Profughi discriminati nei paesi arabi

Ecco perché la Lega Araba insiste sul diritto al ritorno

Da un articolo di Khaled Abu Toameh

image_1615È altamente improbabile che il summit della Lega Araba in programma per la fine di marzo in Arabia Saudita accetti la richiesta israeliana di “modificare” la sezione dell’iniziativa di pace araba del 2002 che prevede il cosiddetto “diritto al ritorno” in Israele di tutti i profughi palestinesi (e loro discendenti) in conformità alla lettura araba della risoluzione 194 dell’Assembela Generale dell’Onu. Motivo: i governi arabi vogliono sbarazzarsi il prima possibile dei profughi.
Circa la metà del 4,3 milioni di profughi palestinesi registrati dall’UNRWA vivono in Siria, Libano e Giordania dove da tempo patiscono severe e crudeli restrizioni nei diritti di residenza, nella libertà di movimento e di impiego, nei diritti di proprietà.
L’Olp sostiene che il numero dei profughi, compresi quelli che vivono in Cisgiordania e striscia di Gaza, sia quasi il doppio della cifra riportata dall’UNRWA, giacché non tutti sarebbero registrati presso l’agenzia Onu.
La Giordania ha quasi 1,7 milioni di profughi registrati, mentre in Siria quelli registrati dall’UNRWA superano i 400.000. Anche il Libano ospita più di 400.000 profughi.
“I paesi arabi non vogliono assorbire i profughi palestinesi – spiega un funzionario del Dipartimento profughi dell’Olp – Anzi, non vedono l’ora di sbarazzarsi dei campi palestinesi istituiti nei paesi arabi. Ecco perché insistono a dire che i palestinesi devono tornare alle loro case”.
Sia l’Olp che Hamas si oppongono con forza – per ragioni politiche – al reinsediamento dei profughi nei paesi arabi e insistono sul “diritto al ritorno”. E questo nonostante il fatto che alcuni dei profughi siano ben consapevoli che non potranno mai stabilirsi dentro Israele nelle case che furono abitate dai loro progenitori.
D’altra parte, nelle attuali circostanze non sono molti i profughi palestinesi che accetterebbero l’offerta di trasferirsi in Cisgiordania e striscia di Gaza, dove le loro possibilità di migliorare le condizioni di vita appaiono assai scarse. Non c’è dubbio che molti accetterebbero piuttosto di restare nei paesi arabi una volta che fosse offerta loro la piena cittadinanza e la possibilità di lavorare e di migliorare la loro vita al di fuori dai diseredati campi profughi.
Comunque, mancando nella maggior parte dei paesi arabi una legislazione che regoli il loro status, i profughi restano privati dei diritti civili e di necessità basilari. Ad eccezione di Giordania e Siria, i profughi palestinesi nei paesi arabi sono soggetti alle stesse rigide leggi sull’impiego che si applicano agli stranieri. In grande maggioranza i palestinesi nel mondo arabo vengono trattati come stranieri e si vedono negati l’accesso a servizi pubblici come l’istruzione, la sanità e i servizi sociali. La Siria è l’unico paese arabo dove i palestinesi hanno accesso ai servizi governativi. Inoltre, i governi arabi impongono pesanti restrizioni ai diritti di proprietà dei palestinesi.
Sotto ogni punto di vista, i palestinesi che vivono in Libano sono quelli peggio messi. Oltre a non avere accesso a istruzione e sanità, non hanno nemmeno diritto alla previdenza sociale cui pure contribuiscono con il loro lavoro. Nel 1995 il governo libanese emise un decreto che impediva chiaramente ai profughi di lavorare in 72 professioni. La maggioranza dei palestinesi è pertanto costretta a lavorare illegalmente, alla mercé dello sfruttamento del mercato nero. L’Unrwa ha stimato che il 60% dei palestinesi in Libano vive sotto la soglia di povertà e soffre per mancanza di infrastrutture, miseria e sovraffollamento. Le organizzazioni dei diritti umani hanno più volte denunciato la politica discriminatoria di Beirut, ma senza risultati. “Persino i cani nel terzo mondo vivono meglio dei palestinesi nei campi in Libano”, a detto di recente un abitante del campo profughi di Ein al-Hilweh ad una tv araba. In uno dei suoi rapporti, Amnesty International ha parlato del maltrattamento dei profughi in Libano come di un “vergognoso retaggio”, sottolineando come le pratiche discriminatorie libanesi contro i palestinesi violino le leggi internazionali sui diritti umani e gli obblighi del Libano previsti dalla Convenzione Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, dalla Convenzione internazionale sull’eliminazione della discriminazione razziale e dalla Convenzione sui diritti dei bambini.
Conclude Amnesty: “Se l’insediamento definitivo non è considerata la soluzione per i profughi palestinesi in Libano [come invece è accaduto in tanti altri casi di profughi degli anni successivi alla seconda guerra mondiale, compresi quelli ebrei in Israele], questo non significa che non debbano essere cercate adeguate soluzioni transitorie che proteggano i loro diritti fondamentali”.

(Da: Jerusalem Post, 5.03.07)

Nella foto in alto: Addestramento di bambini palestinesi nel campo Ein el-Hilweh (Libano meridionale), estate 2005

Si veda anche:

L’eterna questione dei profughi

http://www.israele.net/articles.php?id=250