Nakba: la responsabilità che gli arabi non vogliono ammettere

Se vogliamo muovere verso una soluzione a due stati, bisogna esigere un minimo di autocritica.

Di Shlomo Avineri

image_3133I tentativi di vari esponenti dell’estrema destra israeliana di impedire ai cittadini arabi del paese di commemorare la “Nakba” sono meschini, sciocchi e destinati a fallire. Ma le iniziative dell’estrema sinistra volte a trasformare il “giorno della Nakba” in una giornata commemorativa condivisa da tutti i cittadini d’Israele sono altrettanto sbagliati e condannati all’insuccesso. Israele non è uno stato binazionale, e con tutto il rispetto per liberalismo e umanesimo è arduo trattare allo stesso modo la vittoria degli aggrediti e la sconfitta degli aggressori.
Quel che si può chiedere alla maggioranza ebraica d’Israele è di portare rispetto per il lutto dei palestinesi. Il che, però, è reso difficile dal modo in cui la narrazione palestinese ha finora presentato la Nakba, e i liberal israeliani dovrebbero essere abbastanza intellettualmente onesti da fare i conti con questo fatto.
Innanzitutto, il concetto stesso di Nakba, parola araba per “catastrofe” o “disastro” – come se gli eventi del 1948 fossero una calamità naturale, anziché il risultato di azioni umane – offusca il contesto storico degli eventi. La cosiddetta Nakba non fu un disastro naturale. Fu la conseguenza di una sconfitta politica e militare, frutto a sua volta di decisioni politiche la cui responsabilità ricade su specifiche persone.
In secondo luogo, nel mondo arabo in generale e fra i palestinesi in particolare c’è grande riluttanza a confrontarsi con la Shoà. Nondimeno spesso si sente condurre un parallelo fra Shoà e Nakba: un parallelo che è in se stesso moralmente ottuso. Ciò che accadde ai palestinesi fra il 1947 e il 1948 fu il risultato di una guerra in cui arabi e palestinesi vennero sconfitti, laddove la Shoà fu lo sterminio metodico e pianificato di una massa di civili: i sei milioni di ebrei d’Europa assassinati nella Shoà non erano scesi in guerra contro la Germania. Anzi, gli ebrei di Germania erano in realtà buoni patrioti tedeschi, e molti ebrei dell’Europa orientale vedevano nella cultura tedesca l’apice della civiltà europea.
In terzo luogo, ed è forse il punto più importante, il discorso palestinese non affronta mai il fatto che ciò che fece precipitare sui palestinesi il terribile disastro furono le decisioni politiche arabe. Esistono centinaia, se non migliaia, di libri e articoli in arabo sulla guerra del 1948 e analisi di esperti sulle ragioni della sconfitta militare degli arabi. Ma ancora oggi non esiste alcuna volontà di fare i conti con un fatto molto semplice: la decisione di scendere in guerra contro la risoluzione dell’Onu per la spartizione della Palestina Mandataria fu un tragico errore morale e politico da parte del mondo arabo. Se palestinesi e paesi arabi avessero accettato il piano di spartizione, lo stato arabo di Falastin sarebbe nato nel 1948 e non vi sarebbe stato nessun problema di profughi. Non è stata la creazione dello stato d’Israele a generare il problema dei profughi, bensì il fatto che gli arabi scatenarono la guerra contro la nascita di uno stato ebraico in una parte della Palestina/Terra d’Israele.
Gli israeliani che desiderano la riconciliazione hanno diritto di reclamare che la parte araba faccia i conti con questi fatti. Così come è impossibile separare l’espulsione di dodici milioni di tedeschi dall’Europa orientale dopo il 1945 dall’aggressione della Germania alla Polonia nel 1939, allo stesso modo non è possibile ignorare la dimensione morale della decisione araba di entrare in guerra contro l’idea stessa di spartizione. Quando di scatena la guerra e si perde, si subiscono delle conseguenze, sebbene anche i vincitori restino responsabili delle loro azioni.
Se vogliamo davvero muovere verso una soluzione a due stati, bisogna aspettarsi un minimo di autocritica da parte araba, qualcosa che si avvicini a ciò che ha fatto tanta nuova storiografia israeliana per la parte ebraica. Questo renderebbe molto più facile, per gli israeliani, condividere il dolore dei palestinesi. I venti di democrazia che iniziano a spirare sul mondo arabo ispirano la speranza che il prossimo passo, dopo Piazza Tahrir, possa essere lo sviluppo di un discorso critico: l’inizio della liberazione non solo da regimi autocratici, ma anche dall’incapacità di darsi una sincera occhiata nello specchio.

(Da: Ha’aretz, 11.5.11)

DOCUMENTAZIONE
«Esiste un precedente storico suggestivo, che merita d’essere ricordato. Nel 1938 vivevano nei Sudeti tre milioni di persone di lingua e cultura tedesca. Adolf Hitler se ne servì come pretesto per aggredire la Cecoslovacchia e, in definitiva, per scatenare la guerra. Una delle conseguenze della guerra d’aggressione tedesca fu che quei tedeschi vennero alla fine espulsi senza tanti complimenti dalle terre che avevano abitato per generazioni, e dovettero reinsediarsi in Germania. Anche il dramma dei profughi palestinesi ebbe origine da una guerra d’aggressione, quella scatenata dagli stati arabi che si servirono della questione palestinese per rifiutare la nascita dello stato ebraico d’Israele e dello stesso stato arabo palestinese previsti dal piano di spartizione dell’Onu del 1947. Il precedente è tanto più interessante perché ci offre anche un’idea di come quelle due nazioni, entrambe oggi nell’Unione Europea, abbiano fatto i conti con il loro doloroso passato. Nel gennaio 1997 Germania e Repubblica Ceca hanno firmato una dichiarazione “di riconciliazione” che affronta di petto la questione. È un documento di grande rilievo, che merita d’essere letto con attenzione. In esso le due parti si dichiarano “convinte che le ingiustizie inflitte nel passato non possono essere cancellate, ma soltanto nel migliore dei casi alleviate, e che nel farlo non si devono produrre nuove ingiustizie”. Entrambe le parti si dichiarano “consapevoli che il cammino comune verso il futuro richiede una chiara presa di posizione circa il proprio passato, che non manchi di riconoscere cause ed effetti della sequenza degli eventi. La parte tedesca – continua il documento – riconosce la responsabilità della Germania per il suo ruolo nello sviluppo storico che ha condotto allo smembramento forzato e all’occupazione della repubblica cecoslovacca. Essa esprime rincrescimento per le sofferenze e le ingiustizie inflitte, ed è consapevole del fatto che la politica di violenza verso la popolazione ceca ha contribuito a preparare il terreno, nel dopoguerra, per la fuga, l’espulsione forzata e il reinsediamento forzoso. La parte ceca esprime rincrescimento per il fatto che, con l’espulsione dei tedeschi dei Sudeti dopo la guerra e con gli espropri e la privazione della cittadinanza, sono state inflitte molte sofferenze e ingiustizie a gente innocente. Entrambe le parti concordano che le ingiustizie inflitte nel passato appartengono al passato e pertanto orienteranno i loro rapporti verso il futuro. Proprio perché sono consapevoli dei tragici capitoli della loro storia, esse sono decise a continuare a dare priorità al dialogo e all’accordo reciproco nello sviluppo dei loro rapporti. Pertanto entrambe le parti dichiarano che non graveranno le loro relazioni con questioni politiche e legali che scaturiscono dal passato”. Si notino bene i particolari. La parte tedesca (quella che ha patito l’espulsione, ma che in realtà con la propria aggressione aveva scatenato “la sequenza di cause ed effetti”) riconosce d’aver “contribuito a preparare il terreno” per l’esodo forzato. La parte ceca (quella che ha cacciato i tedeschi, ma dopo aver subito un’aggressione che mirava al suo “smembramento e occupazione”) riconosce d’aver inflitto “molte sofferenze e ingiustizie”, ma – giustamente – non si accolla la “responsabilità nello sviluppo storico” che creò quella tragica situazione. Entrambe le parti, infine, dichiarano che il passato non può essere disfatto (“cannot be undone”, nel teso inglese), col che la Germania riconosce che il dato di fatto dell’espulsione dei profughi è irrevocabile. Si tratta di un documento di altissimo livello, la cui stesura ha richiesto una notevole dose di onestà e coraggio. Per questo vorremmo consigliarne la lettura a chi sostiene che Israele dovrebbe “come minimo ammettere la propria responsabilità nell’origine del dramma dei profughi palestinesi”, per poi procedere a “disfare” il passato invadendo Israele con i discendenti dei profughi, non essendo riusciti a farlo con eserciti e terroristi.»
(Da: http://www.israele.net/sezione,,197.htm )

Nell’immagine in alto: Ogni anno i palestinesi commemorano la Nakba con la rappresentazione grafica della rivendicazione dell’intera Terra d’Israele/Palestina, cioè col rifiuto della spartizione e la cancellazione di Israele dalla mappa geografica.

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