Narrazione araba e verità storica

Perché la risoluzione 242 non esige un ritiro sulle linee pre-’67, e di Gerusalemme non parla nemmeno.

Di Dore Gold

image_3475Quarantacinque anni fa, ai primi di giugno, le Forze di Difesa israeliane liberavano la Città Vecchia di Gerusalemme dall’occupazione giordana e riunificavano la capitale d’Israele. Oggi gran parte delle battaglia che ebbero luogo a quell’epoca sembrano solo un lontano ricordo. Pochi rammentano che alla vigilia della guerra dei sei giorni (5-10 giugno 1967) la maggior parte delle brigate dell’esercito giordano erano schierate appena al di là della Linea Verde, circondando Gerusalemme su tre lati. Come non bastasse, un corpo di spedizione iracheno era pronto a unirsi alle forze giordane attraverso il fiume Giordano. Quando l’artiglieria giordana aprì il fuoco, quasi seimila granate si abbatterono sui quartieri ebraici nella parte ovest di Gerusalemme, ferendo un migliaio di israeliani. Dopo ripetuti avvertimenti, le Forze di Difesa israeliane attraversarono infine le linee armistiziali del 1949 e conquistarono i territori da cui Israele era stato minacciato e attaccato.
Questi dettagli contano ancora, a quarantacinque anni di distanza. Quando, all’indomani della guerra dei sei giorni, vennero discussi i diritti delle parti che rivendicano Gerusalemme, si rese necessario esaminare le circostanze in cui ciascuna parte era venuta in possesso della città.
La conquista di Gerusalemme da parte giordana nel 1948 fu il risultato di quello che venne definito dall’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Trygve Lie, come il primo caso di “aggressione armata” dopo la seconda guerra mondiale. Totalmente diverse furono le circostanze in cui Israele entrò nella parte est di Gerusalemme nel 1967 sulla scorta di quella fu manifestamente una guerra di autodifesa. La distinzione divenne chiaramente del tutto evidente quando l’Unione Sovietica fallì nei suoi ripetuti tentativi di bollare Israele come “l’aggressore” della guerra dei sei giorni, dapprima al Consiglio di Sicurezza, nel giugno 1967, e un mese più tardi nell’Assemblea Generale.
Il grande studioso di diritto, l’americano Stephen Schwebel, che sarebbe poi diventato presidente della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, era ben consapevole di questo raffronto, per cui nel 1970 scrisse: “Quando il precedente possessore del territorio si era impadronito del territorio illegalmente, lo Stato che successivamente entra in possesso di quel territorio esercitando il proprio legittimo diritto di autodifesa ha miglior titolo rispetto al possessore precedente”. Israele aveva diritti storici su Gerusalemme inscritti nel Mandato Britannico (varato dalla Società delle Nazioni), ma questo punto non faceva parte del dibattito internazionale dopo il ’67. Basandosi sui fatti della guerra dei sei giorni, Schwebel concludeva che la rivendicazione di Israele su “tutta Gerusalemme” era più forte di quella della Giordania. La sua analisi venne ripresa dai suoi contemporanei, come l’esperto britannico di diritto internazionale Elihu Lauterpacht e l’australiano Julius Stone.
Generalmente alla fine di una guerra moderna gli sforzi diplomatici tendono a restaurare lo status quo ante, cioè la situazione sul terreno prima del conflitto. Ma nel caso di Gerusalemme (e delle regioni che compongono la Cisgiordania), applicare in modo automatico questo principio presentava un serio problema per il fatto che la rivendicazione di sovranità della Giordania era già stata respinta dall’intera comunità internazionale, con l’unica eccezione del Pakistan. Considerando il totale fallimento delle Nazioni Unite nel far rispettare la propria decisione del 1947 e nel proteggere Gerusalemme con proprie forze nel 1948, anche le clausole del piano di spartizione sulla internazionalizzazione di Gerusalemme non erano più praticabili, sebbene siano state discusse nei dibattiti alle Nazioni Unite fino ai primi anni Cinquanta. Nel 1948 il primo ministro israeliano David Ben-Gurion aveva dichiarato alla Knesset che le clausole sull’internazionalizzazione di Gerusalemme erano “nulle e senza effetto”.
Quando il Consiglio di Sicurezza si riunì per discutere quali dovessero essere i principi per una futura composizione di pace dopo la guerra dei sei giorni, vi fu un grado di ambivalenza circa la questione territoriale, soprattutto riguardo a Gerusalemme. La linea pre-’67 non era sacrosanta: non si trattava di un confine internazionalmente riconosciuto, bensì di una linnea d’armistizio che aveva marcato la separazione fra gli eserciti alla fine della guerra d’indipendenza d’Israele (o prima guerra arabo-israeliana, 1948-49). Così, quando il Consiglio di Sicurezza dell’Onu adottò la risoluzione 242, evitò di chiedere che Israele si ritirasse “da tutti i territori” che aveva conquistato nella guerra dei sei giorni, come invece pretendeva l’Unione Sovietica. Chiese invece che venissero delineati nuovi confini che fossero “sicuri e riconosciuti”. Oggi si fa comunemente riferimento al diritto d’Israele ad avere confini difendibili.
Di più. La risoluzione 242 non solo non chiedeva a Israele di ritirarsi sulle linee pre-’67: essa non faceva nemmeno riferimento a Gerusalemme. Arthur Goldberg, l’ambasciatore americano alle Nazioni Unite all’epoca in cui venivano prese queste decisioni, il 6 marzo 1980 scrisse al New York Times per spiegare che “la risoluzione 242 non fa alcun riferimento a Gerusalemme e questa omissione fu intenzionale”. Goldberg aveva parlato dell’argomento in molte occasioni, illustrando l’approccio autentico adottato dagli Stati Uniti sotto la presidenza di Lyndon Johnson. Nella sua lettera al New York Times spiegava che “in nessun momento, nei miei tanti discorsi, ho fatto riferimento a Gerusalemme est come territorio occupato”. Insisteva che “la linea armistiziale che aveva diviso in due Gerusalemme non era più valida”. Goldberg era perfettamente consapevole di tutte le implicazioni giuridiche di quel che diceva. Basti dire che, prima di essere nominato ambasciatore all’Onu, era stato giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti.
A partire dal 1988 i palestinesi sostengono d’aver preso il posto di giordani sul piano diplomatico. Ciò nondimeno hanno ripetutamente cercato di acquisire uno status a Gerusalemme al quale non avevano automaticamente diritto. Per erodere i diritti legali d’Israele, hanno iniziato a far introdurre sistematicamente nel linguaggio delle risoluzioni Onu la locuzione “territori occupati palestinesi, compresa Gerusalemme est” (un’espressione che, come si è spiegato, non ha fondamento né storico né giuridico). Nel 1994 l’amministrazione Clinton si oppose con fermezza, giustamente, a questo tentativo, quando l’ambasciatore americano alle Nazioni Unite Madeleine Albright spiegò un veto di Washington al Consiglio di Sicurezza il 18 marzo 1994 dicendo: “Oggi votiamo contro questa risoluzione proprio perché essa implica che Gerusalemme sia territorio palestinese occupato” (“Semplicemente – disse la Albright – noi non appoggiamo la definizione dei territori occupati da Israele nel 1967 come ‘territori palestinesi occupati’: a parere del mio governo, infatti, questo linguaggio potrebbe essere usato per implicare sovranità, una materia che sia Israele che Olp hanno invece accettato di definire tramite negoziati sullo status definitivo dei territori”).
La strategia diplomatica dei palestinesi si basa sul concetto di ottenere che la comunità internazionale adotti in modo acritico la loro terminologia giuridica. Purtroppo anche molti israeliani si sono rassegnati a questo andamento e sono sempre meno consapevoli del fatto che Israele detiene diritti storici e giuridici che sono patentemente più forti delle rivendicazioni proclamate sin qui dalla parte araba. Non più tardi dello scorso marzo, ad esempio, i palestinesi hanno fatto passare senza difficoltà al Consiglio Onu per i Diritti Umani di Ginevra una risoluzione che definisce Gerusalemme “territorio palestinese occupato”.
In un’epoca in cui la delegittimazione dei diritti d’Israele è al centro dell’agenda dei suoi nemici, i diplomatici israeliani devono, ora più che mai, alzare la voce per sottolineare la verità storica circa quello che accadde quarantacinque anni fa, senza lasciare che alle Nazioni Unite venga spacciata una narrazione distorta, e che essa prenda piede nei consessi internazionali.
(Da: Israel HaYom, 8.6.12)

DALL’ARCHIVIO

UN ERRORE STORICO, UN OSTACOLO POLITICO, UN NONSENSO LOGICO
«Parlare di confini del ’67 porta necessariamente con sé l’impressione che qualunque assetto che si discosti da quelle linee non possa che essere eccezionale, transitorio, in qualche modo sbagliato e innaturale. E dunque bisognerà ricordare che gli unici confini internazionali d’Israele sono quelli con Egitto, Giordania e Libano, mentre le linee armistiziali del 1949, esse sì provvisorie, che separavano la Cisgiordania da Israele non sono mai diventate confini permanenti né riconosciuti: men che meno dagli stessi stati arabi, i quali insistettero affinché nel testo degli armistizi fosse esplicitamente scritto che “le linee di demarcazione non sono in alcun modo concepite come frontiera politica o territoriale e non pregiudicano i diritti, le rivendicazioni e le posizioni delle parti circa la composizione finale della questione palestinese”. Così l’art. V comma 2 dell’Accordo d’Armistizio Israelo-Egiziano del 24 febbraio 1949. L’intero Accordo è definito del tutto ininfluente riguardo ad ogni aspetto della futura composizione politica del conflitto dall’art. IV comma 3. Identico concetto è ribadito nell’art. II comma 2 dell’Accordo con il Libano (23 marzo 1949), nell’art. II comma 2 dell’Accordo con la Giordania (3 aprile 1949), e negli artt. II comma 2 e V comma 1 dell’Accordo con la Siria (20 luglio 1949). Se invece, sia in sede politica che didattica, si continua a parlare di confini del 67, diventa poi difficile spiegare lo spirito e la lettera della Risoluzione Onu 242 (1967), e spiegare come mai tutte le rilevanti proposte di composizione territoriale – dagli accordi di Oslo degli anni ’90, ai piani di Camp David del luglio 2000, ai punti di Bill Clinton del dicembre 2000, alle offerte di Taba del gennaio 2001 – si basano sul principio che il futuro confine fra Israele e vicini arabi non è già stabilito. Lo stesso accordo “virtuale” di Ginevra firmato da private personalità israeliane e palestinesi nel dicembre 2003 – la proposta di compromesso forse più avanzata che sia mai stata formulata – prevede spostamenti del confine rispetto alla Linea Verde del 1949-67. D’altra parte, come potrebbero le parti concordare un futuro confine che risponda quanto più possibile alle rispettive esigenze (sicurezza, omogeneità demografica, continuità territoriale ecc.) se quel confine fosse già stabilito sulle mappe politiche e diplomatiche dall’arbitraria linea di un cessate il fuoco di sessant’anni fa? A che servirebbe dunque il negoziato? Chiamare confine quella linea è un errore storico, un ostacolo politico e un nonsenso logico. Averlo fatto per decenni, in ogni sede politica e giornalistica, non lo rende meno insensato.»
[Da: Marco Paganoni, “Insegnare la storia d’Israele. Riflessioni preliminari sull’esperienza con studenti italiani”, in: AA. VV., Il mio cuore è a oriente. Studi di linguistica, filologia e cultura ebraica, Cisalpino Istituto Editoriale Universitario, Milano, 2008]

PER UNA CORRETTA LETTURA DELLA RISOLUZIONE ONU 242
La risoluzione Onu numero 242 approvata il 22 novembre 1967 è internazionalmente riconosciuta come la base giuridica dei negoziati tra Israele e i vicini arabi. Essa fu il risultato di cinque mesi di intense trattative. Ogni sua parola fu attentamente soppesata. Alcuni propagandisti, tuttavia, diffondono quotidianamente una interpretazione errata della 242, sostenendo che essa prescriverebbe il ritiro di Israele sulle linee del 4 giugno 1967. Quelle linee erano le linee di cessate il fuoco fissate dagli accordi armistiziali del 1949, i quali dicevano espressamente che esse venivano accettate dalle parti senza alcun pregiudizio per la futura sistemazione territoriale. In un’intervista a Israel Radio del febbraio 1973 Lord Caradon, colui che presentò la risoluzione 242 per conto della Gran Bretagna, mise in chiaro che essa non prevedeva affatto l’obbligo per Israele di ritirarsi sulle linee del 1967. “La frase essenziale e mai abbastanza ricordata – spiegò Lord Caradon – è che il ritiro deve avvenire su confini sicuri e riconosciuti. Non stava a noi decidere quali fossero esattamente questi confini. Conosco le linee del 1967 molto bene e so che non sono un confine soddisfacente”. I sovietici, gli arabi e i loro alleati fecero di tutto per inserire nella bozza di testo della risoluzione la parola “tutti” davanti ai “territori” da cui Israele doveva ritirarsi. Ma la loro richiesta fu respinta. Alla fine, lo stesso primo ministro sovietico Kossygin contattò direttamente il presidente americano Lyndon Johnson per chiedere l’inserimento della parola “tutti” davanti a “territori”. Anche questo tentativo fu respinto. Kossygin chiese allora, come formula di compromesso, di inserire l’articolo determinativo davanti a “territori” (“dai territori” anziché “da territori”). Johnson rifiutò. Successivamente il presidente americano spiegò la sua posizione: “Non siamo noi che dobbiamo dire dove le nazioni debbano tracciare tra di loro linee di confine tali da garantire a ciascuna la massima sicurezza possibile. È chiaro, comunque, che il ritorno alla situazione del 4 giugno 1967 non porterebbe alla pace. Devono esservi confini sicuri e riconosciuti. E questi confini devono essere concordati tra i paesi confinanti interessati”. Nel dibattito, il ministro degli esteri israeliano Abba Eban chiarì la posizione di Israele: “Rispetteremo e manterremo la situazione prevista dagli accordi di cessate il fuoco finché non verrà sostituita da un trattato di pace tra Israele e i paesi arabi che ponga fine allo stato di guerra e stabilisca confini territoriali concordati, riconosciuti e sicuri. Questa soluzione di pace, negoziata in modo diretto e ratificata ufficialmente, creerà le condizioni nelle quali sarà possibile risolvere i problemi dei profughi in modo giusto ed efficace attraverso la cooperazione regionale e internazionale”.
(Jerusalem Post, 26.12.00)

Nelle immagini in alto: La mappa di Gerusalemme divisa negli anni 1949-1967 e (sotto) nelle foto dell’epoca, la “Linea Verde” armistiziale che in quegli anni spaccava in due Gerusalemme

Si veda anche:

Errata corrige: dove è scritto “Israele” leggi “Occupazione del 48”. Benvenuti nella neolingua orwelliana dell’Autorità Palestinese dove il terrorismo è resistenza, gli stragisti sono martiri e Gerusalemme è solo araba

http://www.israele.net/sezione,,3471.htm

Il minimo comune denominatore per la pace: è necessario ricordare cosa dice la risoluzione 242 di 40 anni fa

http://www.israele.net/articolo,1914.htm