L’unico «nemico comune» rimane Israele

Da anni la jihad globale uccide innanzitutto musulmani, ma la Fratellanza la sostiene ugualmente.

Alcuni commenti dalla stampa israeliana

image_3508Scrive Aharon Lapidot, su Yisrael Hayom: «Se non fosse stato per la fulminea reazione delle Forze di Difesa e per l’efficiente coordinamento fra le varie forze di sicurezza israeliane, il tentativo di “mega-attentato” di domenica a Kerem Shalom poteva finire in modo molto più tragico». «Voglio dire – spiega l’editorialista – che qui non c’è stato alcun miracolo e che la fortuna c’entra poco: c’entra piuttosto un’operazione condotta come si deve, che ha visto all’opera intelligence tempestiva insieme a forze aeree e di terra nello sventare un attacco terroristico che aveva ogni potenzialità di produrre una strage».
(Da: Yisrael Hayom, 7.8.12)

Ben-Dror Yemini, su Ma’ariv, sottolinea che «da anni la jihad globale uccide innanzitutto musulmani, ma questo non ha mai impedito alla Fratellanza Musulmana di istigare la jihad (guerra santa). Chiunque giustifichi, difenda, promuova, finanzi e incoraggi la jihad, prima o poi diventa vittima della jihad stessa».
(Da: Ma’ariv, 7.8.12)

Secondo l’editoriale del Jerusalem Post, «per anni il Sinai è servito all’Egitto come redditizia attrazione turistica e, in generale, il Cairo era riuscito a mantenere la calma lungo il confine con Israele dopo gli attentati terroristici del 2004 a Taba e Ras a-Satan. Ma tutto questo è cambiato con la “primavera araba” e la caduta di Hosni Mubarak nel febbraio dell’anno scorso, e la sicurezza al confine è diventata un serio problema». Dopo aver ricordato che «fonti della sicurezza egiziana si dicono convinte che l’attentato di domenica scorsa è stato pianificato dalla Jihad Islamica di Gaza insieme a terroristi, forse beduini, arruolati nella jihad globale e finanziati dall’Iran all’interno dell’Egitto», l’editoriale aggiunge: «Non sarà facile per le autorità egiziane ripristinare il controllo sul Sinai e lungo il confine con Israele. Ma con l’aiuto di Israele e Stati Uniti, possono farcela. Quel che occorre è una campagna concertata per espellere i terroristi della jihad globale sostenuti dall’Iran, rimuovere i depositi di armi nel Sinai e nella striscia di Gaza, bloccare i finanziamenti e l’addestramento dei beduini del Sinai ad opera di Iran, jihad globale e al-Qaeda». E conclude: «Questo è il vero test per il nuovo presidente egiziano, che per inciso è anche leader della Fratellanza Musulmana. Questo è il momento in cui Mohamed Morsi deve scegliere l’occidente rispetto all’Iran, e rafforzare i suoi legami con Israele per combattere il nemico comune: il terrorismo. Se Morsi riuscirà a riportare la calma sul confine israelo-egiziano, l’impatto su tutta la regione sarà enorme».
(Da: Jerusalem Post, 7.8.12)

Scrive Alex Fishman, su Yediot Aharonot che «se Israele non mantiene un preciso quadro di intelligence su ciò che accade nel Sinai, il prossimo attacco terroristico rischia di finire in modo molto diverso. E non è certo il caso di affidarsi all’Egitto. Come hanno spiegato alte fonti della difesa israeliana, se qualcuno si aspetta che, a causa di questo trauma, l’esercito egiziano si decida a lanciare un’operazione militare generale nel Sinai, costui vive in un mondo di fantasie».
(Da: Yediot Aharonot, 7.8.12)

Scrive Ruthie Blum, su Israel HaYom: «Contrariamente a quanto hanno detto molti analisti israeliani all’indomani dell’attacco terroristico di domenica nel Sinai, quell’evento non dimostra affatto che Egitto e Israele hanno ora un nemico comune su cui concentrare una rinnovata cooperazione. È vero che i jihadisti sono piombati sul posto di controllo di Kerem Shalom e hanno massacrato 16 poliziotti egiziani con fucili, granate e coltelli, ma lo hanno fatto per penetrare in Israele una volta rimosso l’ostacolo sulla loro strada». Si domanda l’editorialista: «Forse che la rapida e precisa reazione con cui Israele ha neutralizzato i terroristi ha suscitato anche solo un attimo di gratitudine, di solidarietà, o l’auspicio di rapporti più calorosi fra paesi vicini, accumunati dallo stesso problema? Nient’affatto. Per tutta risposta i Fratelli Musulmani, l’organizzazione a cui appartiene Mohammed Morsi (il primo presidente “democraticamente eletto” della storia d’Egitto), hanno cercato di attribuire l’attacco al Mossad, accusando Israele di voler “bloccare la rivoluzione, e la prova è che un paio di giorni fa ha dato istruzioni ai cittadini sionisti nel Sinai di partire immediatamente, il che rende imperativa la revisione delle clausole del trattato firmato tra noi e l’entità sionista”. Anche Hamas ha condannato l’opera di “agenti israeliani” in un attacco che ha definito “un crimine spregevole che serve solo agli interessi del nemico sionista”». Si domanda ancora l’editorialista: «E’ venuto in mente a qualcuno che è l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani e di Morsi che ha dato impulso a tutte le fazioni estremiste islamiste in Egitto e nella striscia di Gaza per intensificare le attività contro israeliani e arabi “infedeli”? E’ venuto in mente a qualcuno che proprio il gelido atteggiamento di Morsi verso militari e forze di sicurezza ha annunciato agli islamisti che soldati e poliziotti non rappresentavano più una minaccia per loro?». E conclude: «L’unico “nemico comune” nella regione rimane Israele. Questo è il motivo per cui il primo ministro Benjamin Netanyahu, quando si tratta della sicurezza di Israele, continua a ripetere: “Non abbiamo nessun altro su cui contare, solo su noi stessi”.»
(Da: Israel HaYom, 7.8.12)

Si veda anche:
Cronaca di un attentato annunciato. L’estremismo terrorista non conosce limiti: anche il “nuovo” Egitto deve rendersene conto

http://www.israele.net/articolo,3505.htm