Organizziamo una vera settimana dell’apartheid in Medio Oriente

Innanzitutto andranno studiate le forme peggiori di apartheid praticate nella regione

di Alan M. Dershowitz

image_2767Ogni anno, più o meno in questo periodo, studenti islamici estremisti – coadiuvati da professori estremisti anti-israeliani – organizzano un evento che loro chiamano “settimana sull’apartheid israeliano”. Durante tale settimana cercano di indurre gli studenti in vari campus universitari in giro per il mondo ad aborrire Israele come un regime da apartheid. La gran parte degli studenti sembra ignorare le invettive di questi estremisti, ma alcuni ingenui finiscono con prenderli sul serio. Altri studenti, ebrei o pro-israeliani, denunciano di venire intimiditi quando cercano di rispondere alle loro falsità.
In quanto persona che si oppone con determinazione a qualunque tipo di censura, la mia soluzione è sempre quella di combattere i discorsi malevoli con discorsi validi, le menzogne con la verità, l’insegnamento disonesto con l’insegnamento autentica.
In questo spirito mi faccio sostenitore della proposta di tenere nelle università in tutto il mondo una “settimana dell’apartheid mediorientale” che sia basata sul principio – universalmente accettato in fatti di diritti umani – della “priorità al caso peggiore”. In altri termini, innanzitutto devono essere studiate e rivelate le forme peggiori di apartheid praticate da nazioni ed entità mediorientali. Poi andranno studiate le pratiche da apartheid di altri paesi, in ordine di gravità e di impatto su minorane vulnerabili.
In base a questo principio, il primo paese da studiare è l’Arabia Saudita: un regime tirannico che pratica l’apartheid di genere in grado estremo, relegando le donne in uno status estremamente basso. Non a caso un eminente imam saudita ha emesso di recente una fatwa in cui si proclama che chiunque sostenga che le donne lavorino a fianco di uomini o che in altro modo compromettano l’assoluto apartheid di genere, è passibile di esecuzione. I sauditi praticano anche un apartheid basato sull’orientamento sessuale, imprigionando e giustiziando cittadini sauditi gay e lesbiche. Inoltre l’Arabia Saudita pratica un esplicito apartheid religioso: ha strade speciali riservate “solo ai musulmani”, discrimina i cristiani rifiutando loro il diritto di praticare apertamente la loro religione e – è appena il caso di ricordarlo – non riconosce agli ebrei il diritto di vivere in Arabia Saudita, di possedervi proprietà e persino (con limitate eccezioni) di entrare nel paese: insomma, un apartheid con rappresaglia.
La seconda entità sulla lista dei peggiori apartheid mediorientali da studiare dovrà essere Hamas, l’autorità de facto della striscia di Gaza: anche Hamas discrimina apertamente le donne, i gay e i cristiani, non permette nessun dissenso, nessuna libertà di parola, nessuna libertà di religione.
Ogni singolo paese mediorientale pratica queste forme di apartheid, in un grado o nell’altro. Si consideri ad esempio la nazione più “liberale” e filo-occidentale dell’area, vale a dire la Giordania. Il Regno di Giordania, che il re stesso ammette non essere una democrazia, ha una legge nei suoi codici che proibisce a qualunque ebreo di essere cittadino giordano e di possedere terre in Giordania. Nonostante gli sforzi della regina progressista, le donne di fatto sono ancora subordinate praticamente in tutti gli aspetti della loro vita in Giordania.
L’Iran naturalmente non pratica nessuna discriminazione contro i gay dal momento che il suo presidente ha garantito che in Iran i gay non esistono affatto [Mahmud Ahmadinejad lo proclamò nel settembre 2007 dal pulpito della Columbia University]. In Pakistan, dei sikh sono stati giustiziati per essersi rifiutati di convertirsi all’islam, mentre in tutto il Medio Oriente vengono praticati omicidi delle donne detti “d’onore” spesso con la tacita approvazione delle autorità laiche e religiose. Tutti i paesi musulmani in Medio Oriente riconoscono una sola religione ufficiale, l’islam, e non fanno nemmeno finta di sforzarsi per garantire eguaglianza religiosa ai fedeli di altre fedi. E questa non è che una sintetica rassegna di alcune, certo non di tutte le forme di apartheid praticate in Medio Oriente.
Passiamo ora a Israele. Il laico stato ebraico d’Israele riconosce pieni diritti religiosi a cristiani e musulmani (e alle altre minoranze religiose) e proibisce ogni forma di discriminazione basata sulla religione (ad eccezione, per la verità, degli ebrei conservatori e riformati, ma questa è un’altra storia!). I cittadini musulmani e cristiani d’Israele (in tutto più di un milione) hanno diritto di votare ed essere eletti alla Knesset, e alcuni di costori si oppongono anche al diritto di Israele di esistere. Un arabo siede alla Corte Suprema, un arabo è membro del governo, numerosi arabi israeliani occupano posizioni importanti nel business, nell’università, nella vita culturale della nazione. Un paio di anni fa, nella sede YMCA di Gerusalemme, ho assistito a un concerto dove Daniel Barrenboim dirigeva un’orchestra mista di musicisti israeliani e palestinesi davanti a un pubblico misto di israeliani e palestinesi. L’uomo seduto al mio fianco era un arabo israeliano: più esattamente il ministro della cultura dello Stato d’Israele [Raleb Majadele, dal 2007 al 2009 ministro di scienza, cultura e sport nel governo Olmert]. Qualcuno riesce a immaginare un concerto di questo genere che avesse luogo nell’apartheid del Sudafrica o nell’apartheid dell’Arabia Saudita?
In Israele vige competa libertà di dissenso, che infatti viene praticata con gran vigore da musulmani, cristiani ed ebrei. E infatti Israele è una vibrante democrazia.
Ciò che vale per Israele vero e proprio, comprese le sue regioni a maggioranza araba, non vale per i territori occupati. Israele ha posto fine all’occupazione della striscia di Gaza alcuni anni fa [estate 2005], col solo risultato di venire attaccato dai razzi di Hamas. Israele mantiene la sua occupazione in Cisgiordania solo perché i palestinesi hanno preso le distanze dalla generosa offerta che prevedeva indipendenza statale sul 97% della Cisgiordania, capitale a Gerusalemme e 35 miliardi di dollari come pacchetto di indennizzi per i profughi. Se avessero accettato quell’offerta dell’allora presidente americano Bill Clinton e dell’allora primo ministro israeliano Ehud Barak, oggi esisterebbe (da quasi dieci anni) uno stato palestinese in Cisgiordania, non vi sarebbe la barriera difensiva, non vi sarebbero strade a circolazione limitata ai cittadini israeliani (ebrei, musulmani e cristiani) e non vi sarebbero insediamenti civili. Da molto tempo sono contrario agli insediamenti civili in Cisgiordania, come molti o forse la maggior parte degli israeliani. Ma chiamare “apartheid” un’occupazione che perdura a causa del rifiuto dei palestinesi di accettare la soluzione a due stati significa abusare della parola. Come capiscono bene quelli di noi che hanno combattuto la vera lotta contro l’apartheid, non c’è nessun paragone possibile tra ciò che accadeva in Sudafrica e ciò che accade oggi in Cisgiordania. Come ha ben detto il congressista John Conyors, che contribuì a fondare il Black Caucus del Congresso Usa, applicare la parola apartheid a Israele “non serve alla causa della pace, e l’uso di essa in particolare contro il popolo ebraico, che è stato vittima del peggior genere di discriminazione, una discriminazione che sfociava nella morte, è ingiurioso e sbagliato”.
La “Settimana sull’apartheid israeliano” in corso in varie università del mondo, focalizzandosi soltanto sui difetti dell’unica democrazia mediorientale, è accuratamente studiata per occultare i ben più gravi problemi delle vere forme di apartheid nei paesi arabi e musulmani.
La domanda è: perché tanti studenti si identificano con regimi che offendono le donne, i gay, i non-musulmani, i dissidenti, gli ambientalisti e i sostenitori dei diritti umani, e intanto demonizzano un regime democratico che garantisce eguali diritti alle donne (il presdiente della Corte Suprema e il presidente del parlamento sono donne), ai gay (vi sono nell’esercito israeliano generali che sono gay dichiarati), ai non-ebrei (musulmani e cristiani occupano posizioni importanti in tutta la società israeliana), ai dissenzienti (praticamente ogni singolo cittadini israeliano dissente apertamente su qualcosa). Israele ha il miglior curriculum ambientale di tutto il Medio Oriente, esporta più tecnologia medica salva-vite umane di qualunque altro paese della regione e si è sacrificato per la pace più di qualunque altro paese di tutto il Medio Oriente. Eppure in tanti campus universitari democratici, egualitari e libertari Israele è una sorta di paria, mentre i terroristi di Hamas sessisti, omofobi, totalitari e anti-semiti sono considerati degli eroi.
C’è qualcosa di molto sbagliato in tutto questo.

(Da: Jerusalem Post, blog “Double Standard Watch”, 7.3.10)

Nella foto in alto: Alan M. Dershowitz, autore di questo articolo

Si veda anche:

Olmert: “Offrii ai palestinesi il migliore accordo possibile. Invano”

http://www.israele.net/articolo,2617.htm

La differenza fra diagnosi e invettiva

http://www.israele.net/sezione,,1843.htm