Profughi ebrei: il clamoroso autogol di Hanan Ashrawi

In difficoltà di fronte alla realtà storica, l'esponente dell’Olp annaspa con argomenti privi di logica.

Di Petra Marquardt-Bigman

image_3544Benché sconvolta dal recente sforzo di Israele di portare in evidenza la sorte dei profughi ebrei dai paesi arabi e musulmani, non vi è dubbio che Hanan Ashrawi, navigata portavoce palestinese nonché membro d’alto rango dell’Olp, deve essersi sentita tremendamente astuta quando se n’è uscita con l’affermazione che la posizione di Israele su questo argomento equivale a un atto di “de-sionistizzazione”.
Prima ha sostenuto, con un articolo per la stampa araba, che “la pretesa che siano ‘profughi’ sradicati dai loro paesi gli ebrei migrati in Israele, che dovrebbe essere la loro patria, è un inganno e un abbaglio”. Alcuni giorni dopo, pensando evidentemente che su questo punto poteva fare di meglio, scrivendo sul Huffington Post la Ashrawi ha denunciato “la cinica definizione di profughi usata da Israele”, con la seguente argomentazione: “Al cuore stesso dell’ideologia sionista sta l’idea che Israele sia la patria del popolo ebraico. Se le cose stanno così, e gli ebrei che vivono in Israele sono cittadini della loro unica patria nazionale, allora lo Stato non può considerarli profughi: non possono essere dei rimpatriati in Israele e, allo stesso tempo, profughi da un altro paese. Pertanto pretendere che la comunità internazionale tratti gli immigrati ebrei come profughi costituisce un atto di de-sionistizzazione”.
Si tratta di un argomento così stupido, sotto così tanti aspetti, che è difficile elencarli tutti.
Tanto per comunicare, va da sé che Israele non sostiene che i profughi ebrei, che furono costretti ad abbandonare le loro antiche comunità di residenza in tutto il Medio Oriente sin dalla fine degli anni ’40, siano profughi ancora oggi. Anzi, si vanta proprio del contrario. Ma è un fatto storico del tutto innegabile che molti di loro arrivarono in Israele come profughi privati di tutto. Presi nel loro insieme, questi profughi furono costretti a lasciarsi alle spalle proprietà e beni per un totale che oggi ammonterebbe a diversi miliardi di dollari. Addirittura si stima che l’area totale di terra confiscata agli ebrei nei paesi arabi sarebbe superiore all’intera superficie di Israele. Resta incomprensibile come la Ashrawi possa pensare che abbia qualche senso sostenere che il riconoscimento di questi dati di fatto storici, noti a tutti, costituisca “un atto di de-sionistizzazione”. Forse è così impegnata a guadagnare qualche punto nella polemica retorica che non si è soffermata a riflettere sulle implicazioni del suo “argomento”. Si può facilmente mostrare che lo stravagante concetto della Ashrawi secondo cui gli ebrei che arrivarono in Israele non possono essere profughi se Israele è la loro patria costituisce una totale assurdità. Basta considerare cosa accade se il criterio della Ashrawi viene applicato ad altri profughi che si sono ritrovati alla fine nella loro patria storica. Come è stato più volte osservato, nell’Europa post-seconda guerra mondiale e nell’India post spartizione vi furono circa 25 milioni di persone costrette ad abbandonare le case dove vivevano da generazioni per cercare rifugio nelle rispettive patrie storiche. Stando al “ragionamento” della Ashrawi, quei 25 milioni di persone non sono mai stati dei profughi: erano solo persone che tornavano a casa…
Non basta. Se gli ebrei del Medio Oriente che fuggirono in Israele non possono essere considerati profughi, allora non possono essere considerati profughi nemmeno gli ebrei che fuggirono dall’Europa occupata dai nazisti e quelli che sopravvissero alla Shoà. Stando alla Ashrawi, possiamo scegliere se concordare con la sua opinione per cui sarebbe “cinico” considerare “profughi” quelle persone, oppure ostinarci a chiamarle profughi correndo il rischio di commettere un “atto di de-sionistizzazione”.
La Ashrawi sembra essersi in qualche modo convinta che il sionismo va a pezzi se tutti gli ebrei che vengono in Israele non sono motivati innanzitutto e soltanto dalla loro ideologia sionista, e se non hanno tutti deciso di loro spontanea volontà di fare l’aliyà (stabilirsi in Israele). Si tratta, naturalmente, di un’idea totalmente sbagliata, come la Ashrawi avrebbe potuto facilmente capire se si fosse presa la briga di esaminare quel documento fondamentale che è la Dichiarazione di Indipendenza dello Stato d’Israele. Avrebbe scoperto che, sin dall’inizio, la rifondazione dello Stato ebraico era concepita anche per offrire rifugio agli ebrei perseguitati. “Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra – recita la Dichiarazione – il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della sua libertà politica. Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare a stabilirsi nella loro antica patria. […] La catastrofe (shoah) che si è abbattuta di recente sul popolo ebraico, col massacro in Europa di milioni di ebrei, è stata un’ulteriore concreta dimostrazione dell’urgenza di dare soluzione al problema del popolo ebraico privo di patria e di indipendenza, dando di nuovo vita in Terra d’Israela [Eretz Israel] allo stato ebraico, il quale spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico lo status di membro a pieno diritto nella famiglia delle nazioni. I sopravvissuti all’Olocausto nazista in Europa, così come gli ebrei di altri paesi, non hanno mai cessato di migrare in Terra d’Israele, nonostante le difficoltà, gli impedimenti e i pericoli, e non hanno smesso di rivendicare il loro diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella loro patria nazionale”.
Vi sono naturalmente innumerevoli altri testi e documenti che si potrebbero citare per illustrare quanto sia ridicola l’idea della Ashrawi secondo cui sarebbe “un atto di de-sionistizzazione” riconoscere che molti ebrei venuti in Israele vi sono arrivati come profughi.
In effetti, se mai la Ashrawi ha ottenuto qualcosa con la sua sparata sulla “de-sionizzazione”, è stato segnare un clamoroso autogol. Si consideri per un momento che cosa significherebbe, per la rivendicazione palestinese dello loro status (eterno) di “profughi”, se prendessimo sul serio la tesi sulla supposta impossibilità di essere stati profughi se ci si trova in patria: vedremmo che la Ashrawi è riuscita in un colpo solo a risolvere il problema dei profughi palestinesi. Dal momento che i palestinesi considerano loro patria la Palestina storica, in essa non può esservi nessun palestinese definibile “profugo”: né in Cisgiordania, né nella striscia di Gaza e molto probabilmente nemmeno in Giordania. Di più. Dato che i documenti ufficiali palestinesi descrivono il popolo palestinese come “parte della nazione araba”, i palestinesi che vivono nei paesi arabi in realtà vivono in paesi sotto la sovranità della loro nazione, cioè praticamente a casa loro. Dunque, secondo la logica della Ashrawi, non sono e non sono mai stati profughi.

(Da: Jerusalem Post, 11.9.12)

Nella foto in alto: Hanan Ashrawi

Si veda anche:

I profughi (tutti) e la pace. “Palestinesi” è la prima parola che viene in mente quando si parla di “profughi” in Medio Oriente

http://www.israele.net/articolo,3539.htm

“Io sono un profugo”. La nuova campagna israeliana per far conoscere le vicende degli ebrei cacciati dai paesi arabi

http://www.israele.net/articolo,3537.htm

Profughi di Serie A e profughi di Serie B. Su YouTube, il video esplicativo del vice ministro degli esteri israeliano

http://www.israele.net/sezione,,3339.htm