Per una strategia comune

La soluzione per Gaza arriverà soltanto quando finirà il regime di Hamas.

di Ephraim Sneh

image_2862Le prove che si sono accumulate – dalle immagini del circuito tv interno della stessa nave Mavi Marmara, ai video e alle foto dell’operazione navale – confermano la conclusione che la flottiglia diretta a forzare il blocco anti-Hamas su Gaza è stata una provocazione ben pianificata. Ciò che mi fa arrabbiare, in quanto israeliano, è che il mio governo sia andato dritto a cadere nella trappola.
Certo, si sarebbe potuto affrontare la flottiglia in modo più avveduto. E tuttavia, la furibonda reazione internazionale per le perdite fra i seguaci di un’organizzazione turca jihadista come IHH costituisce un chiaro esempio dell’ipocrisia del mondo. Non si vede tutta questa indignazione e questo scandalo quando decine e decine di musulmani innocenti vengono fatti a pezzi, praticamente ogni giorno, da attentatori jihadisti suicidi nei mercati e nelle moschee in Iraq e in Pakistan. E non si vede tutta questa indignazione quando civili afgani cadono vittime di “danni collaterali” negli attacchi Nato contro i talebani.
In effetti, l’ossessivo preoccupazione internazionale per la morte di quei nove militanti trascura la domanda fondamentale che invece andrebbe posta. E cioè: come mai tutti accettano come normale l’esistenza del regime di Hamas nella striscia di Gaza? Non dimentichiamo che Hamas ha preso il potere a Gaza nel giugno 2007 con uno spietato e sanguinoso colpo di mano, e che da allora il suo regime è sopravvissuto grazie a massicci aiuti militari e finanziari da parte dell’Iran. A Gaza, Hamas continua a immagazzinare migliaia di razzi e missili, tremila dei quali ha già lanciato contro Israele solo negli ultimi anni.
Hamas governa Gaza col pugno di ferro, sopprimendo brutalmente tutti i suoi rivali politici e imponendo a poco a poco una dura versione della legge religiosa islamica. Se qualcuno crede che i palestinesi di Gaza, il cui benessere sembra stare a cuore a tutti quanti, amino il regime di Hamas, bisognerebbe ricordargli che a Gaza non c’è più stato un solo sondaggio d’opinione negli ultimi due anni che non abbia premiato il Fatah di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) con una significativa maggioranza di consensi rispetto a Hamas.
Per i due paesi che confinano con la striscia di Gaza il regime di Hamas è inaccettabile.
Per l’Egitto, costituisce un pericoloso precedente di presa del potere con la forza da parte di un’organizzazione affiliata ai Fratelli Musulmani, vera nemesi del regime del Cairo. Ogni giorno che Gaza trascorre sotto il controllo di Hamas offre la dimostrazione che i Fratelli Musulmani sono in grado di mantenere il potere per un lungo periodo: un precedente che l’Egitto non può facilmente tollerare.
Per Israele, Gaza sotto Hamas rappresenta di fatto una base militare e missilistica iraniana situata a tre chilometri dalla più vicina città israeliana, e a 60 chilometri da Tel Aviv: una base dove vengono accumulate quantità sempre maggiori di missili al solo scopo di poterli lanciare un giorno contro Israele.
Ma Israele e Gaza non sono separabili. Vi sono almeno cinque settori funzionali che li vedono legati fra loro: commercio, energia, acqua, ambiente e salute. In ciascuno di questi campi la dipendenza reciproca impedisce una totale separazione. Quindi Israele non può dichiarare che quel che succede a Gaza non lo riguarda più, esattamente come non v’è possibilità di gestire le cose nella striscia di Gaza in modo efficace per un tempo prolungato senza una stretta cooperazione con Israele. Questa organizzazione che rifiuta l’esistenza di Israele non può governare Gaza a lungo, nemmeno col supporto esterno.
Il controllo di Hamas su Gaza è intollerabile anche per l’Autorità Palestinese del presidente Abu Mazen. Circa il 40% dei cittadini dell’Autorità Palestinese vive attualmente sotto il potere di un movimento che mira ad eliminare l’Autorità Palestinese stessa, e a trasformare tutta la Palestina in un emirato islamico, promettendo guerra eterna con Israele: un movimento che aspira a trasformare il sogno palestinese di uno stato sovrano moderno in un incubo tipo Mogadiscio sotto al-Shabaab.
In realtà, non esiste un assedio di Gaza. Tutte le parti politiche i cui interessi fondamentali sono violati dall’esistenza di un Hamastan nella striscia di Gaza, consentono tuttavia che il controllo di Hamas vi perduri. L’Egitto in pratica vi permette l’arrivo di quasi tutto attraverso il sistema dei tunnel. L’Autorità Palestinese con base a Ramallah continua a pagare ogni mese gli stipendi di 77.000 dipendenti dell’Autorità Palestinese a Gaza. Israele fornisce, oltre ad acqua ed elettricità, circa 150 camion al giorno carichi di materiali, e non solo di beni strettamente umanitari. Non c’è praticamente esportazione da Gaza, e ben poco viene prodotto localmente.
Finché il controllo su Gaza sarà nelle mani di un’organizzazione terroristica, né Israele né l’Egitto permetteranno l’ingresso di forniture di cui sia responsabile, sul piano della sicurezza, il braccio militare di Hamas. È in questo conteso che bisogna ricordare che, prima del golpe di Hamas, passavano 750 camion al giorno, quando responsabile della sicurezza ai valichi di frontiera era la Guardia presidenziale di Abu Mazen.
Una soluzione per Gaza arriverà soltanto quando finirà il regime di Hamas. Il che potrà avvenire solo per mezzo di una strategia comune coordinata fra Egitto, Israele e Autorità Palestinese. Possibili obiettivi intermedi potrebbero essere il passaggio dei valichi sotto controllo dell’Autorità Palestinese, e l’istituzione di un’amministrazione civile palestinese apolitica che gestisca gli affari della striscia di Gaza in attesa delle elezioni. Ma anche questi obiettivi intermedi sono difficili da raggiungere senza neutralizzare innanzitutto la forza militare di Hamas a Gaza.
Questa strategia comune sarebbe il più urgente e appropriato argomento da discutere nei colloqui condotti dall’inviato americano George Mitchell. Gaza deve tornare al legittimo governo palestinese, e cessare di servire gli interessi strategici dell’Iran (a scapito di quelli delle popolazioni locali).

(Da: Jerusalem Post, 9.6.10)

Nella foto in alto: Ephraim Sneh, autore di questo articolo

Si veda anche:

Stampa araba e “pacifisti” pro-Hamas affossano le speranze di pace

http://www.israele.net/articolo,2722.htm