/media-archives-antisemitism-holocaust-denial.html ). Giusto oggi, tanto per fare un altro esempio, mi è capitato sotto gli occhi l’ultimo rapporto di PMW sugli oltraggi all’ebraismo nei mass-media ufficiali dell’Autorità Palestinese (Palestinian Media Watch http://palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=7475 ). Tutte le religioni vengono insolentite, ma sembra che solo all’islam venga riconosciuto il diritto di offendersi e pretendere scuse. La ragione è chiarissima: solo nel caso dell’islam c’è la paura delle violenze.
La nostra reazione, e soprattutto quella del governo americano, non deve essere quella di profondersi in scuse per il fatto che i nostri concittadini esercitano la libertà d’espressione, per quanto rozzi possano essere. Il caso Rushdie serve a ricordarci che l’offesa, le minacce e le violenze non sono sempre frutto di affermazioni volgarmente ignoranti o volutamente provocatorie. E comunque, perché mai il governo dovrebbe mettersi a fare il critico cinematografico, o teatrale, o letterario?
Si deve insistere sulla libertà di espressione ed esigere che tutti i governi ottemperino al loro dovere di proteggere i cittadini e i loro beni. Il Dipartimento di stato americano ha speso 70.000 dollari per trasmettere sulla tv pachistana un annuncio a pagamento in cui si vedono il segretario di stato Clinton e il presidente Barack Obama che in sostanza si scusano per l’ormai famosissimo trailer anti-islamico di 14 minuti, sottolineando quanto siano in disaccordo con esso. E vien da chiedersi: nessuno ha pensato a un annuncio in cui si affermasse che gli americani credono profondamente nella libertà di espressione e di religione, che milioni di musulmani negli Stati Uniti godono di entrambi questi diritti, e che il Pakistan ha semplicemente il dovere, in base al diritto internazionale, di proteggere le ambasciate straniere da ogni violenza? Molti cittadini dei paesi musulmani condividerebbero questa posizione. Alcuni perché appartenenti a minoranze religiose, come ad esempio i cristiani che cercano di proteggere i loro diritti. Altri perché sono musulmani che vorrebbero vivere in uno stato di diritto, anziché sotto l’autorità dei mullah o di bande di delinquenti.
Sono convinto che le sanguinose aggressioni delle ultime settimane sono in gran parte fomentate da estremisti religiosi che vogliono accrescere il loro potere a spese di partiti e governi più moderati. Il fatto che vi siano tumulti e aggressioni non ci dice nulla della vera opinione popolare. Anzi, alcune recenti reazioni in Libia (dove si sono avute consistenti manifestazioni contro l’attacco omicida di Bengasi e la richiesta di rimettere in riga le milizie) ce lo confermano. Gli islamisti cercano di mettere nell’angolo i rispettivi governi costringendoli a usare la forza per proteggere ambasciate e altre istituzioni americane e occidentali. In Tunisia il nuovo governo ha superato la prova, facendo ricorso alla forza – quando necessario – per fermare un assalto all’ambasciata: ha arrestato 96 persone e ha assecondato l’umore della gente secondo cui è ora di agire contro gli estremisti. In altri casi, come in Egitto e in Sudan, i governi hanno fallito. È questo fallimento che i governi occidentali dovrebbero criticare, non l’esercizio della libertà di espressione da parte di cittadini occidentali. E quando quei governi agiscono in modo appropriato, dovrebbero avere il nostro pieno e pubblico sostegno.
Terzo. Siccome questo genere di cose accadranno ancora – qualche cittadino americano o occidentale che dice sull’islam qualcosa che serve a scatenare la violenza nei paesi musulmani – non dobbiamo dimenticare queste ultime settimane. E bisognerà riesaminare cosa hanno detto e fatto il governo americano e gli altri governi occidentali, ed esigere che ci si impegni a far meglio la prossima volta. I nostri massimi rappresentanti non devono essere costretti né precipitarsi a profondersi in scuse per ogni critica dell’islam stupida o ignorante, e tanto meno per le critiche intelligenti e artistiche. Molto meglio ribadire e tener fermi i nostri principi, esigere che tutti i governi onorino il loro dovere di proteggere cittadini e strutture, e dare il nostro fermo appoggio a quei milioni di cittadini dei paesi a maggioranza islamica che vogliono vivere in uno stato di diritto.

Aggiornamento
Ulteriore conferma alla conclusione di cui sopra ci viene dal sito web di MEMRI che lunedì scorso ha sintetizzato i contenuti di vari mass-media arabi sotto il titolo: “Severe autocritiche nel mondo arabo sulle violente reazioni al film anti-islam” (in inglese http://www.memri.org/report/en/0/0/0/0/0/0/6699.htm ). Gli attacchi al consolato degli Stati Uniti a Bengasi e all’ambasciata al Cairo la sera dell’11 settembre 2012 e il dilagare di proteste violente in molti paesi del Medio Oriente hanno suscitato critiche senza precedenti sulla stampa araba. Molti articoli sostengono che le proteste violente recano danno al profeta Maometto e sono in contrasto con norme e principi morali dell’islam, e che sarebbe stato meglio mostrare il volto moderato e tollerante dell’islam reagendo con espressioni artistiche e culturali. Queste sono esattamente le posizioni e le reazioni che noi in America e in occidente dovremmo incoraggiare: è molto più probabile conseguire l’obiettivo insistendo sulla libertà d’espressione che non continuando a scusarsi per le opinioni di privati cittadini.

(Da: Israel HaYom, 25.9.12)

Nella foto in alto: Elliott Abrams, autore di questo articolo

Si veda anche:

Perché si perpetua il mito delle “provocazioni anti-islamiche”. Le esplosioni di violenza non sono causate né dalla visita di Sharon alle moschee né dal filmettino anti-Maometto.

http://www.israele.net/articolo,3545.htm

Le minacce che incombono, le reazioni civili, le reazioni selvagge. L’Iran che entra in Siria, i cristiani che fuggono dal M.O., l’antisemitismo arabo ignorato

http://www.israele.net/articolo,3546.htm