Per una riforma del mondo arabo-islamico

Nata musulmana, sono cresciuta a Gaza e al Cairo allepoca in cui Nasser voleva unire tutti gli arabi per distruggere Israele.

Di Nonie Darwish

image_564Nata e cresciuta musulmana, sono diventata adulta a Gaza [allora sotto controllo egiziano] e al Cairo all’epoca in cui Gamal Abdel Nasser si era lanciato nell’impresa di unire tutto il mondo arabo per distruggere Israele. L’Egitto mobilitava gli arabi di Gaza e incoraggiava i feddayin a compiere incursioni al di là dei confini di Israele. Mio padre, alto ufficiale dell’esercito egiziano, venne ucciso in seguito a una di queste operazioni. Dopo la sua morte, la nostra famiglia fu coperta di attenzioni. Per qualche settimana. Comunque, le vedove degli shahid (martiri) come la mia povera mamma dovevano sobbarcarsi da sole il peso di tirare avanti in una società che rispetta solo le famiglie guidate da uomini.
Nelle scuole elementari di Gaza ci venne insegnato l’odio verso gli ebrei, la vendetta e la ritorsione. Una pace con Israele non veniva mai presa nemmeno in considerazione. Mi veniva detto di non accettare caramelle da estranei perché potevano essere ebrei che cercavano di avvelenarmi.
Ho vissuto nel mondo arabo fino all’età di trent’anni, assistendo a tre grandi guerre e alla sempre crescente influenza dell’islam fondamentalista. La libertà di parola era soppressa. In una certa misura i cittadini si erano adattati a vivere sotto i dittatori. Le statue e i ritratti dei capi erano dappertutto. Da ogni radio venivano mandate in onda canzoni che li celebravano.
Ho visto l’oppressione delle donne, l’uccisione delle ragazze in nome del “delitto d’onore”, la mutilazione genitale femminile, la poligamia con i suoi devastanti effetti sulle dinamiche famigliari.
Alla fine è stato con gioia che sono riuscita a lasciarmi tutto questo alle spalle, trasferendomi in America nel 1978. Improvvisamente potevo godere della libertà di religione e dell’eguaglianza fra classi ed etnie.
Il mio primo lavoro mi venne offerto da una donna d’affari ebrea. Vidi cristiani ed ebrei praticare le rispettive fedi pacificamente. Tra i miei amici ebrei e cristiani ascoltai parole di amore, di comprensione, di perdono e di shalom [pace]. In tutta sincerità mi chiedevano: cosa possiamo fare per arrivare alla pace con gli arabi?
Mi sentii tradita dalla mia cultura d’origine, fautrice di violenza, che parlava di pace solo alla presenza degli occidentali. Capii che ero cresciuta dietro un muro di paura, di menzogne e inganni dei mass-media che ci tenevano separati dal resto dell’umanità. Ma non ero ancora in grado di rendere con le parole questi pensieri.
Quando tornai in Egitto nel 2001 la situazione era diventata ancora più difficile. Le sponde del Nilo erano invase da inquinamento, sostanze tossiche e immondizia. Ho visto l’estrema povertà, la disoccupazione, l’inflazione alle stelle, la corruzione e la cattiva amministrazione imperanti.
Siamo rientrati negli Stati Uniti il 10 settembre 2001. La mattina dopo cambiò tutto il mondo.
Nell’istante stesso in cui vidi il secondo aereo colpire le Torri Gemelle capii che il jihad era arrivato in America. Con orrore ho visto che il paese che mi aveva dato rifugio, protezione e speranza subiva una mostruosa aggressione che scaturiva dalla mia stessa cultura d’origine. Telefonai immediatamente a diversi amici musulmani. Tutti, senza eccezione, cercavano giustificazioni per il terrorismo, negavano qualunque responsabilità della cultura islamica, e concludevano che l’11 settembre era frutto di una cospirazione degli israeliani. Non erano estremisti fondamentalisti: erano tutti musulmani moderati, gente colta che ha girato il mondo.
Iniziai a riflettere sulla società nella quale ero cresciuta. Coloro che non praticano l’islam in modo abbastanza fervente sono presi di mira dagli estremisti. Ne risultano scontri interni, omicidi politici, “fatwe” violente, terrorismo. I governi arabi sono costantemente in lotta per mantenere la stabilità interna. Un nemico esterno non musulmano diventa indispensabile per sviare l’attenzione della gente.
Ricordo quando, giovane ragazzina, mentre ero in visita da un amica cristiana al Cairo all’ora delle preghiere del venerdì, entrambe udimmo i violenti attacchi contro cristiani ed ebrei che venivano dagli altoparlanti della moschea: “Che Iddio distrugga gli infedeli e gli ebrei, nemici di Dio. Noi non saremo mai loro amici, né stringeremo mai con alcun patto”. E udimmo i fedeli rispondere: “Amen”. La mia mica era terrorizzata, e io sprofondavo dalla vergogna. Fu allora che capii per la prima volta che c’era qualcosa di molto sbagliato nel modo in cui la mia religione veniva insegnata e praticata.
Sono questi predicatori quelli che hanno trasformato giovani uomini indifesi in terroristi. Nessun governo è “abbastanza islamico” per loro. In questa perversa dinamica, solo i regimi tirannici riescono a sopravvivere.
Ma cambiare il modo il cui viene insegnato l’islam non sarà facile, soprattutto perché il cambiamento deve venire dall’interno. Finora i musulmani non sembrano genuinamente interessati a questa riforma.
Una vasta e ben finanziata campagna, all’opera dopo l’11 settembre, si preoccupa di tutelare l’immagine e la reputazione dell’islam. Ma non affronta la necessità fondamentale di imprimere una riforma all’islam.
Dopo l’11 settembre ho dovuto rompere il mio silenzio. Insieme a pochi altri arabi e musulmani, abbiamo trovato la forza, il senso di responsabilità e l’onestà intellettuale per dire ad alta voce che l’America e Israele non solo il nemico. Andando in giro per l’America ho avuto il privilegio di incontrare molte persone, ho condiviso lacrime e abbracciato molte donne e giovani studentesse.
Gli americani, semplicemente confusi dalla cultura islamica, spesso mi domandano: “Perché i musulmani non sono sdegnati per l’11 settembre? Perché i musulmani moderati non parlano ad alta voce?”.
A poco a poco ho iniziato a ricevere e-mail da musulmani che sono d’accordo con me, che vogliono vivere in pace con Israele ma che hanno paura di dirlo apertamente. Ho capito che c’era bisogno di un luogo dove poter scambiare idee e parlarsi francamente, sia viso aperto che in modo anonimo. E così ho fondato il sito web arabsforisrael.com (Arabi per Israele).
Recentemente una donna palestinese, che oggi vive negli Stati Uniti e che condivide le mie opinioni, mi ha mandato un e-mail che ho pubblicato sul sito. Come d’abitudine, ho protetto la sua identità siglando il messaggio come “anonimo”. Mi ha subito scritto: “No, metti il mio nome, il mio nome per intero”.
È tempo che gli arabi si liberino dal tabù che impedisce l’autocritica. Un movimento di riforma all’interno del mondo islamico è ciò di cui abbiamo tutti disperatamente bisogno. L’islam è pieno di virtù e di bontà che devono venire alla luce del sole. È dovere di ogni buon musulmano contribuire far emergere la comprensione e la tolleranza dell’islam, non solo a parole ma anche con l’azione. Abbiamo bisogno di una cultura mediorientale che rifletta le diversità delle sue genti e rispetti eguali diritti per tutti: ebrei, cristiani e musulmani.
Uno degli obiettivi deve essere quello accogliere a braccia aperte Israele come nostro vicino, e invitarlo a fiorire in mezzo a noi in un’atmosfera di coesistenza e di pace.
Nutro un prudente ottimismo che il lato migliore della natura umana finirà col prevalere.

(Da: Jerusalem Post, 25.12.04)

Nella foto in alto: Nonie Darwish

Si veda, nel portale di israele.net:
”Altre voci” arabo-islamiche

http://www.israele.net/categories.php?type=scat&maincat=127

Si veda anche, da Foreign Policy e Corriere della Sera, “Il mondo sarebbe un posto peggiore senza Israele”, di Josef Joffe, direttore editoriale del settimanale tedesco “Die Zeit” (i veri problemi del Medio Oriente sono oppressione delle donne, analfabetismo, dittatura, integralismo):

http://www.informazionecorretta.com/showPage.php?template=rassegna&id=5007