Negoziati? No, grazie

Perché trattare, quando si può ottenere di più senza il dialogo?

di Mordechai Kedar

image_2724Da quando è stato eletto il governo Netanyahu, alla fine di marzo 2009, i negoziati fra Israele e palestinesi sono congelati. Sembra quasi che le due parti preferiscano così. Naturalmente quando si rivolgono alla comunità internazionale, e in particolare agli Stati Uniti, ciascuna delle due pretende di essere interessata alla ripresa dei colloqui. Ma sotto la superficie, entrambe temono di dover procedere.
Il governo israeliano teme il momento in cui verranno messi sul tappeto i nodi centrali, giacché sa di non poter far accettare a tutto il proprio elettorale concessioni su Gerusalemme, gli insediamenti e i confini. In questo senso, il fatto stesso di iniziare a negoziare potrebbe mettere in crisi la coalizione di governo. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu evidentemente non vuole seguire le orme di Ariel Sharon, che verrà per sempre ricordato nella coscienza nazionale come il leader che diede ai palestinesi il blocco di Katif e sgomberò tutti gli ebrei dalla striscia di Gaza ottenendone in cambio gli attacchi coi razzi Qassam. Netanyahu sa che qualunque concessione su Gerusalemme est non sarà accettata dai suoi elettori, e che verrebbe ricordato per sempre come colui che ha ceduto la città santa ai nemici di Israele. Un’altra preoccupazione di Netanyahu è l’impossibilità di garantire che lo stato palestinese non diventi a un certo punto uno stato di Hamas. Per queste ragioni preferisce non iniziare nemmeno a discutere coi palestinesi di questi temi.
Anche i palestinesi sembrano essersi innamorati dello status quo giacché hanno visto che riescono a ottenere senza negoziati ciò che non ottengono dai colloqui. Il presidente degli Stati Uniti proclama continuamente la necessità di istituire uno stato palestinese dotato di continuità territoriale. Gli europei, e forse anche alcuni funzionari del Dipartimento di stato e della Casa Bianca, appoggiano una dichiarazione di indipendenza palestinese unilaterale, senza negoziati, con i confini sulla linea verde armistiziale del ‘49-67, su un territorio che comprenderebbe anche tutte le aree che Israele ha annesso a Gerusalemme, pure quelle dove sorgono quartieri abitati da ebrei. E dunque che bisogno hanno i palestinesi di negoziare se possono ottenere ciò che vogliono senza il negoziato?
Un altro problema a cui i palestinesi possono sottrarsi sfuggendo al negoziato è quello del diverbio fra Ramallah/Olp e Gaza/Hamas. Nulla garantisce che i negoziatori palestinesi riescano a dimostrare di avere il controllo su ciò che succede nella striscia di Gaza, o che possano costringere il governo di Haniyeh a Gaza ad onorare qualsivoglia accordo raggiunto fra Israele e palestinesi. Negoziati condotti all’ombra della scissione palestinese molto probabilmente perpetuerebbero questa situazione che vede due entità palestinesi separate: Ramallah, negoziando con Israele, potrebbe progredire verso una soluzione, laddove Gaza rimarrebbe cocciutamente fissata su posizioni che non possono permettere l’avvio di nessun negoziato.
I palestinesi non sono ancora disposti psicologicamente, pubblicamente e politicamente ad ammettere che la loro frattura è definitiva; per cui non possono riavviare dei negoziati sullo status finale a cui Ramallah partecipi e Gaza no.
Di più. Il fatto stesso di negoziare fornirebbe a Hamas poderosi argomenti contro l’Autorità Palestinese. Hamas potrebbe diffondere voci sulle concessioni palestinesi; quand’anche infondate, tali voci priverebbero i leader dell’Autorità Palestinese della legittimità, già scarsa di cui godono oggi. E poi la dirigenza di Ramallah sa bene che con i negoziati non potrà mai ottenere tutto ciò che rivendica, in particolare sulla questione dei profughi dal momento che il cosiddetto “diritto al ritorno” (dei profughi e dei loro discendenti all’interno di Israele) è respinto praticamente all’unanimità dall’opinione pubblica israeliana. Per questo non vuole trovarsi in una situazione negoziale che la vedrebbe costretta giocoforza a fare anche delle concessioni: molto meglio lasciare che sia il mondo a fare pressione su Israele e a spingerlo a fare sempre più concessioni, ancor prima che le trattative abbiano inizio.
La sensazione che non valga la pena negoziare e che i negoziati, se avviati, non porterebbero a risultati significativi, ultimamente sta prendendo piede fra gli intellettuali palestinesi. Sempre più spesso viene avanzata l’opzione “a un solo Stato” (contrapposta alla classica soluzione “a due Stati”). Tale opzione punta a perpetuare la situazione attuale grazie ad un progressivo abbandono da parte palestinese del concetto di uno Stato indipendente (accanto a Israele) insieme a una crescente rivendicazione di diritti di cittadinanza e di voto in un unico Stato. Come dire: che la contesa venga vinta dalla demografia. Il tasso di nascite palestinese crescerebbe e vi sarebbe un certo rientro di profughi (o loro discendenti) contrapposto ad una generalizzata emigrazione di ebrei a causa della loro indisponibilità a vivere in uno Stato bi-nazionale di nome, ma di fatto caratterizzato da una crescente maggioranza di arabi. In questo modo, attraverso i mutamenti demografici, lo Stato unico diventerebbe nel giro di pochi anni un unico Stato palestinese esteso dal fiume Giordano al mar Mediterraneo. Dunque perché mai i palestinesi dovrebbero impegnarsi in negoziati intesi a istituire uno Stato su una parte soltanto del paese? Oltretutto questo approccio gode del sostegno anche di alcuni ambienti israeliani dove si teme che persino un accordo sullo status finale non porrebbe fine al conflitto, dal momento che moltissimi palestinesi, sia qui che all’estero, non si accontenterebbero affatto di uno Stato palestinese limitato a Cisgiordania e striscia di Gaza.
Ecco perché personalmente non credo che nel futuro prevedibile verranno ripresi significativi negoziati. Vi potranno essere alcune occasioni per fare belle foto di strette di mano, buone soprattutto per l’album della Casa Bianca, ma non molto di più.

(Da: Jerusalem Post, 18.1.10)

Nella foto in alto: Kedar Mordechai, autore di questo articolo

Vedi anche:

Perché i palestinesi si oppongono al negoziato?

http://www.israele.net/sezione,,2695.htm