Pessimismo targato Olp

L’ingresso di Hamas nell’Olp suscita seri dubbi sulle intenzioni di Abu Mazen e le prospettive di pace.

Editoriale del Jerusalem Post

image_3322La volontà da parte di Hamas e dell’ancor più estremista Jihad Islamica di entrare nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) – l’organizzazione-ombrello attualmente dominata dai “moderati” di Fatah – ha suscitato un acceso dibattito.
Gli ottimisti ritengono che la mossa avrà l’effetto di “moderare” le organizzazioni islamiste terroristiche. Forse Hamas non toglierà dalla sua Carta fondamentale i riferimenti ai Protocolli dei Savi di Sion, non proclamerà la sua disponibilità ad abbandonare gli attentati suicidi, il lancio di razzi e mortai e le altre attività volte ad ammazzare civili israeliani, né accetterà il diritto di Israele ad esistere neppure all’interno delle linee armistiziali del 1949. E pur tuttavia potremmo assistere a un suo cambiamento tattico. Dopotutto, in passato Hamas aveva già affermato che avrebbe temporaneamente accettato uno stato ebraico all’interno di quelle linee come tappa intermedia verso la distruzione di Israele.
Viceversa, i pessimisti sostengono che Hamas, se potrà entrare nell’Olp, ne assumerà il controllo oppure costringerà Fatah ad abbracciare il suo estremismo violento. A quel punto Hamas si adopererà per ripristinare l’obiettivo originario dell’Olp così come è proclamato nella sua Carta di fondazione del 1963, cinque anni prima che Cisgiordania e striscia di Gaza cadessero nelle mani di Israele con la guerra dei sei giorni, e cioè: “la liberazione della patria dei palestinesi secondo le loro capacità e le loro possibilità”. Agli occhi di Hamas, dicono i pessimisti, l’Olp sotto Fatah ha deviato da questa sua missione originaria almeno da quando, nel 1988, Yasser Arafat fece mostra di rinunciare al terrorismo accettando in teoria di riconoscere l’esistenza di Israele.
Purtroppo vi sono abbondanti prove a sostegno della visione pessimistica. Meno di 48 ore dopo che Hamas e Jihad Islamica avevano accettato in linea di principio di entrare a far parte dell’Olp, Mohammed Shtayyeh, membro del Comitato centrale di Fatah nonché uno dei negoziatori con Israele per conto dell’Autorità Palestinese, affermava, stando a quanto riferito dal quotidiano arabo edito a Londra Asharq Alawsat, che i palestinesi potrebbero cancellare gli accordi firmati da Olp e Israele, compreso il riconoscimento di Israele. Nel frattempo, esponenti di Fatah dicevano al corrispondente del Jerusalem Post per gli affari palestinesi Khaled Abu Toameh di temere che l’inclusione di Hamas nell’Olp possa aprire la strada a una sua presa del potere.
In effetti Hamas si sente incoraggiata dalle rivolte popolari nei paesi arabi note come “primavera araba”, che hanno già portato al potere in Egitto e Tunisia partiti politici con programmi islamisti simili ai suoi. Il prossimo paese della lista sembra essere la Libia, mentre Hamas gode già di un forte sostegno da parte del popolare primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan e del dittatore del Nord Sudan, Omar Bashir. In larga misura è stato proprio l’aumento di potere dei fondamentalisti sull’onda della “primavera araba” ciò che ha reso possibile il primo tour di visite ufficiali nella regione mai effettuato dal 2007 dal “primo ministro” di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh.
Haniyeh e i movimenti terroristici islamisti sono ampiamente percepiti nel mondo musulmano come gli autentici difensori degli interessi palestinesi. E dunque crescerà la pressione su Fatah perché dimostri la propria lealtà alla causa palestinese rispetto a Hamas, estremizzando le sue posizioni. La minaccia di Shtayyeh, per conto di Fatah, che l’Olp può annullare gli accordi firmati con Israele deve essere considerata nel contesto di una dinamica in cui Fatah e Hamas faranno a gara in fatto di estremismo.
Fatah è ulteriormente danneggiata dalla mancanza di risultati tangibili nella sua tanto reclamizzata campagna alle Nazioni Unite per il riconoscimento unilaterale dell’indipendenza (senza un accordo negoziato con Israele), nello stesso momento in cui Hamas può spacciare lo scambio fra detenuti e l’ostaggio Gilad Shalit come un suo grande successo nonché la prova dell’efficacia della “resistenza armata”. Lo scorso 14 dicembre, in un discorso a Gaza per le celebrazioni del 24esimo anniversario della nascita di Hamas, Haniyeh ha definito lo scambio detenuti/Shalit “una vittoria negoziale, di sicurezza e miliare” contro Israele. Lo stesso giorno, il capo di Hamas dichiarava che il suo movimento resta votato alla lotta armata per “liberare tutti i territori palestinesi occupati”, senza alcuna distinzione fra Cisgiordania e Tel Aviv.
È del tutto evidente che né Hamas né tantomeno l’ancor più estremista Jihad Islamica conosceranno un processo di moderazione come risultato dell’essere incorporati nell’Olp. È assai più probabile, piuttosto, che Hamas faccia regredire i cambiamenti intrapresi dall’Olp nello sforzo di spogliarsi del suo status di organizzazione terroristica e guadagnarsi il riconoscimento internazionale.
L’appoggio del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) all’ingresso di Hamas nell’Olp suscita seri interrogativi circa le sue intenzioni. In queste circostanze, come è possibile non essere pessimisti sulle prospettive di una pace negoziata nel futuro prevedibile?

(Da: Jerusalem Post, 26.12.11)

Nella foto in alto: il “primo ministro” di Hamas nella striscia di Gaza, Ismail Haniyeh, e il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen)

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