Più chiarezza su Gerusalemme

Israele formuli una politica precisa, a fronte di pressioni Usa e intransigenze palestinesi.

Da un editoriale del Jerusalem Post

image_2822Il 12 maggio 1968 il governo israeliano annunciava che, da allora in poi, ogni 28esimo giorno del mese di Iyar del calendario ebraico, il giorno del 1967 in cui il Muro Occidentale (impropriamente noto come “muro del pianto”) è stato liberato dall’occupazione giordana, sarebbe stato festeggiato come la Giornata di Gerusalemme. Il 23 marzo 1998 tale provvedimento divenne legge dello stato.
Il 12 maggio di quest’anno Israele ha dunque celebrato il 43esimo anniversario della vittoria a Gerusalemme nella guerra dei sei giorni, e la sconfitta quasi miracolosa dell’aggressione congiunta degli eserciti di Siria, Giordania ed Egitto, tutti sostenuti dall’Unione Sovietica nel loro tentativo di annientare una volta per tutte lo stato ebraico.
Ma oggi Gerusalemme è diventata l’epicentro di una grande bufera diplomatica che fa precipitare una crisi fra Israele e il suo più importante alleato. Sotto le amministrazioni Bush e Clinton, gli Stati Uniti avevano essenzialmente ignorato le attività edilizie nei grandi, stabili quartieri ebraici creati col più ampio consenso nazionale israeliano in zone di Gerusalemme ad est della ex linea armistiziale (che spaccava in due la città fra il 1949 e il 1967), quartieri dove oggi vivono circa 200mila ebrei. L’amministrazione Obama ha cambiato strada. Lo scorso luglio, la Casa Bianca ha tentato invano di convincere il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu a congelare la costruzione di abitazioni per ebrei anche a Gerusalemme est (oltre che in Cisgiordania). A novembre sono sorte ulteriori tensioni sulle costruzioni a Gilo. Le relazioni sono poi precipitate ancora più in basso a marzo, sul pasticcio delle costruzioni annunciate a Ramat Shlomo.
Nel frattempo l’Autorità Palestinese, approfittando dei nuovi toni americani, ha aumentato le pretese. Attività e progetti di Israele a Gerusalemme sono stati i temi al centro del summit della Lega Araba dello scorso marzo. “Gerusalemme e i suoi dintorni – ha proclamato in quell’occasione il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) – sono patrimonio di Allah: salvarli dal mostro degli insediamenti e dal pericolo della giudaizzazione è un comandamento che riguarda personalmente tutti noi”. Non basta. Abu Mazen si rifiuta di avviare negoziati diretti con Israele a meno che Netanyahu non accetti un congelamento in tutta Gerusalemme est, una condizione a cui il primo ministro israeliano ha detto che non intende sottostare.
La nuova intransigenza dell’Autorità Palestinese su Gerusalemme appare in stridente contrasto con la notizia, riportata anche da questo giornale, secondo cui Abu Mazen, nei suoi precedenti negoziati con l’allora primo ministro Ehud Olmert, aveva manifestato la disponibilità a riconoscere la sovranità israeliana su certi quartieri ebraici di Gerusalemme sorti al di là della vecchia linea d’armistizio pre-’67, fra i quali appunto Ramat Shlomo e Gilo. Ora, naturalmente, essendosi tenuto lontano dal tavolo negoziale mentre l’amministrazione Obama faceva pressione su Israele al posto suo, e avendo acconsentito con riluttanza all’avvio anche solo dei nuovi colloqui “di prossimità” (indiretti) mediati dagli Usa, Abu Mazen non si sente in dovere di prendere in considerazione nemmeno compromessi minori come questo.
Dal versante israeliano, intanto, su Gerusalemme giungono messaggi piuttosto confusi. Lo scorso luglio Netanyahu ha affermato con determinazione che non avrebbe accettato “nessun limite alla nostra sovranità a Gerusalemme”, aggiungendo: “Ho detto a Obama che Gerusalemme non è un insediamento, e che non ha niente a che fare con le discussioni sul congelamento”. Per contro, in una recente intervista al notiziario di Canale Due, Netanyahu ha fatto una distinzione fra i quartieri ebraici post-’67 della città e i suoi quartieri arabi, specificando che la sorte definitiva dei quartieri arabi è effettivamente argomento di discussione dei negoziati per la composizione finale: una posizione abbracciata sovente dal partito laburista e da Kadima, ma normalmente non dal Likud. All’inizio di questa settimana, poi, è circolata la voce che Netanyahu avesse fatto intendere all’inviato Usa George Mitchell che vi sarebbe stato un congelamento di due anni delle costruzioni a Ramat Shlomo. Successivamente il primo ministro ha chiarito che l’astensione dalle costruzioni è dovuta a questioni meramente tecniche e burocratiche. Tra i partiti della coalizione che forma il governo Netanyahu, i laburisti, in nome dell’avvio di negoziati sostali, appoggerebbero un congelamento temporaneo; probabilmente lo stesso farebbero i partiti religiosi Ebraismo Unito della Torà e Shas. Nel Likud, viceversa, alcuni sono ardentemente contrari; lo stesso si può probabilmente dire di Israel Beitenu (il partito di Avigdor Lieberman). Dal canto suo, il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat ha dichiarato lunedì che le attività edilizie municipali in effetti continueranno in tutte le parti di Gerusalemme, sia per gli ebrei che per gli arabi.
Con tutta evidenza, le stonature israeliane crea dei danni, avendo generato una mancanza di chiarezza rispetto agli Stati Uniti di cui palestinesi non hanno tardato ad approfittare. Netanyahu aveva tutte le ragioni quando, nella sua ultima intervista ad aprile, ha chiesto indignato: “Perché dovrei cedere su Gerusalemme?” in riferimento a quartieri ebraici come French Hill costruiti al di là della ex linea armistiziale, pur sottolineando, a proposito di quartieri arabi come Abu Dis e Shuafat, che “quella è questione diversa”. Nessuno in Israele, ha aggiunto, “desidera aggiungere a Gerusalemme altri quartieri a popolazione araba”; ma resta la “legittima preoccupazione” che, “se si va via di là”, l’Iran possa subentrare a riempire il vuoto, in un modo o nell’altro, come ha già fatto in Libano e nella striscia di Gaza.
Tuttavia, mentre fa i conti con questi dilemmi e cera una soluzione, il governo Netanyahu deve formulare una chiara politica su Gerusalemme est, e assicurarsi che essa venga ben compresa e seguita dai membri della coalizione, dal sindaco della città e da ogni altro rappresentante ufficiale. Giacché qui, per come stanno le cose oggi a Gerusalemme, 43 anni dopo, noi israeliani continuiamo a negoziare con noi stessi.

(Da: Jerusalem Post, 12.5.10)

Si veda anche:
Non esiste nessuna Gerusalemme est come non esiste nessuna Berlino est – Se Obama esige che Israele abdichi alla sovranità sui quartieri ebraici di Gerusalemme, perché mai i palestinesi dovrebbero pretendere di meno?

http://www.israele.net/sezione,,2806.htm