Palestinesi alla deriva

Non sono mai stati una vera nazione, e oggi si stanno separando come zolle tettoniche.

Di Moshe Arens

image_2894Barack Obama e Benjamin Netanyahu sembrano avere in comune lo stesso sogno di uno stato indipendente palestinese. Un sogno condiviso da molti milioni di persone nel mondo: palestinesi, israeliani e benintenzionati sostenitori della pace un po’ ovunque. Costoro immaginano la creazione di uno stato palestinese – cioè, di un secondo stato palestinese oltre alla Giordania – su territori ceduti da Israele in Giudea e Samaria (Cisgiordania) e parte di Gerusalemme, e nella striscia di Gaza controllata da Hamas. La creazione di questo stato dovrebbe verosimilmente apportare una soluzione al problema dei profughi palestinesi; dopodiché regnerà la pace e verranno considerevolmente favoriti gli interessi di Stati Uniti e occidente nell’intero Medio Oriente.
Non esiste la prova matematica per dimostrare che tutto questo è una pia illusione: in effetti, le cose potrebbero anche andare in questo modo. Ma allo stato attuale, di certo non sembra affatto probabile. È in atto, in effetti, un fenomeno carsico che, a quanto pare, sfugge all’osservazione delle migliaia di politici, analisti ed esperti medio-orientalisti che scrivono senza sosta sugli sviluppi in questa regione, e che invece ha tutti i numeri per buttare all’aria l’intero schema che si è detto.
I palestinesi stanno andando alla deriva. Anziché coagularsi in un’entità omogenea in preparazione della statualità futura, i palestinesi geograficamente separati si stanno allontanando come placche tettoniche. Che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), officiante da Ramallah, e la dirigenza di Hamas a Gaza stiano funzionando da diversi anni come due entità politiche separate, ed anche reciprocamente ostili, è un fatto a tutti evidente. Ma la convinzione generale è che le loro differenze finiranno per essere rabberciate. Il presidente egiziano Hosni Mubarak ha investito considerevoli energie nel perseguire questo obiettivo. Talvolta Israele viene sollecitato a negoziare con Hamas come se questo potesse produrre il risultato sperato. Ingenti somme di denaro sono state riversate in entrambi i campi della divisione per cercare di raggiungere questo obiettivo. Ma al momento sembra proprio che abbiamo a che fare con due entità politiche palestinesi che non sembrano riavvicinarsi per niente. Le diversità sono personali, culturali e politiche.
Ma sta anche accadendo che la lacerazione cessa di essere prevalentemente politica: prende piede, infatti, un significativo fenomeno di natura economica. L’economia palestinese in Giudea e Samaria negli ultimi anni è andata crescendo a ritmi da record, distanziando di molto la striscia di Gaza. Ramallah “by night” non assomiglia per nulla a Gaza “by night”. Mentre Ramallah, Nablus e Jenin progrediscono, le città della striscia di Gaza si deteriorano. C’è qualche probabilità che si fondano in un unico stato? I palestinesi di Ramallah vorranno prendersi sulle spalle il peso economico dei palestinesi di Gaza? Saranno disposti ad accogliere centinaia di migliaia di abitanti di Gaza nelle loro città in Cisgiordania? Le considerazioni economiche potrebbero essere determinanti per il risultato finale.
E che dire dei milioni di profughi palestinesi (e loro discendenti) che languono nei campi in Libano, Siria e Giordania da 62 anni, e di quelli che hanno trovato temporaneo asilo in altri paesi? Lo stato palestinese sarà capace di assorbire queste masse nel suo territorio già densamente popolato? Sarà in grado la sua economia di sostenere questo peso? La sua popolazione sarà pronta ai sacrifici che una tale sfida comporta?
Da quello che si vede, i palestinesi si stanno smembrando. Si vedono in gioco forze centrifughe di natura economica, culturale e demografica, che inseriscono un cuneo fra Ramallah e Gaza, fra i palestinesi della diaspora e i loro fratelli in Giudea, Samaria, Gerusalemme e striscia di Gaza.
Può darsi che prima o poi vengano trovate singole soluzioni per i tre soggetti palestinesi separati. Ci vorrà uno sforzo di tutto il mondo, cui dovranno partecipare anche i paesi arabi ricchi, per risolvere l’incancrenito problema dei profughi palestinesi. Anche per la striscia di Gaza, solo uno sforzo internazionale concertato potrà portare sollievo: nessun neonato stato palestinese potrebbe gestire quel problema. Per quanto riguarda la popolazione palestinese di Giudea e Samaria, vi sono diverse opzioni che dovrebbero essere prese in considerazione.
I palestinesi hanno avuto un grande declino. Guidati per anni da una dirigenza corrotta e incompetente, sono passati da un disastro all’altro. Non sono mai stati una nazione omogenea in senso occidentale. Negli ultimi anni sono stati investiti grandi sforzi, enormi somme di denaro e gigantesche campagne di pubbliche relazioni nella costruzione della nazione palestinese, con risultati discutibili.
Come accade spesso nella storia, anche in questo caso i fattori economici potrebbero risultare determinanti per l’esito finale. I palestinesi in Giudea, Samaria e Gerusalemme, i palestinesi nella striscia di Gaza e i profughi palestinesi potrebbero finire ognuno per la propria strada. La soluzione “a due stati” potrebbe non realizzarsi mai.

(Da: Ha’aretz, 12.07.10)

Nella foto in alto: Moshe Arens, autore di questo articolo

Si veda anche:

La nazionalità palestinese e le dure repliche della storia: riflessioni intorno a un illuminante lapsus di Abu Mazen

http://www.israele.net/sezione,,1763.htm