Netanyahu: Il conflitto è sul riconoscimento, non sul territorio

Finalmente la Lega Araba accetta il concetto di scambi territoriali: è una vera svolta?

image_3726Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito mercoledì che il conflitto coi palestinesi non concerne tanto il territorio quanto piuttosto il rifiuto palestinese di riconoscere Israele come stato ebraico.
Netanyahu non stava commentando direttamente le ultime notizie circa la cosiddetta “iniziativa di pace araba”, tuttavia le sue parole mettono in discussione l’idea di fondo che la chiave della soluzione di tutto il conflitto sia nella formula “terra in cambio di pace”. “La radice del conflitto – ha detto Netanyahu – non è di natura territoriale, e infatti iniziò ben prima del 1967 [dunque quando non c’erano territori occupati da Israele, e i palestinesi avrebbero potuto creare il loro stato in Cisgiordania e striscia di Gaza]. La radice del conflitto sta nel mancato riconoscimento da parte palestinese dello Stato di Israele come stato nazionale del popolo ebraico. Se dobbiamo arrivare a un accordo di pace – ha aggiunto Netanyahu – voglio essere sicuro che il conflitto non continuerà e che arabi e palestinesi non avanzeranno ulteriori pretese e rivendicazioni”.

La versione originaria della “iniziativa araba” del 2002, presentata come un pacchetto “prendere o lasciare” senza margini di trattativa, prevedeva un accordo di pace con Israele a patto che Israele, fra l’altro, si ritirasse esattamente sulle linee pre-’67 (cioè sulle linee armistiziali del 1949). Lunedì scorso, per la prima volta il primo ministro del Qatar, Hamad bin Jassem Al Thani, parlando a Washington a nome di una delegazione della Lega Araba si è espresso in linea di principio a favore di “piccoli scambi di territorio equivalenti e reciprocamente concordati” fra israeliani e palestinesi nel quadro di un futuro accordo di pace “basato delle linee del ’67”.
La novità è stata accolta positivamente dal capo negoziatore israeliano e ministro della giustizia Tzipi Livni, dal presidente Shimon Peres e dai principali partiti d’opposizione della Knesset, oltre che dal segretario di stato Usa, John Kerry, che l’ha definita “un grosso passo avanti”.
Netanyahu, dal canto suo, ha messo in discussione l’assunto che la questione chiave siano i confini. I palestinesi hanno più volte recisamente respinto la sua richiesta che riconoscessero il diritto di Israele ad esistere come stato ebraico, sostenendo che questo, fra l’altro, comprometterebbe la facoltà per milioni di profughi palestinesi (in realtà, dei loro discendenti) sparsi nel mondo di rivendicare il cosiddetto “diritto al ritorno” all’interno di Israele: che è appunto uno degli ostacoli più grossi sulla strada del negoziato.

In un’intervista giovedì alla tv Al Jazeera, il capo dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Mashaal, ha seccamente respinto il concetto di scambi territoriali ventilato dal Lega Araba come emendamento alla propria “iniziativa di pace”, sostenendo che “il vero obiettivo di questo piano sostenuto dagli Stati Uniti non è quello di migliorare la condizione dei palestinesi, bensì di favorire l’integrazione di Israele nella regione”. Mashaal ha ribadito che l’obiettivo di Hamas è “liberare i territori palestinesi nell’arco dei prossimi quattro anni”, e che per questo egli è pronto a usare tutte le opzioni a sua disposizione, ma l’iniziativa della Lega Araba non farebbe che “nuocere alla causa palestinese”.
Già martedì sera Hamas aveva espresso “grave preoccupazione” per la nuova spinta verso un accordo di pace con scambi di terra: “La nostra lunga esperienza con il nemico sionista – diceva un comunicato pubblicato sul sito web dell’organizzazione – ci ha insegnato che il nemico cerca di farci fare concessioni sui nostri principi nazionali. L’occupante non vuole la pace, ma solo imporre la resa al nostro popolo e alla nostra nazione”.
Giovedì sera anche il “primo ministro” di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh, ha espresso netta opposizione alla presa di posizione della delegazione della Lega Araba sullo scambio di territori tra israeliani e palestinesi. “La Palestina non è terra da vendere, scambiare o acquistare”, ha dichiarato Haniyeh.

“Nel 2002 – racconta Danny Ayalon, all’epoca consigliere del primo ministro israeliano per la politica estera – Ariel Sharon mi incaricò di sondare i sauditi per capire se facevano sul serio con l’iniziativa araba che avevano proposto”. Attraverso intermediari, Ayalon cercò di organizzare un incontro con Adel Jubeir, consigliere dell’allora principe ereditario (oggi re) saudita Abdullah. “Eravamo sul punto di vederci in un ristorante di Washington quando all’ultimo minuto Jubeir fece sapere che non intendeva venire all’incontro – ricorda Ayalon – Avevamo promesso che sarebbe stato un incontro assolutamente di basso profilo, ma i sauditi si tirarono indietro”. Il resto è storia: Israele non ha mai formalmente risposto all’iniziativa araba.
Ayalon, che è stato vice ministro degli esteri fino all’inizio di quest’anno, spiega che Gerusalemme non si è mai entusiasmata per quella proposta perché veniva presentata come un aut-aut “prendere-o-lasciare”, senza spazio di discussione. E aggiunge che tutt’al più poteva servire come base di partenza per futuri negoziati.

Il fatto che adesso la Lega Araba sembra aver capito che Israele non potrà mai accettare di ritirarsi esattamente sulle linee pre-67 sarà sufficiente per consentire una svolta concreta? Dopo tutto, l’idea di scambi concordati di territorio circola da più di un decennio ed è già stata accolta, in diversa misura, da alcune delle parti coinvolte e dai presidenti americani Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama. Ma l’iniziativa araba di ispirazione saudita chiedeva ben di più del completo ritiro israeliano dalla Cisgiordania (e dalla striscia di Gaza, da dove Israele si è ritirato nel 2005). Alcune altre richieste contenute in quel documento paiono molto problematiche. Basti pensare che, oltre al cosiddetto “diritto al ritorno”, l’iniziativa araba prevedeva la spaccatura di Gerusalemme in due (come nel periodo 1949-67) e il ritiro completo di Israele dalle alture del Golan.
Stando così le cose, l’accettazione da parte della Lega Araba del concetto di scambi territoriali è davvero una grande novità? “Lo è e non lo è”, risponde Barry Rubin, direttore del centro Global Research in International Affairs di Herzliya. Secondo Rubin, è chiaro che gli stati del Golfo sono disposti a prendere in considerazione la fine del conflitto con Israele in gran parte perché hanno paura dell’Iran, e un accordo di pace potrebbe far loro buona pubblicità con l’Occidente. Ma ci sono una serie di questioni che, a suo parere, rendono l’iniziativa della Lega Araba, per lo meno in questi termini, impraticabile. Innanzitutto, Rubin dubita che tutti i paesi firmatari facciano sul serio. “Dobbiamo credere che il regime dei Fratelli Musulmani in Egitto, il regime dominato da Hezbollah in Libano e il regime in Qatar, eccentrico ma pro-Hamas e pro-Fratelli Musulmani, siano improvvisamente pronti a rimangiarsi tutto ciò che hanno sempre detto pur di arrivare a un compromesso di pace con Israele? Come minimo è molto improbabile”. Rubin indica poi diverse clausole dell’iniziativa di pace araba, solitamente trascurate dai mass-media, che sono in contraddizione con qualsiasi prospettiva di accordo: a cominciare da quella “giusta soluzione al problema dei profughi palestinesi” che nel lessico arabo significa che Israele dovrebbe accettare “l’immigrazione all’interno dei suoi confini di centinaia di migliaia di palestinesi ardentemente anti-israeliani”. E infatti, l’iniziativa prevede che gli stati arabi possano rifiutarsi di assimilare i profughi palestinesi (e loro discendenti), anche quelli che già vi risiedono. Inoltre, prevede che Israele restituisca il Golan: ma restituirlo a chi? La Siria è sprofondata da più di due anni in una atroce guerra civile fra fazioni, nessuna delle quali vorrebbe o potrebbe firmare, men che meno rispettare, un accordo di pace con Israele.
“Possiamo trarre conforto dal sapere che almeno una parte del mondo arabo sta cominciando a riconoscere che la minaccia iraniana e il caos del dopo ‘primavera araba’ impongono seri sforzi per arrivare a un qualche tipo di accordo con Israele – scrive Zalman Shoval su Israel HaYom – Ma speriamo che tutto ciò non si limiti a una riproposta dell’iniziativa saudita di dodici anni fa, perché quella non era altro che un editto che Israele avrebbe dovuto accettare in blocco prima ancora di negoziare, ivi compresa la velata minaccia di nuove violenze se non l’avesse osservato. Altra cosa sarebbe se la Lega Araba, o più precisamente i palestinesi giacché dopo tutto è con loro che dobbiamo trattare, venissero a dirci: vogliamo riprendere i negoziati senza precondizioni e questi sono i punti che vogliamo discutere, comprese le linee del 1967. Al che Israele potrebbe rispondere: bene, procediamo, e noi avanzeremo le nostre richieste, che invece non prevedono le linee del 67”.

(Da: Times of Israel, YnetNews, Israel HaYom, israele.net, 1-2.5.13)

DOCUMENTAZIONE
Cosa significhi la risoluzione Onu 194 per i palestinesi venne messo in chiaro in un memorandum della squadra negoziale palestinese guidata da Yasser Abed Rabbo, presentato il 1 gennaio 2001 in risposta ai parametri del presidente Bill Clinton per un accordo israelo-palestinese. Vi si legge:
“It is important to recall that Resolution 194, long regarded as the basis for a just settlement of the refugee problem, calls for the return of Palestinian refugees to ‘their homes’, wherever located. The essence of the right of return is choice: Palestinians should be given the option to choose where they wish to settle, including return to the homes from which they were driven”. [traduz: “È importante ricordare che la risoluzione 194, da tempo considerata la base per una giusta composizione del problema dei profughi, prevede il ritorno dei profughi palestinesi alle loro case, ovunque situate. L’essenza del diritto al ritorno sta nella scelta: ai palestinesi deve essere data la possibilità di scegliere dove vogliono insediarsi, compreso il ritorno alle case da cui furono allontanati”].

Nell’immagine in alto: Tutta la pubblicistica irredentista palestinese rappresenta il “diritto al ritorno” (simboleggiato dalla chiave) come la cancellazione dalla carta geografica dello stato d’Israele.

Si veda anche:

Hamas e il piano saudita. Ha senso strappare a Hamas un’adesione, nel migliore dei casi ambigua, a un piano nato già vecchio?

http://www.israele.net/sezione,,1204.htm

Diritto al ritorno: ricetta per la conflittualità infinita. Abu Mazen: L’Olp si batterà per i profughi anche dopo il riconoscimento dello stato palestinese.

http://www.israele.net/articolo,3217.htm