Nuova vita a Jenin

La barriera, riducendo gli attentati e di conseguenza le incursioni, ha portato stabilità a Jenin.

image_238L’occhialuto 33enne dalle spalle cadenti Hader Abu Sheikh, funzionario del Consiglio Legislativo Palestinese, non è certo un tipo da discoteca. Ma ciò non gli impedisce di notare che “la vita notturna è aumentata almeno del 70%, qui a Jenin, rispetto a un anno fa. Parlo del ritorno alla tradizionale vita notturna palestinese – spiega – Feste di matrimonio, uomini che trascorrono la serata seduti al caffè, donne che si fanno visita a vicenda. Il punto è che la gente non è più confinata nelle case, la notte, perché Israele se ne andato dalla città”.
Vita notturna a Jenin? Travagliata per tre anni dai raid dei soldati israeliani alla caccia di terroristi, Jenin si sta riprendendo. Alla ripresa contribuisce la controversa barriera di sicurezza che, secondo Israele, ferma gran parte dei terroristi. I carri armati israeliani erano quasi diventati parte del paesaggio della città dopo i duri combattimenti dell’Operazione Scudo Difensivo dell’aprile 2002. Ora invece, stando a quanto riferiscono le Forze di Difesa israeliane, la barriera di sicurezza libera l’esercito dalla necessità di pattugliare continuamente la città.
Pochi possono testimoniare del cambiamento meglio di Ziad Mifleh, direttore generale della Camera di Commercio di Jenin, l’uomo responsabile, fra l’altro, di distribuire i permessi d’entrata in Israele ai residenti locali. Mentre sei mesi fa l’Amministrazione Civile israeliana centellinava un centinaio di permessi ai commercianti di Jenin, spiega Mifleh, solo questo mese ne ha emessi circa mille. Egli stesso solo ieri ne ha firmati 174, aggiunge compiaciuto. Negli ultimi tre mesi “abbiamo visto l’inizio della svolta – dice – Si registrano indicatori positivi negli affari, dal momento che la gente ricomincia a pensare a investimenti e commercio”. Negli ultimi sei mesi, al drastico calo delle “operazioni di martirio” è corrisposto un netto aumento dei permessi, sottolinea ancora Mifleh. E tuttavia il suo ufficio aveva fatto domanda per 1.600 permessi, e Jenin – fino a pochi anni fa una cittadina di fiorenti commerci – potrebbe certamente impiegarne ancora di più. Dopo tutto, la Camera di Commercio vanta 3.500 iscritti.
I mercati di Jenin sono affollati, ma i commercianti si lamentano che i locali spendono solo per merci necessarie o di poco prezzo, e che la calma e la stabilità avrebbero portato ben pochi frutti economici. Le vetrine delle gioiellerie in via Abu Bakr sono piene d’oro, ma gli scaffali all’interno sono vuoti. “La gente viene solo per vedere l’oro – commenta un orefice che si presenta come Abu Muhammad, di 40 anni – Questa intifada ci ha rovinati”. Prima dell’intifada, le rimesse da lavoro legale o clandestino in Israele (e di un bel traffico di auto rubate) alimentavano l’economia locale. Ma oggi introdursi illegalmente in Israele è cosa del passato, una missione troppo difficile e troppo pericolosa.
Fuori dalla Camera di Commercio, fra fumi di sigarette e marijuana, diverse decine di uomini aspettano un permesso, alcuni invano. Sperano di ottenere il permesso per acquistare o vendere in Israele abiti economici, o frutta, o qualunque cosa possa portare il pane sulle loro tavole. In perfetto ebraico spiegano che la stabilità è tornata, ma il lavoro rimane poco. Sembra il nuovo slogan della città.
Anche Israele inizia ad essere contento di una città che poco tempo fa veniva indicata come “la capitale dei suicidi”. “Anziché esportare attentatori suicidi – dice Baruch Spiegel, capo della Squadra Barriera di Sicurezza incaricata dal ministro della difesa Shaul Mofaz di occuparsi delle necessità umanitarie relative alla barriera – adesso esportano coltivatori di cetrioli”. Spiegel, un ufficiale dai modi diretti che prima prestava servizio come vice coordinatore delle attività di governo per le Forze di Difesa israeliane nei territori, aggiunge che oggi sono circa 2.500 gli uomini hanno il premesso di entrare in Israele “grazie alla calma che ora prevale. Il calo del terrorismo a livelli ‘gestibili’ ha permesso alle Forze di Difesa israeliane di rimuovere tutto un sistema di posti di blocco e di controlli all’interno del governatorato di Jenin”. Anche se ci sono ancora soldati ai posti di blocco ai confini del distretto. I contatti di Spiegel dicono addirittura che i contadini palestinesi hanno vinto la paura della barriera e hanno chiesto di piantare nella prossima stagione campi di tabacco su alcune loro terre dalla parte occidentale della barriera (sul versante israeliano).
Ma il grande cambiamento, dice Spiegel mentre la sua voce tradisce un po’ di speranza, sarà la zona industriale congiunta, al vicino passaggio di Jalame, che un giorno potrà dare lavoro a più di diecimila locali. “Ciò potrebbe risolvere molti problemi”, aggiunge. Diversi stati europei hanno espresso interesse per il progetto, congelato finora dallo scoppio dell’intifada.
La ripresa economica di Jenin è completata dalla ricostruzione ad opera dell’Unrwa di quella sezione del campo profughi della città che fu teatro dei combattimenti nell’aprile 2002. Nuovi edifici color pastello stanno trasformando quello che un tempo era l’incubo della città in uno dei suoi luoghi più vivaci. Funzionari di Fatah, come il parlamentare palestinese Sakhri Turkuman, riconoscono un po’ a denti stretti che la barriera, riducendo gli attentati e di conseguenza anche le incursioni israeliane, “ha effettivamente portato una certa stabilità a Jenin”.

(Matthew Gutman su Jerusalem Post, 4.06.04)

La barriera e i suoi “effetti collaterali”

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