Parola di Erekat

Che valore hanno i negoziati, quando il capo negoziatore palestinese continua a inventarsi cose di sana pianta?

Elliott Abrams

Elliott Abrams, autore di questo articolo

Elliott Abrams, autore di questo articolo

Il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat ha parlato questa settimana della recente guerra a Gaza. E ha fatto due affermazioni: che sono stati uccisi 12.000 palestinesi e che il 96% di loro erano civili.

Alcuni siti di news hanno ipotizzato che Erekat, parlando in inglese, abbia semplicemente fatto confusione fra il numero 12.000 e il numero 2.000, che è la stima solitamente citata da stampa e Nazioni Unite. Può darsi. Concediamoglielo. Ma il 96% di civili?

Beh, se l’è inventato. Anche le Nazioni Unite, che nella loro notoria ostilità verso Israele si basano sempre sulle fonti palestinesi, non sono mai arrivate a citare nemmeno il 70%. Il numero citato  da governo e Forze di Difesa israeliane è di circa il 50% (una delle percentuali più basse nelle guerre moderne). Dunque, dato che nemmeno Hamas ha mai sostenuto che il 96% delle vittime a Gaza fossero civili, dove è andato a pescare questo numero Erekat? Come si è detto, dobbiamo ammettere che l’ha semplicemente inventato.

Saeb Erekat

Saeb Erekat, capo negoziatore palestinese

Non è esattamente la prima volta. Erekat è ricordato come uno degli inventori della leggenda del “massacro di Jenin”, la città in Cisgiordania in cui nell’aprile del 2002 si combatté un violentissimo scontro in cui perirono 52 palestinesi e 23 soldati israeliani. Yasser Arafat proclamò che il “massacro di Jenin” poteva essere paragonato solo all’assedio di Stalingrado della seconda guerra mondiale. E l’ineffabile Erekat dichiarò alla stampa: “Il numero di morti si aggira sui 500”, aggiungendo: “Il campo profughi di Jenin non esiste più, e abbiamo notizia che vi avvengono esecuzioni di massa”. Cinque giorni più tardi, a combattimenti finiti, il Segretario Generale dell’Autorità Palestinese, Ahmed Abdel Rahman, dichiarò all’UPI che il numero era nell’ordine delle migliaia, usando la parola “genocidio”. E la notizia fece il giro del mondo.

Naturalmente non era avvenuto nulla del genere, come successivamente ammisero tutti gli organismi internazionali e le ong indipendenti, dall’Onu a Human Rights Watch ad Amnesty International. Nonostante le distruzioni causate dai violenti combattimenti, la città di Jenin e il suo campo palestinese non avevano mai “cessato di esistere”. La notizia del massacro, Erekat, se l’era semplicemente inventata.

Importa qualcosa tutto ciò? Sì, importa. Anche nel migliore dei casi, e con un alto grado di fiducia fra i negoziatori, i negoziati tra le due parti non possono che essere difficili. Ma se il massimo negoziatore dell’Olp continua a inventarsi le cose di sana pianta dandole in pasto alla stampa internazionale come “rivelazioni”, si capisce che i negoziati diventano davvero ardui e ben poco produttivi.

(Da: Israel HaYom, 8.10.14)

Ben-Dror Yemini

Ben-Dror Yemini

Ha scritto Ben-Dror Yemini, su YnetNews: «Quanti palestinesi sono morti nell’operazione “Margine protettivo”? I palestinesi dicono circa 2.000. E quanti di loro erano civili? Mentre era in corso la guerra, diverse organizzazioni hanno cercato di dare l’impressione che circa il 70% delle vittime fossero civili. Affermazioni simili, con una percentuale gonfiata di vittime civili, erano apparse anche in occasione dell’operazione anti-terrorismo “Piombo Fuso” (gennaio 2009). Finché non è arrivato il “ministro degli interni” di Hamas, Fathi Hamad, che ha affermato che 700 dei 1.200 morti erano membri di Hamas. Lo scorso settembre, invece, è stato nientemeno che lo stesso presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), come riportato da Palestinian Media Watch, a dichiarare che 861 dei morti nella operazione “Margine protettivo” erano membri di Fatah, mentre solo 50 erano di Hamas. Il battibecco tra Fatah e Hamas sull’affiliazione delle vittime è di scarsa importanza: importa molto di più il numero totale di oltre 900 combattenti. Ci è voluto parecchio tempo perché venisse fuori la verità dopo “Piombo fuso”. Questa volta è stata più veloce. E la conclusione è la stessa: basarsi sulle fonti che dipendono da Hamas significa affidarsi alla propaganda e alle menzogne al servizio di quell’organizzazione. Ogni volta le Forze di Difesa israeliane hanno pubblicato cifre molto più verosimili e attendibili. Si può capire che non vengano prese in considerazione dai giornalisti quando sono costretti a lavorare al servizio di Hamas. Un po’ più difficile capire che in questi errori cadano ripetutamente i “gruppi per i diritti umani” e tutti coloro che che operano fuori da Gaza senza coercizioni. (Da: YnetNews, 19.9.14)