Perché combattono

I soldati d’Israele sanno perché combattono e quanto preferirebbero non doverlo fare.

Di Michael Dickson

image_3367In “Perché combattiamo”, uno degli ultimi episodi della pregevole mini-serie di Steven Spielberg intitolata “Band of Brothers” (Fratelli al fronte), i soldati americani che compongono la “Easy Company” si trovano in Germania mentre la seconda guerra mondiale volge al termine. Dopo il duro percorso che li ha portati dall’addestramento di base sino ad essere catapultati fuori da un aereo sulla Normandia occupata, finalmente vedono il nemico nazista in ritirata e possono prendersi un momento di riflessione: questa vittoria valeva i pericoli e i sacrifici e la perdita di tanti loro compagni? Una scoperta casuale fatta da alcuni sergenti di pattuglia nei boschi offre una brusca risposta. Si imbattono in un campo di concentramento. La scena, con la scoperta di un luogo così disgraziato, è quanto di più intenso e sconfortante. Si trovano davanti persone che stanno morendo di fame, ridotte pelle e ossa, prossime alla morte. I soldati interrogano i prigionieri su chi si trovi in quel posto. Un militare americano traduce il dialogo. “Criminali?”, chiede. “No – è la risposta – Musicisti, artisti, insegnati: ebrei”. D’un tratto, l’infamia del progetto nazista contro cui hanno combattuto per anni non è più una cosa astratta. I soldati capiscono perché stanno combattendo.
È del tutto naturale che i soldati si domandino in continuazione perché devono combattere. Ma la scorsa settimana ho trascorso del tempo con dei soldati israeliani che si sono già dati una risposta e che non hanno dubbi su quale sia la loro missione. Si trattava di un gruppo di studenti universitari, più o meno venticinquenni, tutti riservisti attivi, che rievocavano le loro esperienze di battaglia prima di partire per un importante tour di incontri in vari campus in giro per il mondo.
Yair mi ha raccontato di essersi trovato in una intensa battaglia coi terroristi Hezbollah durante la seconda guerra in Libano (estate 2006). I miliziani Hezbollah non vestono uniformi e operano preferibilmente da zone abitate da civili, dove i comuni cittadini servono essenzialmente da scudi umani. Quel giorno Hezbollah decise di rendere le cose ancora più complicate. Nel bel mezzo della battaglia arrivò un furgone e ne scesero dieci bambini sugli otto anni d’età, armati di fucili. Erano stati buttanti dentro al conflitto. In piena battaglia, Yair vide la depravazione morale del nemico e in quel momento capì perché stava combattendo.
Adam mi ha raccontato d’aver ricevuto una chiamata sul cellulare da un angosciato capo-villaggio palestinese. Si era nel pieno dell’intifada stragista palestinese e il compito di Adam era quello di fare da collegamento fra le ONG umanitarie, i capi palestinesi e le Forze di Difesa israeliane. Ogni capo-villaggio palestinese aveva il numero del cellulare di Adam. La chiamata che ricevette quel giorno era una richiesta di aiuto. Un ragazzino palestinese stava giocando nel villaggio quando il suo pallone era caduto in un frantoio. Cercando di recuperarlo, il ragazzino era rimasto col braccio incastrato fra le pale dell’attrezzo, con un dolore atroce. Chiedevano ad Adam di entrare nel villaggio – ostile agli israeliani – e aiutarli. Quando fecero il loro ingresso nell’abitato, i veicoli della squadra di Adam vennero accolti a lanci di pietre dagli abitanti. Dopo che ebbero salvato il ragazzino, ripartirono fra le loro ovazioni. Quel giorno Adam ebbe chiaro il motivo per cui stava combattendo.
Lital mi ha raccontato che era una delle cinque ragazze in una unità di combattimento di cento maschi, e aveva il compito di gestire posti di controllo fra la zona israeliana e la zona palestinese. Naturalmente in un mondo ideale Israele non avrebbe bisogno di tutti questi controlli di sicurezza. Ma mentre controllava le donne che attraversavano il posto di controllo, Lital non aveva dubbi che sono necessari. “Servono a salvare vite umane” mi ha detto, invitandomi a considerare il caso di una donna palestinese incinta che venne portata a un posto di blocco su un’ambulanza che, una volta ispezionata, venne trovata carica di ordigni esplosivi nascosti. “Considerate per un momento – mi ha detto Lital – il dilemma che si trova ad affrontare una soldatessa di diciotto anni quando, da una parte, vede una donna prossima al parto che sembra avere a tutti gli effetti un disperato bisogno di arrivare all’ospedale, ma nello stesso tempo ha paura che possa trattarsi di un imbroglio che potrebbe costare la vita ad altri innocenti”. Consapevole di avere a che fare con un nemico che usa donne in procinto di partorire come copertura, e dell’evidente e concreto pericolo che questa minaccia pone ai cittadini israeliani, Lital aveva ben chiaro perché combatte.
Tanto è chiaro ai soldati che ho incontrato il motivo per cui combattono, altrettanto è loro chiaro quanto preferirebbero non doverlo fare.
Itzik mi ha raccontato di quella volta che era in servizio e si apprestava a tornare a casa per una licenza di fine-settimana per un po’ di agognato riposo, quando improvvisamente arrivò dall’intelligence l’informazione che un attentatore suicida si stava dirigendo verso un centro commerciale. Itzik e la sua unità mollarono tutto per gettarsi alla caccia del terrorista. Una delle persone che dovette interrogare durante quella ricerca era un palestinese di nome Mohammed. Itzik ricorda la conversazione che ebbe con lui. “Senti, Mohammed – gli disse – io non vorrei essere qui, preferirei essere a casa mia con i miei amici e la mia famiglia”. Mohammed lo guardò e rispose: “Anch’io non vorrei essere qui. Preferirei essere a casa coi miei bambini. Siamo uguali: tutti e due vorremmo vivere in pace e tranquillità. La differenza principale fra me e te è che tu puoi dirlo ad alta voce”. Itzik mi ha detto d’aver capito in quel momento che erano entrambi ostaggio di Hamas.
Nei prossimi due mesi questi giovani militari delle Forze di Difesa israeliane andranno a parlare in varie comunità e campus universitari negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo. Non sono dei portavoce. Non sono dei funzionari. Non sono dei politici. Sono solo i rappresentanti dell’esercito di cittadini di un popolo che vuole vivere, e vivere in pace e libertà: una libertà per cui è necessario combattere. E questo è il motivo per cui combattono.

(Da: Jerusalem Post, 20.2.12)

Si veda anche:

«Non è giusto fare questo nel nostro paese». Ecco (in candid camera) la vera gente d’Israele (accusata di razzismo)

http://www.israele.net/articolo,3366.htm

Ecco come Israele affronta i dilemmi etici nella guerra al terrorismo. Un illuminante rapporto sull’incidente del 2009 alla moschea Al-Maqadmah

http://www.israele.net/articolo,2917.htm