L’opzione giordana

Perché dovrebbe funzionare oggi ciò che non ha funzionato otto anni fa?

Da un articolo di Giora Eiland

image_2242Dopo un paio di mesi di “vacanze estive”, i dirigenti israeliani e palestinesi tornano a discutere di una possibile soluzione del conflitto. Dal primo ministro israeliano Ehud Olmert giungono dichiarazioni ottimistiche secondo cui sarebbe possibile arrivare a un accordo sullo status definitivo entro la fine dell’anno. Nello stesso tempo, i suoi rivali dicono che, vista la debolezza dell’Autorità Palestinese e la distanza fra le parti, non c’è nessuna chance di raggiungere un accordo. Paradossalmente hanno ragione entrambi.
Circa otto anni fa, nel novembre 2000, l’allora presidente Usa Bill Clinton sottopose alle parti una sua proposta di accordo finale. Si trattava di un documento dettagliato che affrontava in modo concreto ogni singola questione al centro del contenzioso. Clinton fece un onesto e coraggioso tentativo per trovare un punto d’incontro fra le opposte rivendicazioni delle due parti. Come sappiamo, quel tentativo non ebbe successo. Entrambe le parti si rifiutarono di “andare fino in fondo”.
La proposta di Clinton era e rimane la soluzione più equilibrata possibile per un accordo di soluzione definitiva, una volta accettato il principio che debbano esistere due stati fra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano: Israele e Palestina. Chiunque intenda impegnarsi in un negoziato per un accordo sullo status finale basato su questo principio, non può che arrivare a un risultato analogo o identico a quello di Clinton. Eventuali cambiamenti sarebbero minuscoli. In questo senso Yossi Beilin ha ragione quando dice che una soluzione dettagliata esiste già e che tutto ciò che occorre, adesso, è una decisione coraggiosa da parte dei leader.
Ma la situazione può essere descritta anche in tutt’altro modo: il massimo che un governo israeliano (qualunque governo israeliano) potrebbe offrire ai palestinesi (sopravvivendo politicamente) è molto meno del minimo che un regime palestinese (qualunque regime palestinese) potrebbe accettare (sopravvivendo politicamente). In realtà, il gap tra le due parti è enorme, e continua ad aumentare.
Di più. Se si confrontano le condizioni oggi prevalenti con quelle di otto anni fa si vede che le cose, oggi, vanno molto peggio. Basterà ricordare cinque elementi che sono cambiati in peggio.
1. Situazione della leadership: il trio Clinton-Arafat-Barak godeva di molta più fiducia a livello nazionale e internazionale del trio Bush-Abu Mazen-Olmert.
2. Nel luglio 2000, quando si avviò quel processo, l’intifada delle bombe non era ancora scoppiata. La cooperazione fra le due parti, compresa la cooperazione nel campo della sicurezza, era immensamente migliore di oggi.
3. Ascesa di Hamas: oggi è chiaro che, nel caso si arrivasse a un accordo sullo status finale e Hamas non lo facesse naufragare, è altamente probabile che lo stato palestinese in Cisgiordania finirebbe sotto il controllo di Hamas. Per Israele non si tratta qui solo di “dolorose concessioni”, ma di assumersi un rischio del tutto irragionevole.
4. La fiducia fra le parti: va scemando fra gli israeliani la convinzione che i palestinesi vogliano “soltanto” a un piccolo stato fra striscia di Gaza e Cisgiordania. Dal canto loro i palestinesi non credono che il governo israeliano voglia o possa attuare davvero un accordo sullo status finale.
5. Le nuove minacce militari – come i missili, i razzi anti-carro, i sistemi anti-aerei avanzati – sono in grado di aggirare qualunque accordo di smilitarizzazione: ecco un’altra ragione per nutrire serie riserve sulla prospettiva di assumersi dei rischi.
Alla luce di tutto questo, sorge con forza una domanda: cosa fa pensare che quello che non ha funzionato otto anni fa, quando le condizioni erano molto migliori, debba funzionare proprio adesso?
In termini pratici, si possono trarre due conclusioni. Primo: un accordo sullo status finale, sebbene sia già noto in tutti i dettagli, non può essere raggiunto nel futuro prevedibile. Secondo: è giunta l’ora di pensare ad altre soluzioni. Una potrebbe essere il ritorno non ai confini del 1967, quanto piuttosto alla realtà del 1967, quando la Cisgiordania era controllata dalla Giordania.

(Da: YnetNews, 3.09.08)

Nella foto in alto: Giora Eiland, autore di questo articolo

Si veda anche:

La nazionalità palestinese e le dure repliche della storia

http://www.israele.net/sections.php?id_article=1763&ion_cat=