Nakba e libertà

La vibrante democrazia israeliana si è mostrata in tutta la sua grandezza all’Università di Tel Aviv.

Editoriale del Jerusalem Post

image_3433La vibrante, benché arroccata, democrazia israeliana si è mostrata in tutta la sua grandezza lunedì scorso, all’Università di Tel Aviv. Alcune decine di studenti, palestinesi ed ebrei, hanno pubblicamente espresso la loro convinzione che gli eventi relativi alla nascita dello stato di Israele costituiscano una “nakba”, parola araba che significa “catastrofe”, e l’hanno fatto dopo aver ricevuto l’autorizzazione del rettore dell’Università di Tel Aviv, Joseph Klafter. I partecipanti alla manifestazione hanno ascoltato la lettura di una poesia del compianto poeta palestinese Mahmoud Darwish, hanno osservato un momento i silenzio e per buona misura – in un chiaro tentativo di coinvolgere gli studenti ebrei “giudaizzando” la cerimonia – hanno recitato una loro versione della preghiera Yizkor, che viene tradizionalmente letta in memoria dei defunti nelle sinagoghe e in altre commemorazioni ebraiche.
Il fatto che si sia tenuta questa cerimonia conferma la tesi – fatta propria del comitato editoriale di questo giornale – che la cosiddetta “legge sulla Nakba” non vìola affatto la libertà di riunione e la libertà di espressione dei cittadini israeliani, sia arabi che ebrei. Infatti la “legge sulla Nakba”, approvata nel marzo 2011, sebbene sia stata rozzamente travisata dalla stampa (e descritta come una legge liberticida, se non addirittura l’inizio della fine della democrazia israeliana), in realtà afferma un principio del tutto ragionevole. In sostanza, si tratta di un emendamento alle norme sui finanziamenti pubblici che dà mandato al ministero delle finanze di sospendere le sovvenzioni statali destinate ad organizzazioni, istituzioni, municipalità o altri enti che usano i soldi dei contribuenti israeliani per attività che hanno lo scopo i minare le basi morali dello stato d’Israele. Non si può pretendere che Israele, in quanto stato ebraico, continui a spendere il denaro dei suoi contribuenti per perpetuare la versione vittimista palestinese che distorce intenzionalmente la realtà storica allo scopo di delegittimare il sionismo. Giacché, dopotutto, resta il dato di fatto che le sofferenze palestinesi furono il risultato del rifiuto della risoluzione di spartizione Onu nel 1947 da parte della dirigenza palestinese estremista, e della folle decisione di personaggi come l’antisemita Haj Amin al-Husseini di scatenare una guerra per la distruzione dello stato ebraico appena nato. A meno di starsene fermi e farsi trucidare, e gettare nella pattumiera ogni aspirazione all’autodeterminazione nazionale, c’era ben poco che gli ebrei potessero fare per risparmiare ai palestinesi le dolorose conseguenze di quella loro scelta scellerata. E tuttavia, essendo una democrazia, Israele sente l’obbligo di tutelare il diritto dei palestinesi di commemorare la loro “storia”, indipendentemente da quanto possa essere distorta e controproducente per un futuro di riconciliazione e di pace.
La “legge sulla Nakba” garantisce questo delicato equilibrio. Gli organizzatori dell’evento e gli amministratori dell’Università sono stati attenti a rispettare i limiti della “legge sulla Nakba” che proibisce all’Università di usare fondi statali per finanziare attività anti-israeliane. L’Università di Tel Aviv non ha partecipato alle spese per le cerimonie della “giornata della Nakba”: sono stati gli organizzatori dell’evento che hanno saldato il conto per le spese relative a personale di servizio, allestimenti, decorazioni. Ma, garantendo che la cerimonia si tenesse nel campus, le autorità dell’Università hanno confermato i principi democratici di libertà di parola e di riunione (contro l’opposizione di chi non ha capito questa logica e l’ha rumorosamente contestata, col solo effetto di regalare molta pubblicità a un evento che di per sé ha attirato un gruppo molto piccolo di persone).
Per quanto riguarda, poi, coloro che all’evento hanno preso parte, sarebbe troppo chiedere che, insieme al lutto per la “catastrofe”, dedicassero un pensiero anche a quanto di buono da quella “catastrofe” è venuto fuori? Se nel 1948 arabi e palestinesi fossero riusciti a soffocare Israele sul nascere, certamente oggi non esisterebbe – non solo in terra d’Israele, ma in tutta la regione – nessun istituto accademico del livello dell’Università di Tel Aviv che, come le altre università israeliane, accoglie docenti e studenti senza alcuna distinzione di etnia, sesso o religione, promuovendo un’atmosfera di totale libertà d’espressione. Ecco qualcosa su cui sarebbe utile riflettere nella “giornata della Nakba”.

(Da: Jerusalem Post, 14.5.12)

Nella foto in alto: Nablus, maggio 2012 – Tutta la propaganda legata alla “giornata della Nakba” (accompagnata dalla chiave, il simbolo del “ritorno”) ripropone costantemente la rappresentazione cartografica della cancellazione d’Israele dalla mappa geografica

Si veda anche:

Giornata della Nakba, giornata dell’insolenza. Quelli che allora rifiutarono il compromesso, oggi vogliono alimentare lo scontro

http://www.israele.net/articolo,3420.htm

Quella coazione a ripetere gli errori all’origine della Nakba. Se guardassero con obiettività al 1948, i palestinesi vedrebbero che stanno ripetendo gli stessi errori

http://www.israele.net/articolo,3134.htm

Nakba: la responsabilità che gli arabi non vogliono ammettere. Se vogliamo muovere verso una soluzione a due stati, bisogna esigere un minimo di autocritica

http://www.israele.net/articolo,3133.htm

La falsa “narrazione palestinese” semplicemente non va insegnata come storia. Per lo stesso motivo per cui non si insegna una “narrazione tedesca” della seconda guerra mondiale

http://www.israele.net/articolo,2976.htm

Quando anche ad Abu Mazen scappa detta la verità storica. Nessuna cacciata ad opera degli ebrei, nelle memorie del presidente palestinese

http://www.israele.net/articolo,2596.htm

Naqba e Giornata dell’Indipendenza. Qualche richiamo di storia a proposito di giustizia nella nascita di uno stato

http://www.israele.net/articolo,1225.htm

Rifiuto della spartizione e mito dell’esproprio: ambiguità e intransigenze caratterizzarono la posizione araba di fronte all’impresa sionista. Quando l’Unità scriveva: “La lotta antiebraica è lotta contro il progresso e la civiltà”

http://www.israele.net/sezione,,2138.htm