Netanyahu a Obama: Sì allo stato palestinese, ma non sulle linee del ‘67

Senza chiarire la questione del “ritorno”, nessuna concessione territoriale porterà mai la pace.

Se ne discute in Israele: commenti sulla stampa israeliana

image_3138A proposito del discorso di giovedì sera del presidente Usa Barack Obama, il primo ministro israeliano BENJAMIN NETANYAHU ha detto che Israele apprezza l’impegno del presidente per la pace, ma ha aggiunto di aspettarsi da Obama che confermi gli impegni verso Israele assunti da Washington nel 2004. Secondo quegli impegni, presi dall’allora presidente George W. Bush, allo stato ebraico non verrà chiesto di ritirarsi sulle indifendibili linee del 1967, mentre i maggiori blocchi di insediamenti resteranno sotto sovranità israeliana. “Affinché prevalga la pace – si legge in una dichiarazione diffusa dall’ufficio di Netanyahu – la creazione di uno stato palestinese non deve avvenire a scapito dell’esistenza dello stato di Israele. I palestinesi, e non solo gli Stati Uniti, devono riconoscere Israele come lo stato nazionale del popolo ebraico”. Netanyahu ha anche ricordato che gli impegni di Bush andavano nel senso di rafforzare il carattere ebraico di Israele mettendo in chiaro che i profughi palestinesi verranno accolti nello stato palestinese, e non in Israele. “Senza una soluzione al problema dei profughi con il loro insediamento fuori dai confini di Israele – conclude la nota di Gerusalemme – nessuna concessione territoriale potrà mai porre fine al conflitto.
(Da: YnetNews, 19.5.11)

Scrive Aluf Benn: «Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu poteva sentirsi soddisfatto, durante il volo che lo portava giovedì sera a Washington, giacché il presidente Usa Barack Obama gli ha concesso una importante vittoria diplomatica. In cambio del suo appello per la creazione di uno stato palestinese basato sulle linee del 1967 con scambi concordati di territori di dimensioni non definite, Obama ha accettato le richieste di Netanyahu su rigorose misure di sicurezza e su un graduale e progressivo ritiro dalla Cisgiordania. E ha suggerito di iniziare i negoziati su confini e misure di sicurezza, rinviando le trattative su questioni chiave come Gerusalemme e profughi. Di più. Obama ha sdegnosamente respinto l’iniziativa palestinese volta ad ottenere un riconoscimento (senza accordo) alle Nazioni Unite allo scopo di isolare Israele, ha chiesto ai palestinesi di tornare al tavolo dei negoziati e ha chiesto a Hamas di riconoscere il diritto di Israele ad esistere.
Sono punti che potrebbero uscire direttamente dagli appunti politici dell’ufficio del primo ministro a Gerusalemme. Difficilmente Netanyahu avrebbe potuto aspettarsi di più. Obama respinge apertamente la campagna del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) per il riconoscimento unilaterale, così come l’accordo di riconciliazione con Hamas. Forse, anzi, la nuova unità tra Fatah e Hamas ha risparmiato a Netanyahu un discorso da parte di Obama più aggressivo e vincolante. Il suo approccio a Israele è stato empatico: non solo quando ha ribadito l’impegno dell’America per la sicurezza di Israele, ma anche quando ha avvertito gli israeliani che un’occupazione perpetua significherebbe la loro rovina per via della loro inferiorità demografica, delle nuove tecnologie militari e della rabbia delle masse arabe che stanno lentamente guadagnando potere nei paesi vicini. Al fine di preservare la visione di uno stato ebraico e democratico, Israele deve porre fine all’occupazione e ritirarsi dalla Cisgiordania.
Sono punti del discorso che dovrebbero risultare graditi alle orecchie di Netanyahu. Obama ha promesso che non forzerà un accordo su israeliani e palestinesi e ha chiesto a entrambe le parti di tornare ai negoziati. Non ha condannato gli insediamenti come “illegittimi”, come invece aveva fatto altre volte, e non ha chiesto il loro congelamento. Ha solo ricordato, in tono critico, che le attività di costruzione negli insediamenti continuano, come spiegazione della impasse dei colloqui di pace.
Netanyahu dovrebbe rispondere a Obama accettando il principio delle “linee del ’67 con scambi di terra concordati”. Ha già fatto un passo in questa direzione nel suo discorso alla Knesset di questa settimana, quando ha parlato di mantenere i blocchi di insediamenti, che è la stessa cosa detta nel lessico politico israeliano. Alcuni consiglieri gli suggeriscono di accettare il principio nel suo incontro a quattr’occhi con Obama di venerdì, per poi presentare una politica meno vincolante nel discorso al Congresso di martedì per evitare rotture nella sua coalizione di governo.
Netanyahu essenzialmente non ha molte altre scelte: dopo che Obama ha accolto le sue richieste in fatto di procedura e di sicurezza, non può rimanere indifferente al suggerimento del presidente riguardo ai confini. Ma Netanyahu non ha da agitarsi: non vi è alcuna chance che la dirigenza palestinese accetti di tornare al negoziato sulla base dei punti del discorso di Obama.»
(Da: Ha’aretz, 19.5.11)

Scrive HERB KEINON: «La posizione di Netanyahu, sottolineata con insolita nettezza in reazione al discorso di Obama, è che le linee del 1967 sarebbero confini indifendibili. Sebbene Obama abbia fatto lo sforzo di concedere alcuni punti a Israele, e alcuni ai palestinesi, in ultima analisi egli ha essenzialmente adottato la posizione palestinese secondo cui le linee del 1967 – e non i confini difendibili – debbano essere alla base di qualunque accordo. Obama ha adottato la posizione palestinese anche su un punto che è stato di aspra contesa durante le trattative indirette dell’anno scorso, è cioè che i negoziati debbano cominciare su confini e sicurezza. La posizione israeliana è che tutte le questioni chiave – comprese Gerusalemme e profughi – debbano essere discusse contemporaneamente, affinché i palestinesi, e non solo Israele, siano chiamati a fare concessioni. È parso inoltre che Obama escludesse una presenza militare israeliana di lungo termine nella Valle del Giordano (chiesta da Netanyahu a tutela del confine strategico d’Israele verso oriente) quando ha lasciato intendere che il confine a est dello stato palestinese, con la Giordania, dovrebbe essere sotto il solo controllo dei palestinesi.
Gli elementi del discorso di Obama graditi a Netanyahu sono il suo appello per il ritorno ai negoziati, il suo netto rifiuto dell’intenzione palestinese di isolare Israele all’Onu il prossimo settembre chiedendo una risoluzione che riconosca lo stato palestinese senza accordo con Israele, i suoi dubbi sulla riconciliazione Fatah-Hamas e le sue forti parole sull’impegno per la sicurezza di Israele. Ma il tono della riposta di Netanyahu lascia capire che, nel discorso di Obama, sono più le cose che il primo ministro israeliano non ha gradito rispetto a quelle che ha apprezzato. E questo ancor prima che inizi la sua visita di cinque giorni negli Stati Uniti.»
(Da: Jerusalem Post, 19-5-11)

Si veda anche:

L’amaro destino dei confini d’Israele

http://www.israele.net/sezione,,2005.htm

Un negoziato onesto e coraggioso

http://www.israele.net/sezione,,197.htm