Muhammad Ghaneim: il prossimo falco alla guida di Fatah e Olp

Nessuno dovrebbe parlare del conflitto in M.O. senza conoscere le politiche interne palestinesi

di Barry Rubin

image_2620Pochi argomenti vengono trattati più spesso, e in modo più approssimativo, dell’argomento “palestinesi”. Eppure, curiosamente, sembra esservi ben poco interesse per la politica e l’ideologia che governano i loro comportamenti. E lo stesso vale per l’uomo che appare ad ogni effetto designato a diventare il loro prossimo leader, il terzo ad occupare quel posto negli ultimi cinquant’anni dopo Yasser Arafat e Mahmoud Abbas (Abu Mazen).
Il fatto che un tema, teoricamente della massima importanza e priorità per il mondo, venga analizzato poco o per nulla è spiegabile abbastanza facilmente: la narrativa imperante è che i leader palestinesi desiderano ardentemente uno stato, la fine del conflitto e la pace, e che l’impossibilità di conseguire questi obiettivi sia solo colpa di Israele. Invece, anche un rapidissimo esame dei fatti mostra che è vero l’esatto contrario.
Il punto trova ulteriore conferma se, appunto, si considera da vicino l’attuale candidato alla successione, vale a dire Muhammad Ghaneim, spesso noto come Abu Mahir. Di tutti coloro che avrebbero potuto essere credibilmente presi in considerazione per la successione al vertice di Fatah, e quindi dell’Olp e dell’Autorità Palestinese, Ghaneim è probabilmente il più falco. Sebbene i mass-media abbiano parlato tanto dell’ascesa al congresso di Fatah del 2009 di leader “giovani” e “più flessibili”, il 72enne Ghaneim non corrisponde certamente a tale descrizione.
Nato a Gerusalemme il 29 agosto 1937, il suo primo impegno politico fu con i Fratelli Musulmani; ma nel 1959 figura tra i fondatori di Fatah e da allora ne è stato un attivo protagonista, impegnato soprattutto sul piano organizzativo e del reclutamento.
È difficile dire fino a che punto il precoce coinvolgimento di Ghaneim con gli estremisti islamisti ne abbia plasmato il pensiero, e se ciò gli possa rendere più facile l’opera di riconciliazione con il movimento Hamas, che ancora più estremista. La maggior parte dei membri di Fatah e dell’Olp provengono dal nazionalismo arabo laico o da movimenti di sinistra. L’unico leader rilevante che pareva mescolare il background islamista con il background nazionalista era lo stesso Arafat.
La grande svolta nella carriera di Ghaneim arrivò nel 1968 quando, appena trentenne, Arafat lo nominò comandante delle forze di Fatah in Giordania. Alcuni mesi più tardi venne cooptato nel Comitato Centrale di Fatah con mandato su organizzazione e reclutamento.
Impossibile non vedere l’importanza di questi incarichi. All’epoca la Giordania era la roccaforte di Fatah, e il gruppo costituiva un vero e proprio governo-ombra accanto a quello di re Hussein, nominalmente sovrano del paese. I guerriglieri di Fatah e, poco dopo che Arafat ne prese il controllo, quelli dell’Olp avevano qui le basi militari da cui lanciavano attacchi contro Israele attraversando il Giordano. Arafat doveva avere un’enorme fiducia in Ghaneim per conferirgli un incarico così delicato.
Giacché gran parte dei suoi compiti avevano a che fare con questioni militari, Ghaneim venne mandato in Cina a seguire un corso accelerato per ufficiali. Al suo rientro, nel 1969, Arafat gli diede un terzo incarico come suo vice per le questioni militari. Sebbene i dettagli non siano del tutto noti, questo ruolo ricoperto da Ghaneim significa che egli non può non aver giocato una parte centrale nella pianificazione e realizzazione di un gran numero di attacchi guerriglieri e terroristici. Ghaneim svolgeva un ruolo fondamentale nella selezione di coloro cui assegnare posti chiave e nel decidere esattamente quanto potere dare a ciascuno di loro. Naturalmente tutti erano ben al di sotto di Arafat, ma Ghaneim era sicuramente determinante come personaggio di seconda fila.
Nel 1970 Fatah esagerò e si tirò addosso la disfatta ad opera dell’esercito giordano, dovendo poi riparare in Libano. Qui Ghaneim continuò a svolgere i suoi compiti organizzativi. Quando l’Olp e Fatah nel 1982vennero cacciate dal Libano, Ghaneim seguì Arafat a Tunisi. Dal 1982 fino a metà 2009 se ne restò là, anche se probabilmente a partire dal luglio 2007 ha iniziato a fare qualche visita nei territori governati dall’Autorità Palestinese.
Ghaneim non tornò nei territori palestinesi al seguito di Arafat nel 1994 perché, nonostante avesse servito Arafat fedelmente e intimamente per 35 anni, egli rifiutava gli Accordi di Oslo come troppo moderati. Ai suoi occhi solo la lotta armata, la vittoria totale e la distruzione di Israele erano obiettivi degni. Mentre Arafat perseguiva gli stessi obiettivi segretamente, i compromessi che tale finzione comportava erano troppo per Ghaneim. Così restò in Tunisia nonostante i numerosi inviti da parte di Arafat, a cominciare dall’ottobre 1994, perché entrasse nella dirigenza dell’Autorità Palestinese, insistendo piuttosto perché Arafat cessasse tutti i negoziati con Israele.
Ghaneim si avvicinò al popolare Farouq Kaddumi, spesso indicato come il secondo uomo più potente in Fatah. Kaddumi rifiutava gli Accordi di Oslo e manteneva uno stretto legame con la Siria. Arafat cercò di tagliarlo fuori, ma Kaddumi era così forte nel movimento che non poté mai scaricarlo del tutto.
Alla fine Ghaneim si risolse a tornare e ad appoggiare Abu Mazen. I dettagli della vicenda non sono tutti chiari, ma si sa che la svolta coincise con la sua nomina da parte di Abu Mazen a proprio successore. Nonostante alcuni sostengano che Ghaneim ha moderato le sue posizioni, non c’è nessuna prova concreta a sostegno di questa tesi.
Ghaneim è evidentemente troppo importante per Abu Mazen come suo alleato e successore. È uno dei pochi che rimangono del gruppo dei fondatori di Fatah, e ha vasti contatti in tutto il movimento. Di più, essendo uno che è stato per quindici anni fuori dalla politica dell’Olp, è visto come una figura neutrale rispetto alle meschine dispute interne. Ma certamente Ghaneim non è l’uomo che andrebbe scelto se la priorità è fare la pace con Israele e mantenere buone relazioni con l’occidente. È l’uomo da scegliere se si vuole continuare a respingere il compromesso, riallacciare i legami con Siria e Hamas e forse tornare alla lotta armata.
Al suo arrivo al Ponte Allenby, sul Giordano, il 29 luglio 2009, appena prima del congresso di Fatah, Ghaneim venne prelevato dalla limousine personale di Abu Mazen, portato nel suo ufficio e accolto con una cerimonia di benvenuto durante la quale Ghaneim ha dichiarato che “la lotta continuerà fino alla vittoria” e che, se gli strumenti politici non porteranno all’eliminazione di Israele, allora il movimento tornerà alla lotta armata (Al-Hayat al-Jadida, 30.07.09). È chiaro cosa intende Ghaneim per vittoria, e certo non intende uno stato in Cisgiordania con capitale a Gerusalemme est, a fianco di Israele. È estremamente improbabile che Ghaneim lasci cadere il “diritto al ritorno”, accetti un compromesso territoriale e ponga fine al conflitto: tutte cose che finora ha respinto Abu Mazen, supposto meno estremista.
Dopodiché Abu Mazen si è dato a promuovere Ghaneim fra i delegati al congresso, tanto che questi è arrivato primo nelle elezioni del Comitato Centrale con 1.338 voti, pari a circa due terzi dei partecipanti al voto: di gran lunga più avanti di qualunque altro candidato. Il successo di Ghaneim, e di altri eletti, mostra che la vecchia guardia di Arafat ha ancora il pieno controllo. Se Ghaneim diventerà il leader di Fatah, dell’Olp e dell’Autorità Palestinese, la pace ce la possiamo tutti dimenticare.
Nessuno dovrebbe proferire parola sulla questione palestinese, sul processo di pace o sulle politiche di Israele se non è in grado di analizzare questi fattori. Purtroppo allo stato attuale non esiste un valido interlocutore palestinese per la pace. Per fortuna c’è un interlocutore palestinese per mantenere uno status quo relativamente pacifico; ma se e quando dovesse subentrare Ghaneim, anche questa magra consolazione verrebbe meno.

(Da: Jerusalem Post, 22.09.09)

Nella foto in alto: Barry Rubin, autore di questo articolo